L’oclocrazia dei nostri giorni, ovvero il governo delle masse

“È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora”. Winston Churchill, in tempi lontani dai nostri, con un velo di ironia commentava quella che ad oggi è probabilmente l’unica forma di governo legittimata in occidente.

È facile intuirne la ragione. La parola “democrazia” sa di libertà, civiltà, benessere. Il fatto che i cittadini stessi siano i primi responsabili del proprio governo, offre una fondamentale garanzia: il rispetto della volontà popolare.

Come tutte le forme di governo, tuttavia, anche la democrazia ha i suoi limiti. Limiti che vanno tenuti presente per il preservamento della stessa.

Già dai tempi degli antichi greci, che della cara democrazia sono i padri, era emerso tra gli intellettuali, e soprattutto tra gli storici, il fatto che essa può essere soggetta a degenerazioni, alla stregua delle altre due forme di governo positive individuate all’epoca- monarchia e aristocrazia. Per lo storico Polibio, a cui si deve la teoria dell’anaciclosi[1], ovvero l’alternarsi ciclico dei regimi, la democrazia era la forma di governo più sviluppata, a cui si era arrivati dopo un’evoluzione iniziata con la monarchia, degenerata poi in tirannide, per seguire con l’aristocrazia (governo dei migliori), a sua volta degenerata in oligarchia (governo dei pochi). Con il tempo, però, anche la democrazia avrebbe conosciuto il suo declino, trasformandosi in oclocrazia.

Questo termine, oggi poco utilizzato, si rivela di estrema attualità. Oclocrazia significa governo delle masse. Meno letteralmente, viene a volte tradotto con “demagogia”.

Scrive Polibio nelle sue Storie:

 

“Finché sopravvivono cittadini che hanno sperimentato la tracotanza e la violenza […], essi stimano più di ogni altra cosa l’uguaglianza di diritti e la libertà di parola; ma quando subentrano al potere dei giovani e la democrazia viene trasmessa ai figli dei figli di questi, non tenendo più in gran conto, a causa dell’abitudine, l’uguaglianza e la libertà di parola, cercano di prevalere sulla maggioranza; in tale colpa incorrono soprattutto i più ricchi. Desiderosi dunque di preminenza, non potendola ottenere con i propri meriti e le proprie virtù, dilapidano le loro sostanze per accattivarsi la moltitudine, allettandola in tutti i modi. Quando sono riusciti, con la loro stolta avidità di potere, a rendere il popolo corrotto e avido di doni, la democrazia viene abolita e si trasforma in violenta demagogia”.

 

Questa riflessione potrebbe anche concludersi qui, con delle parole risalenti al secondo secolo avanti Cristo.

La nostra democrazia rinata dopo la distruzione totale della Seconda guerra mondiale, vive oggi una profonda crisi di valori, dove anche i più fondamentali- l’eguaglianza, la dignità della persona- vengono lasciati da parte da una massa di aggressività ed ignoranza. Forse è vero: non conosciamo più la sofferenza. Non abbiamo vissuto la violenza sulla nostra pelle e non sappiamo più riconoscere il giusto dall’ingiusto, il vero dal falso. E forse a molti non interessa neanche farlo. Non a caso, pochi giorni fa, alle parole del ministro dell’Interno Matteo Salvini si sono opposte quelle della senatrice a vita Liliana Segre, che di certo la sofferenza l’ha conosciuta. Eppure, quando ha parlato in difesa dei Rom, popolazione sotto il mirino della continua e poco risolutiva campagna d’odio che stiamo vivendo, c’è chi si è permesso di replicare che è facile parlare, quando non si è mai stati derubati dai suddetti Rom. Alla Segre. Deportata ad Auschwitz.

Episodi del genere si sono verificati a migliaia nella follia delle ultime settimane. Come può la democrazia rimanere genuina di fronte a un’arroganza così cieca?

Il popolo è diventato massa. Siamo in piena oclocrazia. Accattivato da un ricco cavaliere, il popolo italiano ha ceduto all’egoismo e all’avidità, dimenticando la solidarietà, prendendosela con gli ultimi e tenendo buoni i veri nemici della giustizia.

Per Polibio, a questa fase dovrebbe seguire un nuovo inizio del cerchio. Speriamo di no. Significherebbe tornare indietro. Ma per evitare che la democrazia autentica perda la sua ragione d’essere, è compito di chi ancora crede profondamente nei suoi valori- che poi sono quelli della nostra Costituzione- portare luce sulla squallida oscurità in cui ci stiamo addentrando. Con il dialogo- per quanto sia duro parlare con chi non vuol sentire. Con la diffusione della cultura. Con le buone pratiche di legalità anche nel più piccolo.

 

[1] Teoria poi ripresa più volte nel corso della storia, ad esempio da Cicerone e Machiavelli.

giuliaclarizia

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