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Europa, Trump accusa la Merkel. Non senza ragione


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-di ANTONIO MAGLIE-

Donald Trump fra qualche giorno si insedierà ufficialmente al vertice degli Stati Uniti, in sostanza dell’unica vera superpotenza mondiale in un pianeta che non è più da tempo bipolare e che nel frattempo sta provando a diventare (sotto la spinta di diverse e non convergenti ambizioni) multipolare. L’uomo, obiettivamente, con la sua esibita “scorrettezza” politica inquieta anche perché ha già mandato all’aria una serie di certezze (non tutte positive, comunque) che hanno caratterizzato gli ultimi ventiquattro anni, dalle due amministrazioni Clinton alle ultime due di Obama. In questi giorni ha picconato tutto e tutti, emulo in chiave planetaria e industriale del più nazionale e artigianale Francesco Cossiga.

Oggi, 16 gennaio, con un paio di interviste, la sua iconoclastia politica in versione demagogica ha raggiunto il punto massimo visto che in un sol colpo ha centrato al cuore la Nato (cosa in fondo bizzarra per la “potenza” che la guida soprattutto secondo le sue necessità da molti decenni), il progetto di integrazione europea santificando la Brexit e invitando gli altri paesi dell’Unione a seguire Londra su quella strada, mettendo all’angolo quella che è considerata da tutti (più o meno malvolentieri) la nazione-guida europea cioè la Germania.

Per quanto risulti sgradevole concordare con la verve polemica del tycoon bisogna ammettere che il suo affondo contro Berlino scalderà, da questa parte dell’Atlantico, molti cuori e gli stessi politici europei, a cominciare dai tedeschi, commetterebbero un gravissimo errore se lo derubricassero a semplice sparata demagogica in preparazione del trionfale ingresso alla Casa Bianca. Ha detto il neo-presidente alla Bild: “L’Unione Europea di base rappresenta soltanto un mezzo per raggiungere gli obiettivi della Germania”. Diciamolo con chiarezza: è quello che in tanti pensano e non solo in Italia.

La Merkel ha risposto: “Penso che noi europei abbiano nelle mani il nostro destino”. Il problema è tutto in un aggettivo: “nostro”. Chi e cosa coinvolge quel “nostro”? I confini della Germania o quelli dell’intera Unione? I popoli dei vari laender tedeschi o quelli dei diversi stati dell’Europa? Perché The Donald forse è stato troppo diretto e anche un po’ approssimativo, ma la Merkel è proprio convinta di aver “guidato” l’Europa avendo come punto di riferimento l’interesse di tutti e non soprattutto quello del suo Paese? Perché l’opinione che in questi anni si è sempre più consolidata è che le scelte di Berlino siano state orientate da una semplice convinzione: ciò che è bene per la Germania è bene per l’Europa. Ma quanti in Grecia si sono sentiti titolari del proprio destino, quanti hanno potuto gestirlo con le proprie mani e quanti sono invece giunti alla conclusione che siano state le mani di altri, ispirate da Berlino, a gestirlo al loro posto, anzi contro di loro?

Forse la Germania non ha “usato” l’Unione come un taxi, certo non si è prestata a fare da taxi a chi avrebbe avuto bisogno di un “passaggio” perché claudicante. La Merkel e Wolfgang Schaeuble si sono preoccupati molto del rispetto delle regole da parte degli altri soci del club di Bruxelles però quando sono stati beccati a violarle non solo hanno fatto orecchie da mercante ma hanno addirittura negato (come ha fatto il ministro delle finanze) che la cosa fosse avvenuta forse perché la contestazione riguardava un tema (l’avanzo commerciale) su cui con chiara evidenza Berlino lucra da tempo notevoli benefici (a discapito di tutti gli altri) nella sostanziale “disattenzione” di Bruxelles. Ha ragione la Merkel: il destino degli europei è nelle mani degli europei. A patto che quelle mani non vengano mozzate.

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