Pensioni, flessibilità, ristrutturazioni: il conto? Agli imprenditori

imprese

-di ANTONIO MAGLIE-

Per molto tempo (anni) il problema dello “scalone” pensionistico creato dallariforma Monti-Fornero ha riguardato soltanto le vittime di quel provvedimento profondamente iniquo. Ecco perché desta qualche sospetto la grande mobilitazione che sembra essersi creata a sostegno delle proposte (il prestito per finanziare la flessibilità in uscita) illustrate qualche sera fa dal governo. Si potrebbe dire: bene, vuol dire che tanti, col tempo, sono stati conquistati alla causa. Ma questo è il Paese che ha quotidianamente provveduto a dar ragione a quel noto e controverso protagonista della Prima Repubblica che sosteneva che a pensar male si fa peccato ma si azzecca sempre. Illustri professori cresciuti alla Bocconi (da Nannicini a Boeri), la stessa università che è stata la culla del presidente del consiglio che ha firmato la (contro)riforma, hanno messo in campo tutto il loro sapere per accompagnarci verso la Città del Sole. Il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, a sua volta, ha tenuto a far sapere che “noi pensiamo che sia una cosa positiva perché si creerebbe un ponte anche verso la generazione dei giovani ed è interessante anche la questione di sostenibilità economica e finanziaria che il governo deve chiaramente seguire”.

Ed è proprio qui che si comincia a pensar male (facendo peccato ma siamo pronti per la confessione e la successiva comunione). La riforma Fornero era ingiusta per tre evidenti motivi: perché creava uno scalone dalla sera alla mattina costringendo persone (non numeri) sulla soglia della pensione ad attendere altri cinque, sei anni; perché non faceva alcuna differenza tra lavori usuranti e non; perché, in spregio ai numerosi accordi intercorsi all’interno delle aziende, ha prodotto quel popolo dolente che è passato alla storia con il nome di “esodati”. È evidente che per risolvere il primo problema, si sarebbe dovuto intervenire immediatamente per rimodulare quello scalone; chi sarebbe potuto andare in pensione nel 2011, quando entrerà in vigore il provvedimento avrà ancora pochi mesi davanti a sé prima dell’agognata pensione e difficilmente accetterà di “regalarsi” uno sconto che unirà alla beffa dello “scalone” anche il danno del prestito a piccole rate. Per quanto riguarda i lavori usuranti, è evidente che quello è un tema che obbliga a un ripensamento della legge messa a punto dalla Fornero. Lentamente, infine, la questione degli esodati sta trovando soluzione, al netto di drammi personali e familiari che resteranno evidentemente irrisolti. Si ha l’impressione che questa mobilitazione di massa muova da ragioni diverse da quelle che animano i lavoratori. Probabilmente addirittura in conflitto. E quella valutazione di Boccia circa l’aspetto “interessante” della sostenibilità finanziaria della soluzione è la cartina di tornasole che svela la diversità di interessi.

E, allora, appare giusto fare un discorso chiaro. Ci prepariamo a una fase di grandi ristrutturazioni, a cominciare dalle banche, direttamente chiamate in causa in questa vicenda. Processi che hanno dei costi. Nel passato sono stati scaricati sullo Stato o sugli istituti di previdenza. Boccia ovviamente contesterà, ma molte aziende, nei più diversi settori produttivi, hanno gestito queste fasi utilizzando semplici parole d’ordine: socializzare i costi e privatizzare gli utili. Chi ha lavorato in aziende private lo sa benissimo. Chi scrive, ha trascorso la sua vita nel settore editoriale e ha potuto assistere negli ultimi venticinque anni a una teoria piuttosto lunga di ristrutturazioni favorite con il massiccio ricorso ai prepensionamenti. I risparmi ottenuti comprimendo organici e costo del lavoro avrebbero dovuto finanziare investimenti sul prodotto. Peccato che quasi nessuno si sia preoccupato di farli. I risparmi sono stati normalmente utilizzati per ricostituire margini di profitto o, addirittura, per ampliarli.

E’ evidente che a questo punto, per i vincoli europei, lo Stato non può più intervenire. Né possono intervenire gli istituti che sono stati letteralmente zavorrati. Serve, dunque, una soluzione “creativa”. Il dubbio è proprio questo: che la soluzione creativa sia il prestito con la conseguenza che con un colpo solo i lavoratori vengano chiamati a farsi carico dei problemi dell’Inps, dello Stato e anche delle aziende. Ma se l’interesse delle imprese è questo (Boccia, ovviamente negherà e tutti noi siamo pronti a credergli essendo lui come Bruto, uomo d’onore), allora sarebbe utile questa volta invertire l’ordine dei fattori delle parole d’ordine passando dal “socializzare i costi e privatizzare gli utili” al “socializzare gli utili e privatizzare i costi” nel senso di farli pagare agli imprenditori che così spesso, nei loro incontri in località marine alla moda, ci richiamano alla responsabilità collettiva. Questo è esattamente il terreno su cui questa responsabilità si misura.

antoniomaglie

Rispondi