Ilva e Taranto: Renzi alla scommessa decisiva

-di ANTONIO MAGLIE-

Dopo la riapertura di Termini Imerese sotto le insegne della Blutec, segnali interessanti cominciano ad arrivare dal fronte Ilva. La sfida per la sua acquisizione sarebbe entrata nel vivo e schiererebbe in campo alcuni colossi dell’imprenditoria italiana: da un lato gli Arvedi in collaborazione con i turchi di Erdemir, dall’altro la famiglia Marcegaglia con il sostegno dei franco-indiani di Arcelor. Ma alla partita sarebbe interessato anche Leonardo Del Vecchio, patron di Luxottica, azienda decisamente innovativa da tutti i punti di vista, finanziariamente solida, produttivamente in crescita. Del Vecchio ha origini pugliesi e sarebbe motivato a entrare in un campo industriale lontano dalle sue normali attività (gli occhiali ma anche il tessile) per dare una mano al Paese e, in particolare, a una terra a cui è rimasto affettivamente legato. E se fosse così sarebbe una storia straordinaria, quasi quanto il Leicester che vince la Premier League. A far quasi da ago della bilancia ci sarebbe la Cassa Depotiti e Prestiti in questa nuova veste di acceleratore e finanziatore della crescita che gli è stato assegnato dal governo.

Ilva vuol dire acciaio e vuol dire Taranto. Vuol dire soprattutto un conflitto costituzionale che non è nato con i Riva, che pure hanno fatto di quell’area una sorta di terreno di conquista, ma con l’insediamento della fabbrica in una posizione che veniva sconsigliata dagli studi che vennero elaborati prima della sua costruzione. Prevalsero interessi molto privati e oggi l’Ilva incombe con il suo carico di veleni sulla città. In più, negli anni di attività, quasi nessuno si è preoccupato di controllare e garantire che la produzione dell’acciaio avvenisse nel rispetto di tollerabili condizioni sociali e ambientali. Di qui il conflitto di due diritti costituzionalmente garantiti: quello al lavoro illustrato e spiegato in ben cinque articoli della Carta, a cominciare dal primo (“L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”) e quello alla salute che nell’articolo 32 afferma che “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”.
Negli anni si è spesso affermato che Taranto è stata posta davanti a un ultimatum: morire di fame o morire di cancro e che su questa cinica alternativa i Riva hanno costruito la loro fortuna poi crollata con le inchieste della magistratura. Chi è nato in quella città e vi è cresciuto sa bene che le cose stanno esattamente così nel senso che la mancanza di alternative da un punto di vista produttivo e lavorativo, la maledizione della monocultura economico-industriale ha desertificato la zona e trasformato l’Ilva nell’unica possibilità di impiego e di reddito. Chi è nato e cresciuto in quella città sa anche che se oggi le ciminiere che svettano alla fine della strada che da Massafra porta in quella che fu una sorta di capitale della Magna Grecia, culla di storia e di civiltà, incombono sulle teste dei viaggiatori con un silenzioso carico di paure, sa anche che un tempo, fra il 1964 e il 1971, quelle stesse ciminiere determinarono nel periodo un aumento del reddito pro-capite del 270 per cento, più o meno simile a quello che venne realizzato in Lombardia, e che ancora nel 1980 la “fabbrica” occupava, tra diretti e indiretti, quarantamila lavoratori (a fronte di una città di duecentomila abitanti) e fissò il record di produzione di acciaio.
L’Ilva e Taranto sono una grande scommessa, in particolare del governo, la cartina di tornasole per verificare sino a che punto può considerarsi innovativo l’esecutivo guidato da Matteo Renzi. Perché è evidente che non si tratta solo di salvare una produzione strategica mantenendola italiana (condizione essenziale per evitare che Taranto torni a essere terreno di sfruttamento e conquista), ma anche, con appositi interventi, di rimettere in equilibrio quei due poli costituzionali, lavoro e salute. Paradossalmente, proprio la fabbrica che ha fatto esplodere la contraddizione, può diventare l’occasione per sanarla, verificando sino a che punto esiste una volontà politica capace di andare al di là delle dichiarazioni pubbliche. Insomma, Taranto merita di non essere più schiacciata su quella drammatica alternativa: la fame o il cancro. Merita di vivere, decentemente. Merita di avere contemporaneamente lavoro e salute; merita di avere un ruolo strategico nel sistema produttivo italiano e non soltanto un posto nelle statistiche meno rassicuranti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Lo Stato, i numerosi governi che si sono avvicendati nell’ultimo mezzo secolo hanno contratto un debito onerosissimo con questa città: è venuto il momento di saldarlo. Come si dice: hic Rhodus, hic salta; verificheremo, qui ed ora, di che pasta è fatto realmente Matteo Renzi.

 

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