Può la rete diventare politica?

 Dei molti fattori che hanno contribuito alla globalizzazione, il progresso delle telecomunicazioni ha avuto l’impatto più immediato ed evidente sulla qualità delle relazioni sociali. L’accelerazione impressa dalle nuove tecnologie informatiche sta radicalmente modificando la vita quotidiana delle persone, svincolando le nostre esistenze dai limiti spaziali e temporali che avevano contraddistinto la modernità. Non soltanto è aumentata esponenzialmente l’accessibilità e la rapidità delle informazioni, ma è cambiato il modo stesso in cui le organizziamo e le trasmettiamo in tempo reale attraverso lo spazio fisico, oggi convertito in una rete telematica orizzontale, refrattaria ai confini geografici e alle gerarchie. L’idealtipo della vita digitale, in cui la maggior parte degli interessi e delle azioni degli individui si svolgono nell’arena virtuale di internet, ricalca ogni giorno di più la quotidianità degli occidentali (e non solo), connessi alla rete ventiquattro ore al giorno; non a torto, l’internauta si profila come il prototipo del cittadino globale, la cui socializzazione trascende le vecchie categorie nazionali della cultura, della politica e dello stato per librarsi nella fluttuante dimensione della postmodernità. Il non luogo di internet, insomma, costituirebbe una vera e propria utopia egalitaria in cui ogni utente parteciperebbe, a pari condizioni, al capitale della società della conoscenza. Tralasciando la distanza empirica che separa tale scenario dalle ineguaglianze perpetrate nell’ambito dell’economia reale (di cui, non a caso, il digital divide è una conseguenza diretta), credo sia necessaria una riflessione anche sul piano teorico, soprattutto alla luce del ruolo che i nuovi media hanno assunto nella politica europea e, in modo assai più eclatante, nella primavera araba.

Per quel che riguarda la politica, la progressiva digitalizzazione dei rapporti sociali porta con sé rischi e opportunità. Da un lato, la connettività della rete sembra l’unico strumento in grado di allargare il perimetro della partecipazione e far fronte alle sfide transnazionali che sfuggono ai soggetti politici tradizionali, troppo lenti e stanziali; dall’altro, però, l’allargamento di detto perimetro corrisponde a un drastico appiattimento della qualità della partecipazione, sovraccaricata da una mole ingestibile di input – quel che l’informatica chiamerebbe buffer overflow. Per fare un esempio, è inverosimile che la nostra mente possa conservare la stessa empatia per l’incidente di Fukushima, per la guerra in Libia e per le elezioni amministrative in Italia: spostando lo sguardo dal flusso delle notizie in tempo reale agli accadimenti di un mese o più, ci rendiamo conto molto facilmente di cosa sia l’attenzione selettiva e di quanto risulti condizionata dall’agenda dettata dai media. La teoria dell’agenda setting non è una novità, ma lo è la struttura interattiva che i mass media stanno adottando. La rivoluzione informatica, per le caratteristiche che ho descritto, sta spostando l’asse del problema dal pluralismo delle fonti al modo di organizzare le informazioni; non è vero soltanto per il giornalismo, scisso tra professionismo e citizen journalism, ma anche per la politica, laddove il popolo della rete reagisce alla crisi dei partiti e delle istituzioni tentando la via dell’autogestione multimediale.

Il punto è che la simultaneità della rete mal si concilia con i tempi di riflessione necessari al buon funzionamento della democrazia, rischiando di aggravare la superficialità del dibattito pubblico o di disperdere l’impegno civile in mille rivoli. Alla lunga, il tipo di agenda disorganizzata e sempre più congestionata che emerge dalla rete rischia di sviare tanto quanto l’agenda tradizionale, i cui difetti erano ben noti e perciò compensati da adeguate contromisure critiche. Non intendo dire che i social network, i blog e gli altri strumenti del web 2.0 non rappresentino una straordinaria opportunità per il progresso dell’informazione e della partecipazione politica, tutt’altro; sostengo però la necessità di elaborare una critica sistematica del medium, affinché ne siano valorizzate le potenzialità e bilanciate le distorsioni. Considerare internet alla stregua di una panacea per tutti i mali del potere è un atteggiamento ingenuo e controproducente: basti pensare alla vacuità programmatica delle piazze italiane autoconvocatesi via web (il “popolo viola” o la manifestazione per la dignità delle donne), che non riescono a trasformare l’aggregazione di un giorno in partecipazione costante e incisiva, o ai nodi irrisolti della primavera araba, il cui vuoto organizzativo rischia di essere occupato dagli interessi costituiti di attori politici ben lontani dall’originale spirito democratico delle rivolte.

Si è discusso molto sulla relazione tra media e politica, specialmente da quando la televisione ha egemonizzato il dibattito pubblico. Dal celebre monito di McLuhan in poi, che affermava “il medium è il messaggio”, ci siamo impegnati a capire e criticare l’influenza della televisione sulla politica e la società. Internet potrà fare molto meglio della tv: è un medium orizzontale, fondamentalmente non gerarchico e interattivo, perciò il suo messaggio (parafrasando McLuhan) è intrinsecamente democratico ed egalitario. Tuttavia, se non vuole rimanere un non luogo virtuale ma incidere concretamente sui rapporti di forza che governano la realtà, bisogna che l’utopia della rete ceda un po’ di spazio al compromesso e trovi il modo di misurarsi con la questione dell’organizzazione (e delle gerarchie che inevitabilmente seguiranno).

 

Mario Trifuoggi

fondazione nenni

Via Alberto Caroncini 19, Roma www.fondazionenenni.it

One thought on “Può la rete diventare politica?

  1. Sono molto d’accordo. L’autore ha fatto riferimento alla rivolta nei paesi arabi, ma io voglio richiamare quello che successo a Napoli con l’elezione di un sindaco outsider che ha conquistato lungamente nel non luogo di internet la fiducia dei giovani attraverso Internet; ho visto la passione e la volontà di una volta e di dare una svolta alla città. Ho sostenuto De Magistris nel ballottaggio. ma rispetto alla esaltazione acritica di internet ho dichiarato che sì bisogna confrontarsi con i nuovi mezzi di comunicazione valorizzarli per quello che esprimono di uguaglianza e di nuova partecipazione, ma essi sono utili per estendere la protesta e dare coscienza della forza della democrazia, ma il governo democratico ha bisogno di consenso sul merito.Che la democrazia abbia bisogno del confronto pubblico e dell’apporto delle competenze è un dato della civiltà dalla democrazia greca. Oggi, le città sono di milioni di abitanti, e la società dell’informazione mette a disposizione mezzi eccezionali per fare correre le informazioni, ma il problema del mondo contemporaneo è come coniugare informazione digitale, democrazia delegata, partecipazione popolare e sedi di riconoscimento di identità culturale e d’interessi sociali quali sono i partiti. Se no l’informazione si coniuga con il personalismo, Berlusconi docet. Giustamente afferma l’autore dell’articolo bisogna che la nuova informazione si confronti con l’organizzazione e quindi con le gerarchie. La democrazia richiede l’uno e l’altro e li legittima democraticamente.

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