Cirinnà: Queste unioni laiche, libere, civili

-di VALENTINA BOMBARDIERI-

Senatrice Cirinnà, finalmente il suo Ddl è diventato legge a tutti gli effetti. Come si sente?
È stato sicuramente un percorso lungo e molto difficile. Sono abbastanza soddisfatta per il risultato raggiunto. L’Italia finalmente si è colorata di azzurro, il colore delle nazioni che in Europa da tempo hanno regolato per via legislativa le unioni civili, di rosso, il colore dei Paesi che hanno il matrimonio egualitario, dove presto arriveremo, e purtroppo c’è anche il colore grigio di chi non riconosce i diritti delle persone dello stesso sesso. Mi fa ovviamente molto piacere essere la persona che, insieme al Partito Democratico e grazie al coraggio del nostro premier Matteo Renzi che ha posto la fiducia sul provvedimento, ha colorato di azzurro il Paese.

Possiamo affermare che la sua legge si inserisce nel solco di quei provvedimenti laici che hanno introdotto in Italia prima il divorzio e poi la regolamentazione dell’aborto, segnando un profondo mutamento nel costume del Paese?
Possiamo affermare che questo è provvedimento di libertà. E non ho difficoltà a riconoscere che la laicità è un grande strumento nella rivendicazione e nel riconoscimento dei diritti civili. È una legge che risponde pienamente alle sentenze della Corte Costituzionale, in particolare alle disposizioni della 138/2010 e a quella successiva del 2014 ed è una norma che, come ha detto il Premier Renzi, è stata approvata da un Parlamento laico e democratico, perché noi giuriamo sulla Costituzione e non sul Vangelo.

Il sacrificio più pesante per lei è stata sicuramente la rinuncia alla Stepchild Adoption. È un capitolo chiuso? O sarà questo il prossimo obiettivo da raggiungere?
Sicuramente è stato il passaggio più doloroso tanto è vero che ho parlato di un buco nella legge. A questa conclusione si è giunti per un tradimento. E come tutti i tradimenti è stato un fatto molto grave. Se il Movimento 5 Stelle non avesse inferto una coltellata nella schiena alle famiglie arcobaleno, ai bambini delle famiglie arcobaleno e alle associazioni per i diritti LGTB decidendo di non votare l’emendamento premissivo (quello che fa decadere tutti gli altri emendamenti, n.d.r.) il 16 febbraio, noi oggi festeggeremmo una legge che riconosce la genitorialità. È stato il tradimento del Movimento 5 Stelle a spingerci nuovamente all’interno del patto di maggioranza e a costringerci allo stralcio dell’articolo 5 sulle adozioni. A questo punto non sono in grado di dire se ci arriveremo in questa legislatura. Se devo rifarmi a quanto detto dal Premier Renzi ieri sera a Porta Porta probabilmente nell’attuale Parlamento non ci sono le condizioni per approdare a questo traguardo. Io mi auguro che, come abbiamo scritto nel maxi-emendamento governativo, ove ricorrano le condizioni per la più efficace tutela e la massima garanzia dei diritti dei bambini, i magistrati continuino ad applicare la normativa esistente che in questo caso è la legge 184/1983, in particolare l’articolo 44 comma 1 lettera D. È chiaro che per ragionare in termini di laicità e di libertà noi avevamo lavorato, così come si era fatto in occasione della legge sul divorzio e, più in particolare, della legge 194 sulla maternità responsabile, su un accordo ampio di maggioranza alternativa. Andando proprio verso quel gruppo politico, il Movimento 5 Stelle, che ritenevamo, avendo lavorato insieme per due anni in Commissione, potesse essere in aula un interlocutore affidabile. Non a caso la nostra maggioranza alternativa era composta anche dai compagni di SEL, dal gruppo misto e dagli amici del Partito Socialista. Penso al senatore Buemi che molto mi ha sostenuta nei due anni di lavori in Commissione. Per costruire una legge di libertà e culturalmente laica era evidente che dovevamo in qualche misura staccarci dal nostro partner di governo, che, al contrario, caratterizza la propria azione politica anche per un certo rapporto con la CEI e con il mondo cattolico.

Le reazioni così dure dei cattolici l’hanno spiazzata? E quelle reazioni in che maniera contrastano con una idea di Stato che, al di là delle personali scelte religiose, non può che essere laico dovendo tutelare tutti, credenti e non credenti?
Erano sicuramente attese. Quello che viene fatto in democrazia all’interno di un Parlamento è sempre compatibile se si realizza nel rispetto delle leggi, della Costituzione e del regolamento del Senato o della Camera. Nessuno deve condannare posizioni politiche che sono diverse dalla proprie. Tutte le manifestazioni di pensiero hanno pari dignità e devono avere pari rappresentanza. La reazione dei cattolici era largamente attesa non solo da noi del Partito Democratico ma anche dal Governo. L’articolo 7 della Costituzione richiama il Concordato: noi siamo come sempre solleciti a rispettare tutti gli articoli della Carta Fondamentale e attenti nell’applicazione del principio costituzionale in cui si prevede che Stato e Chiesa siano “ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”. Noi, però, abbiamo approvato una legge attesa da trent’anni e la difenderemo con le unghie e con i denti da qualunque assalto: referendario, conservatore o tendente ad affermarne l’illegittimità costituzionale. Difenderemo il nostro lavoro e una conquista ottenuta dopo trent’anni di battaglie.

Ci può spiegare il significato dell’assenza dell’obbligo di fedeltà?
L’assenza dell’obbligo di fedeltà è una richiesta di coloro che volevano un ulteriore segnale di diversità dal matrimonio ed è arrivata a poche ore dal voto di fiducia, il 25 febbraio. Era stato chiesto inoltre di togliere il richiamo alla vita familiare, che invece è presente in molte sentenze europee, in particolare in una delle ultime della Cedu e io mi sono opposta. Ciò voleva dire non riconoscere come famiglie una coppia di due uomini o di due donne unite civilmente al di là del fatto che abbiano o meno figli. L’obbligo di fedeltà è un vecchio e retrivo richiamo all’impostazione maschilista e familista, in qualche modo patriarcale della famiglia secondo una visione del vincolo matrimoniale che risale, non bisogna dimenticarlo, al Codice Civile, scritto nel lontano 1942. La donna era sottoposta all’uomo e aveva l’obbligo di fedeltà in modo che potesse procreare soltanto la stirpe del marito, ne assumeva il cognome ed era sottoposta totalmente al marito. Dal 1942 ad oggi le donne, grazie ad aspre battaglie, hanno ottenuto grandi conquiste. Quell’obbligo è un arcaico retaggio culturale che sicuramente non abbiamo riproposto nella legge su richiesta dei conservatori, ma che alla resa dei conti si è rivoltata contro di loro perché le Unioni Civili in questa maniera si presentano come un istituto più moderno e laico. Guardando all’Europa, solo in Germania esiste l’obbligo. È positivo che l’Italia si scrolli questi retaggi arcaici. Io sono fedele a mio marito da 21 anni perché ogni mattina rinnovo con lui un dono d’amore con il bacio del buongiorno, non lo sono certo per la firma che ho messo in Campidoglio. Per giunta in matrimonio ci ha unito D’Alema.

L’Italia è andata al voto sia in occasione del divorzio che dell’aborto. Finì con la sconfitta clamorosa dei gruppi integralisti che si lanciarono in quella battaglia. Pensa che potrebbe finire così anche questa volta?
Bisognerà prima vedere se la Corte Costituzionale lo riterrà ammissibile dopo aver chiesto nella sentenza 138/2010 al Parlamento di provvedere con “estrema sollecitudine” a dare diritti alle persone delle stesso sesso. Siamo arrivati al traguardo dopo sei anni e sicuramente non possiamo parlare di “estrema sollecitudine”. Escludo che la Corte accetterà il quesito, in ogni caso vediamo come verrà posto. Poi bisogna raccogliere le firme. Non so quanti italiani saranno disposti a riportare indietro le lancette del nostro orologio sociale, ad annullare il riconoscimento di diritti lungamente attesi e a ripristinare una condizione di discriminazione nei confronti di persone che hanno una sola colpa: amarsi. Terzo punto: nel caso la competizione referendaria si svolgesse, noi gireremo porta a porta il Paese, io per prima visiterò ogni comune per dire agli italiani che non è il caso di tornare al Medioevo. Una legge che include, amplia i diritti e rende le persone uguali è sicuramente una buona legge, da accettare non da abrogare.

Valentina Bombardieri

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