Di Maio e Farage, i furbetti del parlamentino

 

Luigi Di Maio esce da Montecitorio dopo la seconda votazione per eleggere il presidente della Repubblica, 30 gennaio 2015 a Roma. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

-di ANTONIO MAGLIE-

Strani personaggi Luigi Di Maio e Nigel Farage, soprattutto singolare la loro idea di coerenza. Il Parlamento europeo a larga maggioranza ha approvato una mozione in cui si chiede alla Gran Bretagna di avviare immediatamente le pratiche per l’uscita dall’Unione. Tutto sommato un invito poco contestabile: se mia moglie mi comunica che non apprezza più la mia presenza, il mattino dopo faccio le valigie, trovo una sistemazione alternativa e mobilito un avvocato per concordare la divisione dei beni, dei diritti e dei doveri.

Di Maio nei giorni scorsi aveva sostenuto che quella con Farage era, come dire, solo una alleanza tecnica, prodotta, cioè, dall’esigenza regolamentare di costituire un gruppo in seno all’assemblea per poter usufruire dei benefici che da questa condizione derivano, compresi quelli economici che tanto a Farage quanto ai ragazzi di Grillo non sembrano dispiacere in maniera particolare. Però, alla prima verifica, quell’alleanza ha dimostrato di essere politica nel senso di una condivisione di idee e, temiamo, anche di valori. I pentastellati, infatti hanno votato contro la mozione insieme a Farage e Di Maio ha motivato la scelta in maniera ovviamente nobile: “Non vogliamo punire il popolo inglese”. Punire? Se la memoria non ci inganna, una settimana fa in Gran Bretagna l’elettorato si è recato alle urne e a maggioranza ha deciso di uscire dalla Unione Europea. A questo punto non si tratta di punire ma di rispettare una volontà e non sembra totalmente infondata l’invito pressante a togliere il disturbo da parte di chi è rimasto.

Si tratta di una urgenza che dovrebbe avvertire pure Farage. Alle menti semplici appare sinceramente incomprensibile il fatto che questo signore, dopo aver condotto una scoppiettante campagna contro l’Europa, dopo aver indicato nell’Unione la causa di tutti i guai, adesso voglia prendere tempo. Se l’UE è l’inferno in terra, non dovrebbe avere alcuna remora ad abbandonarla immediatamente. E, d’altro canto, così ha deciso il popolo che ha votato evidentemente valutando i benefici e i danni che da questa scelta sarebbero derivati giungendo alla conclusione che i primi sarebbero stati superiori ai secondi.

E’ evidente allora che siamo in presenza di un furbo politicante che dopo aver lucrato qualche vantaggio elettorale dalla Brexit, ora punta a lucrare, sulle spalle dei cittadini europei, qualche beneficio. Si ha l’impressione che il disegno sia semplice: allungare i tempi, paralizzare l’Unione per forzarla a concessioni nei confronti della Gran Bretagna. I benefici sarebbero diretti e indiretti: diretti perché Londra punterebbe a spuntare i vantaggi economici dello “stare dentro”, stando, invece, fuori; indiretti perché l’elettorato degli altri paesi europei verrebbe così convinto che l’abbandono dell’Unione è un buon affare. Si tratta di un gioco politico, non particolarmente limpido che nulla ha a che vedere con la riforma dell’Europa in senso sociale, obiettivo che non rientra nei piani di Farage e nemmeno in quelli dei pentastellati i quali probabilmente perseguono nella sostanza un obiettivo diverso da quello proclamato nella forma qualche giorno fa in una auto-intervista apparsa sul blog di Grillo.

Domanda: in questa maniera il Movimento 5 stelle fa gli interessi degli italiani? La risposta non può che essere negativa visto che la paralisi a cui Farage (ma anche Cameron) vorrebbero per i propri interessi condannare l’Europa scaricherebbe i suoi costi sui cittadini europei. Alla luce di queste scelte appaiono veramente poco credibili le dichiarazioni di principio contenute nella famosa auto-intervista e confermate, subito dopo, in televisione da Di Maio e cioè: non siamo per l’uscita ma per un referendum consultivo sull’Euro. Ma anche qui l’ambiguità pentastellata regna sovrana. Di Maio continua a reclamare questo famoso referendum consultivo sulla base di una petizione firmata da duecentomila persone. Per carità, ognuno è libero di firmare le petizioni che vuole, c’è persino un sito che si occupa di questo. Ma Di Maio sa bene che quella roba lì, a rigor di costituzione che il suo collega Di Battista ha difeso in aula con determinazione militante e militare di un tupamaro, non conta assolutamente nulla. Per ottenerlo (ma non è certo) deve imboccare una sola, limpidissima strada: la presentazione di un disegno di legge costituzionale con tanto di domanda da sottoporre al vaglio degli elettori. Nessuno glielo impedisce e se non lo fa è perché non lo vuol fare. Come in Europa, si proclamano a gran voce sani principi o si evocano battaglie nobili per lucrare qualche beneficio elettorale, ma poi si perseguono obiettivi di bassa cucina. Viva la trasparenza.

antoniomaglie

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