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I giovani della Liberazione


-di MARTINO LONGO-

 Quest’anno ricorre il settantaduesimo anniversario della festa della Liberazione dal nazi-fascismo. Un giorno, il 25 Aprile, che è stato scelto a emblema della libertà, dove si celebrano, al di là di ogni simbolismo, gli uomini e le donne, che diedero la vita per la patria rappresentando, con il loro sacrificio, l’icona di un Italia che sembra oggi aver smarrito quell’identità. 25 Aprile vuol dire quindi anche risvegliare le sopite membra di una coscienza nazionale, che non trova più testimonianza, di quel sacrificio che permise all’Italia di essere libera.

  La scelta di quei giovani, nati tra il 1922 e il 1925, denota un segno di forte discontinuità con la loro storia. Infatti erano nati sotto la dittatura fascista. Giovani quindi allevati da un regime che aveva trasformato il Paese in una grande caserma, che irreggimentava la gioventù nelle organizzazioni paramilitari dell’Opera Nazionale Balilla, poi Gioventù Italiana del Littorio, sotto il motto “Credere, Obbedire, Combattere”. Perciò la loro scelta ha un forte significato simbolico anche perché, non legati a nessun vecchio partito né agli esuli antifascisti, che potessero rappresentare per loro un esempio, decisero di disobbedire al regime e schierarsi contro di esso. E’ proprio dall’incontro fra il vecchio e il nuovo antifascismo che nasce la Resistenza. I due fiumi, divisi per anni dagli argini del regime, confluiscono. Il vecchio antifascismo dell’esilio, della cospirazione, del silenzio e dello sdegno che dal principio si oppose al regime, rifiutandone l’assimilazione e il nuovo antifascismo, nato dentro il fascismo, giunto ora a rinnegarlo.

 Perciò è alla scelta di quei giovani che dobbiamo guardare, alla forza di opporsi a quel regime, per anni li aveva cresciuti nell’illusione di un glorioso futuro,  è sul sacrificio di quelle giovani vite che va rifondata l’Italia. 25 Aprile vuol dire libertà.

Chi più sembra ignorare tutto ciò sono proprio i giovani, gli stessi giovani che settanta anni fa decisero di abbracciare con la loro stessa vita la  Resistenza. Le ragioni per cui quei giovani, che rappresentavano il 75% dei combattenti dell’esercito di liberazione,  decisero di unirsi ai partigiani e salire in montagna sono le più varie e disparate. Infatti si va dallo spirito d’avventura il più comune e sentito fra i giovani, passando per l’opportunismo per fuggire dalla città e alla casualità di quei giorni caotici e imprevedibili, per attendere così in armi l’arrivo dell’alleato. Un opportunismo però cosciente, poiché unendosi ai partigiani si dichiarava di aver scelto di stare contro il tedesco, con tutti i rischi che ne seguivano. C’era anche inevitabilmente una componente politica, che  solamente in minima parte influenzò i giovani. Ma si andava in montagna soprattutto per rappresentare una protesta vivente, per un sentimento elementare di dignità, e questo era proprio di ogni partigiano giovane o anziano che fosse. Non uno spirito eroico ma lo spirito umano che non si abbandona alla rassegnazione, non si lascia attanagliare dalla morte ma di fronte ad essa riafferma la propria umanità. Ecco qui nasce la Resistenza, qui la Liberazione.

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Via Alberto Caroncini 19, Roma www.fondazionenenni.it

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