San Valentino, storia e controstoria


-di SALVATORE BONADONNA-

Giorgio Benvenuto e Antonio Maglie, attraverso la riproposizione di un lavoro per la Fondazione Bruno Buozzi, offrono uno spaccato dell’Italia che, dalla metà degli anni ’70, segnati dalle crisi economiche e dal terrorismo, comprende il decennio successivo e si proietta, nella ragionata premessa degli autori, oltre la caduta del Muro di Berlino e il crollo dell’URSS, nel declino torbido e triste della cosiddetta prima Repubblica.

L’asse su cui si impernia questo ragionare su oltre un ventennio italiano è rappresentato da “Il divorzio di San Valentino”, che è il titolo dei due volumi rinchiusi in un cofanetto sobrio e invitante, corredato da una amplia bibliografia, da un utilissimo glossario, da brevi ed efficaci biografie dei protagonisti, dalle date significative per la politica e per il sindacato nel decennio ’75 – ’85 e da un utile indice dei nomi. Il sottotitolo fa capire, anche a chi non avesse vissuto e conosciuto quei tempi, di che cosa si tratta: “così la scala mobile divise l’Italia”.
Uno spartiacque drammatico nella vicenda sindacale del nostro paese viene analizzato in tutte le fasi della dinamica che, dalle trattative tra le parti e i rapporti con il governo, si sviluppa nella dialettica politica e sindacale e sfocia nel decreto del governo Craxi che taglia quattro punti di scala mobile. Gli autori scavano questa dinamica per proporre un’analisi della condizione sociale, della struttura della politica e dei Partiti, dei sindacati dei lavoratori e della Confindustria, che certamente sollecita più di una riflessione, suscita interrogativi. E quelle domande inducono a scontrarsi con la incapacità odierna di strutturare domande e dare risposte cha abbiano riferimento ad una idea di società e non il senso del rimedio temporaneo, corporativo, finalizzato alla necessità di acquisire consenso elettorale a prescindere dalla coerenza, da ogni criterio di equità e giustizia, da ogni fine di eguaglianza.
Giuste o sbagliate che fossero le domande, le risposte e le diverse posizioni di allora, vere o forzate le interpretazioni, corrette o meno che siano state le azioni compiute dai diversi soggetti in campo, condivise o meno, rimane, attraverso la lettura del testo, un senso di “pieno”, di pensieri, di riflessioni, di politica intesa nel senso proprio di scelte per la trasformazione dell’esistente.
Per questo leggere i capitoli di analisi e descrizione degli eventi sindacali, sociali e politici del tempo, inframmezzati da ricchi e gustosi profili dei tanti protagonisti di quelle vicende, costituisce un arricchimento, una sollecitazione a riflettere; una fonte anche per chi non fa lo storico di professione e vuole conoscere più da vicino, calarsi nel clima di fatti e vicende di cui magari ha solo sentito parlare. E cogliere il fitto intrecciarsi di rapporti, formali ed informali, tra sfere della politica, istituzioni, partiti, singoli dirigenti e personalità delle università, in una logica di confronto di idee e di battaglia politica non condizionata, come adesso, dalla dinamica del potere individuale.

Prendere le distanze dall’immediato.
Temo che chi ha meno di quarant’anni e non abbia avuto motivi specifici per conoscere quel periodo e quei fatti, anche se oggi è impegnato in vario modo nel fare “politica”, sia risucchiato in un presente dilatato che, nascondendogli il passato, gli preclude la possibilità di vedere il futuro se non come mondo di desideri e di aspettative da appagare. Tranne eccezioni apprezzabili, che fanno capo ad aree di impegno sociale di matrice religiosa o laica, la percezione e l’idea che le nuove generazioni hanno della politica, dei partiti, dei sindacati, delle organizzazioni padronali, delle istituzioni statuali, regionali e comunali, è quella che viene trasmessa attraverso il flusso ininterrotto di notizie che quasi mai contengono informazioni e, meno che meno, informazioni che possano essere utili strumenti di conoscenza, capaci di alimentare ricerca autonoma e critica. Non che le cronache quotidiane della politica triste e arraffona non favoriscano il formarsi di queste posizioni di rifiuto e di disimpegno. Certamente, il diffondersi del pensiero postmoderno, sradicato dal substrato delle grandi ideologie che hanno alimentato il confronto, il conflitto, i drammi e le tragedie terribili ma anche le avventure umane più esaltanti, appiattisce nella semplificazione del sistema binario ogni capacità di comprensione della realtà concreta.
La caduta e la delegittimazione dei pensieri forti non consente di vedere oltre il confronto immediato e occasionale, di considerare quanto di comune e di profondo ci sia oltre le abitudini, le individualistiche pulsioni che spingono a comportamenti omologati ma estranei ad un consapevole sentire. E se qualche crepa comincia a manifestarsi in questa indifferenziata inconsapevolezza si deve ai colpi pesanti che la crisi economica e sociale comincia a fare sentire nella vita di tanti, nella inconsistenza dei tanti tentativi di allontanare da se l’impatto violento e pesante che questo presente non conosciuto e, quindi, non criticato provoca in ciascuno.
Basta considerare la limpida e dura portata del lavoro spirituale ed intellettuale, il coraggio e la forza pedagogica, che impiega Papa Francesco per parlare della realtà e farla cogliere come fatto storico a chi la vive. La sua capacità di parlare agli uomini e alle donne, credenti, non credenti, diversamente credenti, del destino comune che lega l’umanità e ogni essere vivente, la terra stessa e l’Universo, insegna la chiave per uscire dallo spazio limitato, e in verità infinito, che sta tra 0 e 1 della logica binaria.
Tornerò su queste considerazioni a proposito della interessante e diffusa premessa che gli autori hanno scritto per presentare le ragioni e le intenzioni dell’opera e svolgere considerazioni sul presente della politica, del sindacato, della società.

Una rottura e il suo significato
Nel campo definito dal lavoro di Benvenuto e Maglie, la rottura della Federazione Sindacale Unitaria è assunta come punto di approdo di un progressivo logoramento dei rapporti unitari tra le Confederazioni sindacali, influenzato, addirittura condizionato, da un ruolo esorbitante del PCI nel limitare l’autonomia delle scelte della CGIL. Una tesi che certamente contiene alcuni elementi di verità ma non esaurisce, a mio modo di vedere, il campo delle situazioni e delle condizioni da esaminare per dare conto delle scelte di ognuno dei soggetti, collettivi o individuali, coinvolti.
Certo la narrazione degli eventi, dei singoli episodi, la rappresentazione del clima sociale, culturale e politico in cui quella narrazione si colloca, gli stessi profili dei protagonisti, le loro radici storico politiche, cattoliche, laiche o socialiste, le loro spiccate personalità, costituiscono un microcosmo di grande interesse. In uno sfondo nel quale le grandi conquiste di diritti e di potere dell’Autunno Caldo cominciano a scolorire per la mancanza di uno sbocco politico coerente a livello di riorganizzazione della società e del sistema politico, di nuovo assetto di potere e di modello di sviluppo, presenta una sua coerenza quasi a tutto tondo in quanto emargina le increspature e le contraddizioni come fattori distorcenti riferibili a singole responsabilità politiche. Certo, lo svolgersi di quegli eventi in coda ad un decennio segnato dall’irrompere del terrorismo e dall’intreccio di questo con le trame più oscure della strategia della tensione, dà conto di quanta densità di problemi si sia accumulata attorno ad una vicenda sindacale che veniva a proporsi come decisiva di equilibri politici generali anche al di la, forse persino al di la, degli intendimenti dei protagonisti.
Alla luce di tutto questo può apparire paradossale che un decennio, gli anni ’70, di lotte unitarie in difesa dei diritti e della democrazia contro il terrorismo e le pericolose insorgenze eversive che si manifestavano da parte dei movimenti neofascisti, penso ai moti di Reggio Calabria ma anche alle ricorrenti voci di colpi di Stato, oltre alle stragi, possa avere portato il più importante movimento sindacale unitario dell’Europa a subire l’offensiva frontale del padronato e di tutte quelle forze che avevano subito come insopportabile la conquista di diritti e di potere da parte dei lavoratori e delle lavoratrici.
Non è certamente un caso se quel movimento nato nel ‘68 dura oltre il mitico Maggio francese e si moltiplica occupando gli spazi della organizzazione politica ed istituzionale, dalla scuola alla magistratura, dalla medicina alla psichiatria, fino a legittimare il conflitto come elemento costitutivo della democrazia repubblicana e non come febbre occasionale da curare per essere ricondotto nella fisiologia imbalsamata di un sistema politico bloccato, dentro un assetto internazionale retto da un equilibrio dei blocchi scaturito ad Jalta, che poteva essere increspato e attraversato dalla guerra fredda ma non messo in discussione.
Quel movimento incubava altro, diversi sistemi di valori, diverso assetto del potere. Per quanto possa apparire enfatica la definizione, irrompeva nella scena del dopoguerra una fase nuova ed inedita della lotta di classe proprio nella fase di massimo sviluppo del capitalismo nel dopoguerra. Quella fase si chiude con l’avvento della signora Thatcher e di Ronald Reagan; ma i segnali erano già arrivati dalla decisione unilaterale degli Stati Uniti di rompere il sistema di Bretton Wood e proporre la propria moneta come termine di intermediazione degli scambi a livello del mondo capitalista.
Non faccio carico a Benvenuto e Maglie di non richiamare questi elementi, ma di considerarli come elementi di contesto, come sfondo quasi neutro sul quale si proiettano gli avvenimenti che si svolgono in Italia e in quel tempo determinato. Quasi che quelle fossero condizioni oggettive e naturali da cui non potere prescindere, anzi alle quali subordinare, come necessitate, le scelte da compiere.
Su questo punto mi pare che risieda la necessità di sviluppare una interlocuzione critica con il lavoro di Benvenuto e di Maglie. E proprio a partire dalla vertenza strategica che apre gli anni ’80, la ristrutturazione della Fiat, i licenziamenti di massa, i 35 giorni di presidio ai cancelli, l’accordo indotto dal crearsi di una condizione sociale e politica generale della quale gli stessi sindacati non erano più i soggetti determinanti. Troppo semplice attribuire a Berlinguer e alla sua politica di riqualificazione della fisionomia del Partito l’indebolimento del sindacato, come se il padronato in generale e la Fiat in particolare non avessero finalità politiche e di potere, come se Craxi non stesse conducendo una sua legittima battaglia per conquistare un ruolo autonomo e forte nel panorama politico italiano.
Purtroppo bisogna recriminare il fatto che, diversamente da quanto suggerivano studiosi molto attenti alle mutate condizioni della divisione internazionale del lavoro e delle sue ricadute in europea e in Italia, la politica italiana rimaneva chiusa e ripiegata sulle questioni interne degli equilibri tra le forze. Federico Caffè, non un marxista ortodosso ma keynesiano rigoroso, che richiamava tutti alla priorità della occupazione e del lavoro rispetto ai problemi derivanti dall’inflazione, rimaneva della sua “solitudine del riformista” e gli studi di Sylos Labini sulle classi sociali venivano letti in funzione delle scelte tattiche dei partiti o dei sindacati o della Confindustria. Disattenti alla condizione di settori in cui l’Italia poteva vantare primati e altrettanto superficiali su questioni che riguardavano il settore strategico dell’auto, si delegavano alla famiglia Agnelli le scelte che avevano e avrebbero continuato a condizionare il paese. La Fiat era stata salvata dall’intervento libico nella metà degli anni ’70 e si apprestava a cambiare strategia globale, privilegiando la finanza e la diversificazione sotto la spinta di Romiti. La FIAT impedirà che un concorrente come FORD potesse entrare nel mercato dell’auto attraverso il marchio storico dell’Alfa Romeo; e Craxi ne fece un grazioso omaggio alla famiglia Agnelli. E’ legittimo interrogarsi sulla adeguatezza dell’analisi dei sindacati e anche dei partiti sullo stato e le prospettive di quell’impresa nel momento che proponeva una riduzione di 24.000 lavoratori? Ricordo le “conferenze di produzione” promosse dal Consiglio dei delegati della Fiat nelle quali operai e i tecnici sollevavano questioni relative alla debolezza delle scelte aziendali, alla mancanza di progetti innovativi sia nei processi produttivi che nei prodotti; e forse non è un caso se la produzione Fiat ha avuto un calo di qualità e di quantità che approderà all’era Marchionne. Si apriva anche per la Fiat la prateria della finanza e delle privatizzazioni degli asset strategici della economia italiana. Se c’è una cosa che va ripresa e sottolineata dalla intellettualmente onesta premessa ragionata degli autori è proprio quella che riguarda il declino, non proprio limpido, della economia italiana sotto la scelta sciagurata della “modernizzazione” di cui la sinistra, il centrosinistra in particolare, si è fatta portatrice pensando di potere battere in questo modo la concorrenza del pensiero e delle forze liberiste, catalogando ingiuriosamente ogni posizione diversa e critica come conservatrice. Lo smantellamento del sistema delle Partecipazioni Statali, iniziato da Craxi Presidente del Consiglio e Prodi Presidente dell’IRI, era solo la reazione ai processi corruttivi che si diffondevano nel sistema o non anche, se non prevalentemente, il disegno di sovvertire quella forma originale di intervento dello Stato nell’economia che aveva favorito lo sviluppo di un sistema industriale diffuso, moderno, capace di rappresentare punti di eccellenza in settori strategici? Invece di curare il male che si era diffuso in quel sistema si preferì abbatterlo. E’ bene riflettere su questo punto adesso che si è venuto affermando un modo di intervento dello Stato nella economia affidato ad un ente privatizzato come la Cassa Depositi e Prestiti, sottratto al controllo democratico del Parlamento, che agisce nella logica socialmente deresponsabilizzata del mercato.

Una tesi discussa ma da non lasciar cadere
Per semplificare, ciò che porta al paradosso della caduta di quel sindacalismo italiano sta nel non avere saputo sviluppare ed indirizzare l’inedito movimento sociale e di lotta maturato alla fine degli anni ’60 che aveva messo in discussione, contemporaneamente, l’organizzazione del lavoro industriale e non solo, le forme della rappresentanza del lavoro organizzato, i presupposti “oggettivi” su cui si fondavano l’una e l’altra cosa: il come, il cosa e il per chi produrre. Quel movimento metteva in crisi l’assetto del potere, la gerarchia dei saperi, le fondamenta della diseguaglianza sociale, l’ordine costituito della politica nelle sue forme partitiche e delle organizzazioni sindacali. Di fronte a questa sfida il sindacato di classe e il partito di massa si mostrarono impari ed impreparati. E’ evidente che non c’erano ricette pronte all’uso e tantomeno esempi da seguire; ma un sindacato che aveva avuto la forza e il coraggio di trasformare se stesso, di fare il “sindacato dei consigli”, di sfidare l’assetto dell’economia e della società con l’idea di “un nuovo modello di sviluppo” avrebbe dovuto avere il coraggio di osare.
Peraltro, come richiamano in più occasioni gli autori, nella sinistra legata al movimento operaio non c’erano solo dirigenti ciecamente ortodossi impegnati nelle bieche logiche di potere giocato nella sfera separata della politica; c’erano dirigenti eterodossi in tutte le Confederazioni, nel PCI, nel PSI e anche nelle formazioni laiche e in quelle che interpretavano in modo creativo gli insegnamenti della Dottrina Sociale della Chiesa.
Non elenco i nomi perché basta la lettura dei profili che gli autori inseriscono nel volume, sono sufficienti gli ampli stralci di discorsi e ragionamenti di tanti protagonisti, che Benvenuto e Maglie riportano con appropriata collocazione, a sostenere che un’altra strada non era forzatamente preclusa. E se è vero che la storia non si fa con i “se”, mi pare altrettanto vero che ragionare appunto sui “se”, su ipotesi di “controstoria”, può essere utile se non altro ad evitare di tornare a percorrere gli stessi cammini. Colgo segni di questa fruttuosa ipotesi nelle riflessioni che gli autori sviluppano nella premessa anche se gli stessi fanno risalire il dilagare del neoliberismo in Europa alle resistenze, anche italiane, nei confronti delle ipotesi socialdemocratiche da parte di conservatori e massimalisti arroccati nei partiti comunisti. Credo, al contrario, che proprio il cedimento culturale, il vero e proprio collasso ideale (ideologico) della socialdemocrazia europea abbia aperto le porte la neo liberismo e, come si vede oggi, al dilagare del pensiero regressivo, reazionario e persino razzista che si manifesta nell’Europa. E tale collasso si manifesta clamorosamente in simultanea, come abbiamo ormai avuto modo di sperimentare, con il crollo di quel modello che per settant’anni si proponeva come alternativo.

La logica delle compatibilità
Il “Divorzio di San Valentino”, in questa ottica, diventa un antefatto, una sorta di scossa sismica remota che comincia a manifestare l’esistenza di una faglia che seguirà percorsi e sviluppi complessi e contraddittori; ma si inscrive in questo quadro e in questa logica. E’ come se, davanti alla crisi mondiale, allo shock petrolifero, alle manovre di difesa degli Stati forti, il sindacato si sentisse stretto nella morsa delle conquiste acquisite e delle nuove insorgenze sociali ed economiche a livello europeo e mondiale. Certo erano presenti le riflessioni attorno agli effetti di appiattimento salariale indotti dall’egualitarismo, certo pesava l’effetto dell’accordo, impropriamente riferito a Lama ed Agnelli, sul punto unico di contingenza – e gli autori fanno bene a presentare onestamente l’ampiezza e l’articolazione delle posizioni a quel proposito – certo si manifestava una possibile divaricazione tra politiche salariali e politiche di occupazione e la riapertura, in termini nuovi, del divario tra Nord e Sud dopo il superamento delle “gabbie salariali”.
Proprio a partire dalla famosa Piattaforma dell’EUR, che poteva anche risentire del clima in maturazione verso il compromesso storico, le Confederazioni invertono la marcia come se la correzione dei possibili “danni collaterali” degli accordi conquistati potesse risiedere nella progressiva restituzione di salario e di potere. In qualche modo, scusandomi per la rozzezza, è come un ritorno a quella logica di “accordo quadro” che la CISL di Bruno Storti aveva proposto a metà degli anni ’60 come condizione per il rinnovo dei contratti. Chi ricorda sa che, un anno dopo, la rivolta operaia nelle fabbriche fa saltare ogni artificioso quadro di compatibilità entro cui circoscrivere le rivendicazioni operaie. Proprio lo scambio tra sacrifici salariali e potere politico risulta indigesto; e tutte le pregevoli elaborazioni di fonte sindacale, penso a Trentin e Garavini, a Carniti e a Bruno Manghi, a Benvenuto e a Mattina e anche alle elaborazioni torinesi di Pugno e Bertinotti, volte a cercare forme di consolidamento dei poteri conquistati e di espansione su altri campi dell’organizzazione del lavoro e degli assetti sociali, restano, purtroppo, ipotesi di scuola. Un altro “eretico” Pietro Ingrao, si avventurava sui terreni di un altro modello di sviluppo e proponeva una riflessione strategica su Masse e Stato.
Appunto, il ’68 e l’autunno caldo, ad un certo momento, vennero considerati un accesso di febbre che bisognava ricondurre alla fisiologia del sistema. Mi risuona nelle orecchie la reiterazione di Luciano Lama: “il salario non è una variabile indipendente!”. Affermazione tanto vera quanto ovvia ripetuta per affermare che non è la lotta salariale che fa “saltare” il sistema; ma certo la moderazione salariale entro i limiti di compatibilità definiti dall’esterno, dal Governo anche attraverso accordi sindacali, era destinata a perpetuare il sistema della subordinazione del lavoro all’impresa. Non è un caso se i cosiddetti “nuovi sociologi” sostennero, e con consensi persino imprevedibili nel sindacato, che si doveva passare dalla centralità del lavoro alla centralità dell’impresa. Il “pensiero debole” aveva intrapreso il suo cammino!
La sequenza degli accordi, fino al fatidico 14 febbraio dell’84 e al decreto Craxi, illustrano con chiarezza la dinamica correttiva e “risarcitoria” a cui il sindacato è costretto passo dopo passo. E questo implica modificazioni notevoli nel sindacato, nel suo modo di essere, nella sua struttura di rappresentanza e di unità.

Il travaglio della Federazione Sindacale Unitaria
Già la scelta di pervenire alla Federazione Unitaria CGIL CISL UIL invece che alla nascita del Sindacato Unitario del Consigli richiama le discussioni, i dibattiti che si intrecciarono dentro e tra le confederazioni e gli stessi sindacati di categoria. Il fatto che potessero esserci aggregazioni operaie diverse da quelle confederali, penso a Potere Operaio, era considerato qualcosa di non ammissibile. L’elezione diretta dei delegati su scheda bianca, tutti elettori e tutti eleggibili e revocabili, chiamava in causa direttamente la rappresentanza delle confederazioni e dei sindacati di categoria. E come si sarebbe arrivati, con quali percorsi, ad eleggere i gruppi dirigenti ai diversi livelli fino alle segreterie nazionali?
Nella mia esperienza ricordo un confronto netto ed alto tra Trentin e Garavini; il primo preoccupato di consentire una innervatura delle rappresentanze dei delegati nelle strutture delle organizzazioni sindacali, il secondo, sostenuto dai dirigenti che più si erano esposti sul versante dell’elezione diretta, propenso a costruire una forma organizzativa essenzialmente imperniata sui Consigli. Ma non solo nella CGIL si sviluppò questo confronto. In termini diversi, per la specificità delle Confederazioni, analoghi confronti si ebbero nella CISL e nella UIL, anche attraverso aperture significative verso rappresentanti qualificati di quella che veniva chiamata Nuova Sinistra. Sindacato istituzione o sindacato movimento?
E la scelta della Federazione, su cui tutti convenimmo come primo passo concreto verso l’unità, non poteva non portarsi dietro e contenere le diverse culture e sensibilità. Per questo non mi convince la rappresentazione di un sindacato condizionato solo dalla mancanza di autonomia della corrente comunista della CGIL, perché anche le altre Confederazioni subivano oggettivamente condizionamenti politici e governativi. Quello che mi preme sottolineare, e lo riconoscono gli autori, è la esistenza di dialettiche incrociate dentro e tra le confederazioni e i sindacati di categoria; questo consenti che il divorzio non diventasse rottura permanente e definitiva. Anzi approderà nel ’92 e nel ’93 a quegli accordi che cancelleranno definitivamente il meccanismo di indicizzazione dei salari e sottoporranno i salari e la contrattazione a parametri predefiniti. Credo che come non mai sia appropriato attribuire a quel percorso politico sindacale il titolo del bel saggio di Bruno Manghi: “Declinar Crescendo”. E il secondo termine, ormai, è di troppo!

Il dramma di San Valentino e il referendum
Il decreto di San Valentino rappresentò il precipitato di tutte le tensioni, delle linee di frattura sopite, delle ambizioni politiche non dette, delle frustrazioni non elaborate. Non è un caso se, un anno prima, l’accordo Scotti che conteneva l’ipotesi del “risparmio contrattuale” dello 0,5%, fu contestato proprio su quel punto che, a mio avviso e di tanti che lo contestarono, avrebbe potuto essere accolto se fosse stato proposto e discusso con i lavoratori, prima del confronto con il governo, come avvio alla costituzione di un fondo di mutualità capace di finanziare attività autogestite, forme cooperative di produzione e lavoro. Purtroppo, invece, cominciava a configurarsi quella idea di sindacato che doveva affermare la propria rappresentanza autoreferenziale rispetto alla effettiva rappresentatività degli iscritti e dei militanti. Il sindacato veniva chiamato ad essere partner degli assetti di governo facendosi garante delle compatibilità di un sistema economico nel quale la centralità del lavoro veniva sostituita dalla centralità dell’impresa. Il quel contesto, che vedeva coinvolta anche una parte importante del gruppo dirigente comunista del Partito e del sindacato, la scelta di Craxi di ricorrere al decreto rappresentava l’affermazione di un potere che non ammetteva incertezze e la sfida a chi non condividesse. E non fu un caso se la discussione, come ricordano gli autori, investì i gruppi dirigenti comunisti e non solo la dialettica tra le Confederazioni.
E il Referendum promosso contro il decreto non fu, nella testimonianza che posso darne, la scelta irosa con cui rispondere al decreto. Il movimento di contestazione dell’accordo e del decreto non fu sollecitato ed organizzato dai trinariciuti del PCI guidati da un Berlinguer scottato dal fallimento del “compromesso storico” e dalla fine dei governi di unità nazionale, anche se fu colto come un fatto sociale rilevante e potenzialmente foriero di opportunità politiche.
Le prime reazioni organizzate partono da quelle fabbriche che avevano forti strutture consiliari, da posti di lavoro significativi come il Consiglio dei delegati del Corriere della Sera, da strutture territoriali e di categoria che avevano sviluppato le tendenze salarialiste proprie del sindacalismo cosiddetto riformista e da altre, penso a quelle torinesi, che maggiormente erano espressione di esperienze organizzate di contropotere, di controllo sulla organizzazione e l’ambiente di lavoro e della organizzazione sociale. Il decreto venne vissuto come un vulnus alla autonomia del sindacato e si sviluppò una critica tanto più forte nei confronti di una confederazione come la CISL di Carniti che con maggiore forza era stata storicamente restia ad interventi governativi in materia contrattuale. E mi permetto di osservare che i delegati CISL e UIL, promotori e partecipanti della manifestazione di Piazza San Giovanni, non erano “carneadi” come sostenne Carniti con verve polemica, ma espressione di realtà importanti di organizzazione operaia, e Giorgio Tiboni non era proprio un anonimo quadro sindacale!
Certamente la organizzazione della campagna referendaria fu travagliata, era chiaro il disimpegno di molti gruppi dirigenti e il boicottaggio da parte dei socialisti della CGIL che portò la Organizzazione in una sorta di limbo. Come era clamorosa la campagna mediatica volta a colpevolizzare i delegati promotori accusati di indifferenza verso la crisi che attraversava il paese; tema, questo, sempre molto efficace per le orecchie sensibili dell’ala migliorista del PCI che, mentre considerava il capitalismo italiano arretrato non vedeva la capacità propulsiva delle lotte operaie rispetto alla innovazione di processo e di prodotto specie nell’industria manifatturiera.
I promotori del referendum erano accusati di defezione rispetto alla lotta all’inflazione, di indifferenza verso la crescente disoccupazione senza considerare e farsi carico che il paese attraversava una fase lunga di inflazione e disoccupazione. La Malfa predicava la necessaria riduzione dei consumi attraverso il contenimento salariale per contrastare la crisi mentre Riccardo Lombardi, in sintonia con Caffè, continuava a sostenere la necessaria priorità della piena occupazione come via d’uscita dalla tenaglia rappresentata dalla inflazione e dalla stagnazione economica.
In quella campagna referendaria venne a riproporsi quell’idea di sindacato unitario da cui espellere i comunisti e magari sospingerli alla formazione del “sindacato comunista”. Benvenuto e Maglie hanno rappresentato con onestà intellettuale quel dibattito e quella fase anche specificando le forze e i dirigenti, Martelli in primo luogo, che stavano lavorando per questo obiettivo. Per certi versi a metà degli anni ’80 si riaffacciò la tesi emersa con la rottura del ’48, la nascita della CISL e poi della UIL, e la tentazione di portare anche nel sindacato la “cortina di ferro”. Allora Di Vittorio e Fernando Santi ebbero la capacità di evitare quella deriva che, circa quarant’anni dopo si sarebbe riaffacciata ed evitata grazie alle sensibilità unitarie presenti nelle Confederazioni che furono prevalenti rispetto alle tentazioni che coinvolsero non pochi dirigenti socialisti della CGIL.

Gli esiti del Referendum
In quel clima di pesante condizionamento, e dopo la drammatica scomparsa di Enrico Berlinguer, l’esito del Referendum fu negativo per i promotori e vide il più alto tasso di astensione rispetto a tutti gli altri referendum che lo avevano preceduto. L’analisi di Antonio Agosta, che gli autori opportunamente riportano integralmente, dà conto non solo dell’andamento del voto nelle singole regioni e aree geografiche del paese, restituendo l’immagine di una paese articolato nella sua composizione sociale, ma anche di due elementi significativi, politicamente rilevanti. Il primo è che il voto fu sostanzialmente politico e confermava, sostanzialmente, per il 70%, la espressione di voto nella tornata elettorale amministrativa svoltasi appena un mese prima del referendum. Il secondo è rappresentato da un significativo 15% di elettori comunisti che avrebbero votato per il “no” e di un 17,1% di elettorato socialista che avrebbe votato “si”; solo il 51,4% dei socialisti avrebbe seguito la indicazione del partito. Se quanto riguarda i comunisti conferma il disimpegno, se non il boicottaggio, dell’area cosiddetta “riformista”, ciò che attiene ai socialisti rappresenta, a mio modesto avviso, quella strutturata coscienza di classe che resisteva alla deriva liberista impressa da Craxi e Martelli al PSI. Del resto per il “no” si era schierato il Partito Radicale fortemente liberista, e due terzi dell’elettorato del MSI, ancorato alle politiche di destra e anticomuniste, aveva preferito non partecipare al voto come il quasi 37% dell’elettorato socialdemocratico e il 31,5% di quello socialista. Riflettere su questi dati avrebbe dovuto spingere a capire che quel decreto avrebbe sostanzialmente strutturato un movimento di interessi antioperaio, magari motivato da ragioni diverse e persino contraddittorie. Il referendum rappresentò senza dubbio la cartina di tornasole di questo processo sociopolitico.
Sono propenso a condividere la ipotesi degli autori secondo cui se Berlinguer non fosse morto avrebbe, in qualche modo, cercato una via d’uscita che non mortificasse i lavoratori e lo stesso ruolo dei comunisti; ne aveva l’autorevolezza e l’acume politico che mancò ai suoi successori, anche se non sono sicuro dell’esito. L’ala “riformista” del PCI aveva perduto l’autonomia culturale per tentare un approccio rigoroso con Craxi; quella “berlingueriana”, molto plasmata sulla politica politicante, non aveva gli strumenti adeguati per intervenire su questioni complesse di rilevanza sociale e contava sull’effetto che la memoria del leader scomparso avrebbe potuto esercitare.
Ma il risultato fu quello, il “no” vinse. E, se il senso di responsabilità di molti dirigenti evitò una rottura più grave tra i sindacati non altrettanto avvenne a livello politico tra le forze della sinistra. Lama e la CGIL, anche durante la complicata campagna referendaria, avevano respinto l’idea che quel dissenso dovesse portare alla fine del Sindacato dei Consigli, difesero l’idea che la consultazione preventiva dei lavoratori avrebbe potuto e dovuto garantire l’unità; e trovarono le vie per riprendere la interlocuzione e, almeno, le forme necessarie di unità d’azione. Craxi fece di quel risultato la bandiera del suo stile di governo cercando di massimizzarlo anche nelle elezioni. Ma se è vero che nelle politiche del 1987 il PSI supera il 14% e segna il suo migliore risultato storico, è altrettanto vero che quel risultato, come riconobbe Martelli, fu molto al di sotto delle aspettative; lo sfondamento a sinistra non c’era stato e l’egemonia sulla Democrazia Cristiana era bel lungi dall’essere affermata. I cinque anni successivi, drammaticamente densi di trasformazioni epocali nel mondo, nel nostro paese avrebbero visto il sistema politico travolto dagli scandali e dal malaffare. Ma questo rimanderebbe ad un altro libro!
Nella già lodata premessa gli autori si spingono a guardare gli avvenimenti nella società, nella politica e nel sindacato e, giustamente, ne traggono valutazioni critiche e negative. Attribuiscono, sostanzialmente, l’evoluzione negativa alla mancata adesione di tutta la sinistra alla visione socialdemocratica. Ho detto prima perché questa tesi non convince, e gli avvenimenti di questi anni e mesi recenti confermano che proprio la caduta di ogni idea di alternativa al capitalismo, fosse quella socialdemocratica o quella del blocco sovietico, sostituita da una pratica gestionale e subalterna a quel capitalismo che si esprime nella sua forma finanziaria e globalizzata, sta alla base della crisi di civiltà a cui l’umanità va incontro. Seguendo le elaborazioni di tanti dei protagonisti, intellettualmente onesti, dell’epoca del decreto e del referendum, traggo conferma di questa tesi che, al dunque, dà conto della morte della politica, del declino del sindacato nella sua subalternità, del pericolo mortale che corre la democrazia che abbiamo conosciuto sotto i colpi di un potere finanziario che la mette in discussione esplicitamente e chiama i governi, che si mostrano corrivi, ad operare par la revisione in senso autoritario delle Costituzioni Democratiche maturate nell’Europa antifascista e antinazista. Avanti verso il Medio Evo!

Un interrogativo provocatorio
Le forme e le strade attraverso cui si giunge a questo stato delle cose le indica con illuminata semplicità Papa Francesco nella Enciclica Laudato Si, e le richiama con coraggio e determinazione in ogni occasione, davanti ai umili e ai potenti. Le definisce come il prodotto dello sfruttamento, termine divenuto desueto nel linguaggio dei politici “moderni” e utilizzato con mille prudenze anche da tanti che vengono dalla storia e dalla cultura del movimento operaio.
E’ lecito, a conclusione della lettura del lavoro di Giorgio Benvenuto e Antonio Maglie, e delle considerazioni della loro premessa, rivolgere loro, in forma interrogativa, quella che nel Maggio francese era una affermazione: “Cedere un poco è capitolare molto”?

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