Perché a questa Italia servono gli anziani

 

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di ANTONIO MAGLIE

Sembra che nella nottata tra mercoledì e giovedì una delle correnti del Pd, quella dei Giovani Turchi guidata dal ministro Andrea Orlando e dal presidente del partito, Matteo Orfini, si sia cimentata in un dibattito sulle cause del declino elettorale di una forza politica considerata sino a un paio di anni fa in forte e inesorabile (eccesso di ottimismo) crescita. Tra i motivi, gli errori commessi nella lettura della società, dei suoi affanni, delle sue rabbie, delle sue inevitabili miserie. Il discorso sarebbe scivolato sulle pensioni e sui pensionati, un mondo che all’interno del Parlamento assume la forma di un bancomat a cui attingere nei momenti di difficoltà finanziaria. Conseguenza inevitabile del fatto che in ruoli-chiave negli ultimi anni siano giunti illustri accademici, bocconiani in particolare (al momento ne abbiamo due in servizio permanente effettivo, a Palazzo Chigi e all’Inps, e molti altri in lista di attesa, impegnati ad annusare il vento per capire da che parte spirerà), i quali nel chiuso delle loro riscaldate e garantite aule e, quindi, nella più assoluta autoreferenzialità, si auto-convincono di essere i titolari della pietra filosofale in grado di risolvere tutti i problemi del Paese.


E’ anche l’altra faccia del degrado della politica, della povertà delle leadership nazionali (e anche internazionali), dallo scadimento dell’arte del governo a semplice attività amministrativa a cui, si pensa, può dedicarsi con maggior successo chi sa far di conto. Ovviamente l’arte del governo non è questa, è decisamente più complessa perché si deve alimentare di una lettura e una visione più complessiva del mondo, che, pertanto, non può esaurirsi nella contemplazione del proprio sapere all’interno dei ristretti confini di un’aula universitaria (per quanto autorevole) né di qualche celebrato circolo che periodicamente riunisce i suoi selezionati invitati in qualche località di vacanza marina, alpina o lacustre. Sarebbe auspicabile che i professori tornassero a fare i professori cioè a dare consulenze, a fornire consigli, a produrre studi ma si ritirassero nel loro territorio consentendo il ripristino del primato della politica su quello (largamente illegittimo) del tecnicismo che confonde i numeri freddi con la vita calda.

Nel corso del vertice correntizio, i giovani turchi del Pd avrebbero sollevato delle perplessità sulla proposta del prestito pensionistico maturata nelle stanze di Palazzo Chigi. A loro parere non è praticabile. Non è che non sia praticabile. E’ balzana, astrusa, improponibile. I giovani turchi sarebbero andati oltre affermando che esiste un problema di età pensionistica diversa per coloro che svolgono lavori usuranti e che le rigidità create dalla Fornero (altra illustre accademica considerata una grande esperta della materia: gli esodati di questa sua profonda conoscenza hanno già fatto le spese) vanno in qualche maniera rimosse. Oggi, nei saloni della Fondazione Marco Besso la presentazione del libro di Silvano Miniati (“Una ragione c’è. Ricordarsi di quando gli anziani erano considerati una risorsa preziosa”, Biblioteca Fondazione Nenni e Buozzi) fornirà l’occasione per un dibattito sul futuro di questo “universo grigio” (dal colore dei capelli, almeno per chi è riuscito a salvarli) sottovalutato, normalmente vilipeso, ma essenziale: una vera ancora di salvezza in questa Italia in crisi. E che sarà sempre più essenziale con il passare del tempo. Con il tema si cimenteranno Alberto Brambilla, Giorgio Benvenuto, Gianni Fara, Gianni Geroldi, Domenico Proietti e Livia Turco.

Ma il problema, come sottolinea Miniati, consiste proprio nel ricordarsi che gli anziani sono stati e possono ancora essere una risorsa. Ma bisogna uscire da questa gabbia in cui il problema è solo finanziario, per affrontare gli aspetti sociali legati al fatto che il Paese sta invecchiando e che sempre di più avvertiremo la necessità di utilizzare i “diversamente giovani” in maniera produttiva, non solo per portare i nipoti all’asilo o alla scuola, ma anche per fornire un contributo all’arricchimento del sistema. Per anni il presidente del consiglio, Matteo Renzi, ha sventolato la bandiera della “rottamazione”, una parola pessima che proviene direttamente dal gergo commerciale. Per rimanere in quel gergo è venuto il momento di usare un altro sostantivo: “riutilizzazione”. Perché gli oggetti vecchi non solo si rottamano, ma possono anche essere consegnati a nuova vita. E se questo vale per gli oggetti ancor di più vale per le persone, soprattutto per quelle in buona salute che oltre i sessantacinque anni possono ancora dare molto.

I dati, d’altro canto, ci dicono che questa società invecchia e che difficilmente, anche con accorte politiche, riusciremo a far impennare in tempi brevi il tasso di natalità che dal 2002 al 2015 è sceso dal 9,8 al 10,7. L’Italia del 2016 ha una età media di 44,2 anni, contro i 41,74 del 2002. L’indice di ricambio cioè il rapporto tra gli italiani prossimi all’uscita dal lavoro e quelli, invece, in attesa di entrare nel mondo del lavoro, in quattordici anni è schizzato dal 117,1 al 126,5; l’indice di struttura della popolazione attiva che misura il rapporto tra i lavoratori più anziani (44-64 anni) e quelli più giovani (15-39) è balzato dal 93,5 al 132,3.

Il venti per cento della popolazione italiana ha più di sessantacinque anni. L’Inps ci dice che i pensionati sono oltre 18,1 milioni e il 63,4 per cento di loro non nuota nell’oro percependo un reddito mensile di 750 euro. Ciononostante, il “bancomat umano” dello Stato italiano ha fatto da argine al dilagare della povertà come ha certificato l’Istat in un vecchio focus. Nel 2013 il Pil italiano è calato dell’1,9 per cento. Eppure il rischio di povertà è stato inferiore nelle famiglie con pensionati (16,2 per cento) che non in quelle senza pensionati (22,3) pur potendo contare queste ultime su un reddito superiore di duemila euro. Si tratta, allora, di abbandonare il terreno della retorica elettorale, di restituire professoroni e professorini alle loro principali attività e di ragionare seriamente sul modo in cui questa società può riorganizzarsi nel suo complesso per utilizzare queste potenzialità di riserva. Perché della due l’una: o passiamo alla “riutilizzazione” o aumentiamo le panchine nei parchi.

antoniomaglie

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