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Articolo 18, niente referendum: il governo respira


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-di ANTONIO MAGLIE-

Il governo tira un sospiro di sollievo. Ma forse anche chi temeva che il referendum sull’articolo 18 potesse accelerare la discesa verso le prossime elezioni anticipate (un anticipo della scadenza, come auspicato da alcuni ministri, primo fra tutti proprio quello del lavoro, Giuliano Poletti, avrebbe determinato lo slittamento di un altamente sgradito e imbarazzante appuntamento referendario). La Corte Costituzionale, come era ampiamente previsto, ha tolto alla “margherita” innaffiata dalla Cgil un solo petalo. Quello più importante. Lasciando gli altri due, meno preoccupanti, compreso quello che chiederà agli italiani di stabilire se i voucher vadano o meno confermati come strumento di pagamento dei lavori (teoricamente) occasionali. L’altro petalo è quello della responsabilità in solido appaltante-appaltatatore.

In pratica la Corte Costituzionale salva il “cuore politico” del Jobs Act. Perché se fosse stato ritenuto legittimo il quesito sull’articolo 18, certo a nessuno nel governo sarebbe venuto in mente di mettere mano alla normativa (cosa che, invece, hanno già annunciato di voler fare per i voucher). Se il segno dell’attuale esecutivo è la continuità, allora non si poteva certo pensare di ammainare quella che è stata la bandiera (ormai piuttosto polverosa come spiegano i deludentissimi dati sull’occupazione) di Matteo Renzi, issata da quello che è ancora il ministro del lavoro in carica, Poletti. Insomma, un bel sospiro di sollievo che renderà più rapida e agevole la convalescenza dell’attuale presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni.

Ciò però non toglie che la questione dell’articolo 18 e del Jobs Act nella sua forma globale resti un rebus con il quale la politica italiana e, soprattutto la sinistra, dovrà continuare a fare i conti. Lo strumento non ha funzionato: lo dicono i numeri che confermano quello che tutti pensavano dall’inizio e che cioè i posti di lavoro non si creano per editto divino ma attraverso gli investimenti e che gli incrementi nelle assunzioni che si sono avuti nel primo anno di vigenza del provvedimento sono stati dovuti essenzialmente alla decontribuzione. Venuta meno quella, è venuto meno anche l’interesse degli imprenditori ad assumere.

Alla fine di quest’anno il quadro sarà ancora più chiaro e tutto lascia presagire che in assenza di una seria politica industriale, di una vera politica di sviluppo, di un credibile riavvio della programmazione puntellando quelle aree in cui abbiamo accumulato straordinari ritardi (ricerca, innovazione), provando con strumenti affidabili a ridurre l’ampiezza della forbice tra Nord e Sud allargatasi dopo anni in cui la questione meridionale è stata considerata problema non essenziale, l’occupazione resterà asfittica, frenata da un tasso di disoccupazione ormai di nuovo prossimo al 12 per cento e da un tasso di disoccupazione giovanile che sfiora il quaranta (un dato che certo chiama in causa le rigidità della legge Fornero ma che obbliga anche a riflettere sul fatto che le prospettive giovanili non possono essere affidate alla panacea del turn over in un Paese che negli anni passati ha mandato in pensione numerosi quasi-anziani sostituiti, però, in misura molto limitata; e in un’epoca in cui Industria 4.0 determinerà una notevole distruzione di lavori: insomma, non prendiamoci in giro).

Il governo temeva l’effetto-bomba; gli artificieri della Corte Costituzionale hanno ricomposto tutto in un più tollerabile effetto-petardo. E la cosa può anche essere positiva: questi sono argomenti che hanno bisogno di una iniziativa forte e continua e il fatto che la supplenza delle urne sia saltata obbliga chi pensa che la politica a sinistra debba ripartire dai temi del lavoro (oltre che da quelli sociali, dell’equità, della libertà e della tolleranza) a impegnarsi di più e meglio. Obbliga i partiti a produrre qualche tweet in meno e semmai qualche progetto in più.

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