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Alfredo Reichlin e la sinistra orfana del popolo


-di ANTONIO MAGLIE-

L’ultimo grido di allarme per un’Italia che gli appariva sempre più in difficoltà, sempre più priva di un tessuto connettivo, sempre meno consapevole della sua condizione di comunità nazionale, lo aveva lanciato poco tempo prima del referendum del 4 dicembre, annunciando dalle colonne de “l’Unità” la sua scelta di votare per il “male minore”: il “no”. Gli sembrava che quel processo allontanasse ancor di più la sinistra da quella che era stata la sua missione storica, esaltata negli anni della guerra di Liberazione, consacrata con la nascita della Costituente, realizzata attraverso la costruzione di un regime parlamentare che aveva un obiettivo: riscattare dalla invisibilità ampi strati della popolazione italiana, quelli più umili, ritagliare un posto ai lavoratori sulla scena politica. E il 30 settembre dello scorso anno lo aveva scritto con chiarezza: “Il problema non è chi comanda ma con chi si comanda”. E il “con chi” aveva una risposta chiara: con il popolo perché “ è il partito ridotto a puro servizio del capo tramite Serracchiani, che non funziona”. Alfredo Reichlin si è spento a 91 anni (era nato a Barletta il 26 maggio 1925). È stato un grande dirigente del Pci (direttore de “l’Unità”, segretario regionale in Puglia, stretto collaboratore di Enrico Berlinguer).

Ormai prossimo alla fine, aveva assistito con una certa inquietudine alla divisione che si era prodotta all’interno di un partito, il Pd, alla cui nascita aveva partecipato scrivendo le regole etiche. Non aveva condiviso la scelta di chi aveva deciso di abbandonare ma al contrario di altri compagni si era guardato bene dal bollarli con la scomunica. E appena otto giorni fa in un articolo sempre per “l’Unità” aveva spiegato: “Mi appare ancora più evidente il nesso tra la ricostruzione di un’idea di comunità e di paese e la costruzione di una soggettività politica in grado di accogliere, di organizzare la sua partecipazione popolare e insieme di dialogare, di comporre alleanze, di lottare per obiettivi concreti rafforzando il patto costituzionale, quello cioè di una Repubblica fondata sul lavoro. Sono convinto che questi sentimenti, questa cultura siano ancora vivi nel popolo del centrosinistra e mi pare che questi sentimenti non sono negati dal percorso nuovo avviato da chi ha deciso di uscire dal Pd”.

Reichlin era un uomo dalle analisi raffinate, il segno distintivo di coloro che erano cresciuti nel solco politico di Pietro Ingrao, uomini semmai di “eresie incompiute” ma non per questo disposti a bruciare gli eretici sulla pubblica piazza. Al contrario intenzionati a tenere aperti canali di collegamento valorizzando i motivi di identità piuttosto che quelli di diversità (in molti casi più tattici che realmente di contenuto, sentimentali più che effettivamente ideologici). Persone capaci di tenere aperte le strade di un nuovo incontro evitando di restare prigionieri degli orpelli ideologici. Una “liberazione” che sempre in quell’articolo Reichlin invocava per comprendere che i problemi dell’Italia non erano risolvibili con qualche mossa sulla scacchiera del potere: “È ora di liberare dalle gabbie ideologiche la cosiddetta seconda Repubblica”. E ancora (con un evidente riferimento alle impostazioni renziane): “Non sarà una logica oligarchica a salvare l’Italia”. In lui era forte la paura di una sinistra che perde il suo popolo e che si impegna a dividere il popolo nel suo complesso. Una preoccupazione che aveva sottolineato annunciando il suo voto referendario: “È su di lui (Renzi, n.d.r.) che ci chiede più chiaramente ogni giorno di votare. Egli chiede un plebiscito”. E oggi, a tre mesi di distanza dall’apertura delle urne, le sue parole appaiono profetiche: “Milioni di italiani si scontreranno… sul voto popolare e diretto al capo del governo. Ponendo fine così di fatto al regime parlamentare e all’attuale divisione dei poteri”. Rivelava “l’idea angosciosa che il destino dell’Italia come comunità nazionale e come organismo statale rischia di non essere più nelle nostre mani”. E chiudeva la profezia: “Quella scommessa che Renzi si era illuso di vincere con la straordinaria energia del renzismo (un uomo solo al comando, chi non sta con me è contro di me, lo svuotamento di partiti, sindacati e organismi sociali intermedi) mi pare fallita”.

Era quell’Italia che perdeva la vecchia pelle senza trovarne una nuova che lo preoccupava perché, come aveva scritto in una lettera a “la Repubblica” gli affanni del Paese non erano il prodotto solo della crisi: “È in discussione la statuto, la figura della nazione italiana… Si è creato un vuoto di identità e di valori che è il vero brodo di coltura della corruzione”. Temeva che la politica avesse disperso la capacità di tenere insieme le persone come pure era riuscita a fare alla fine della guerra, dopo il viaggio di De Gasperi negli Usa e la successiva rottura con il Pci. Ricordava che c’era nel partito tanta voglia di “menare le mani”, di rompere tutto ma Togliatti bloccò quella deriva mettendo al riparo la Costituzione dalle dinamiche contingenti della politica: “Era chiaro che si trattava di una casa di tutti, concepita non per favorire un governo contro i suoi nemici”. Per quella Repubblica lui aveva preso le armi: l’ha lasciata largamente imperfetta ma ancora salva e in parte fedele alla sua anima originaria, ma anche con tutti i pericoli incombenti sul suo futuro che inascoltato denunciava.

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