Europa dell’Est: i frutti delle rivoluzioni colorate


Demonstrators clash with riot police officers at Maidan, Kiev's central squ

-di MAGDA LEKIASHVILI-

Per cambiare qualcosa certe volte bisogna iniziare da capo. Ricominciare a vivere, lottare per vincere. Ogni organismo vivente fa questi passi, persino lo Stato, rappresentato dalle persone scelte da parte dei cittadini. C’è sempre bisogno di un rinnovamento.

La strada per lo sviluppo passa attraverso due binari: la rivolta rivoluzionaria che porta a risultati immediati, o il cosiddetto “developmental approach”, che dà i suoi frutti col tempo. Quest’ultimo funziona quando lo Stato è fondato su istituzioni democratiche, nel quale i rappresentanti del governo discutono seduti intorno ad un tavolo e le decisioni vengono prese d’accordo con la maggioranza. Perché il governo è come una squadra di calcio. Si compone di giocatori di varie età. Con alti e bassi nella loro storia di giocatori. Con sconfitte e vittorie. Con una differenza però, i calciatori riconoscono i loro limiti e sanno quando ritirarsi e lasciare il campo ai più giovani, per rinfrescare la squadra.

Quando lo Stato non è sviluppato a tal punto, entra in gioco l’opzione numero uno, le rivoluzioni, che mirano al cambiamento. Va, però sottolineato, che non si tratta di colpi di Stato. Dietro ci sono i giovani riformatori, Che godono dell’appoggio della maggioranza dei cittadini. Non a caso queste rivoluzioni hanno un colore.

Si può parlare di successo per le rivoluzioni colorate se sono riuscite a fondare, stabilire, un sistema, che riesce a svilupparsi democraticamente.

La congiuntura politica perché una rivoluzione colorata avvenga sono le elezioni. Il partito, o i partiti dominanti percepiscono le elezioni come teatro di brogli. Vengono falsificati i risultati e non rimane altra scelta che non sia esprimere la protesta attraverso la strada. Le risorse fondamentali sono l’accesso ai media, la capacità di mobilitare le masse, inclusa la distribuzione di simboli e i gadget rivoluzionari, assicurando supporto logistico in caso di protratte manifestazioni od occupazioni, e di poter esercitare un’azione di monitoraggio del voto e di tabulazione parallela dei risultati. Sotto questo profilo gioca un ruolo fondamentale il supporto delle organizzazioni internazionali. Loro devono riconoscere l’inattendibilità delle elezioni. Le rivoluzioni non vengono guidate dai partiti o dai leaders che non sono i vincitori nelle elezioni.

Nel ventunesimo secolo ci sono state due rivoluzioni nell’Europa dell’Est. L’Ucraina e la Georgia sono state accomunate da un’evoluzione politica autonoma. In Ucraina si formò un regime incentrato sulla figura del presidente, Victor Janukovich, e sulla cerchia dei suoi collaboratori. Allo stesso tempo il presidente Eduard Shevardnadze (già ministro degli affari esteri del’Unione Sovietica) in Georgia mantenne il potere in modo autoritario. Questi due presidenti godevano di un certo appoggio sia da parte degli occidentali che della Russia e questo li aiutò a mantenere il potere fino agli anni duemila, quando le rivoluzioni colorate costrinsero i presidenti ad abbandonare le loro “poltrone”. Successivamente entrano in gioco due nuovi personaggi politici, Mikheil Saakashvili e Victor Jushenko, di formazione occidentale e filo atlantici, che prendono in carico il potere rispettivamente in Georgia e Ucraina.

In Georgia nel Novembre del 2003 sotto la guida di Saakashvili si riunirono migliaia di cittadini nella piazza centrale per protestare contro i risultati delle elezioni parlamentari. Le elezioni vennero definite come illegittime, e quindi non venne nemmeno accettato il risultato (secondo il quale aveva vinto il partito di Shevardnadze). L’onda della protesta venne allargata e il movimento vinse proprio grazie a questa rivoluzione, la cosiddetta “Rivoluzione delle Rose”.

Dopo un anno esatto, il movimento di protesta raggiunse anche l’Ucraina, con la “Rivoluzione Arancione”. Anche in questo caso, il motivo scatenante fu la protesta contro i risultati delle elezioni presidenziali del 2004, dove secondo i primi dati Victor Janukovich era in vantaggio. Lo sfidante Jushenko, però, contestò i risultati e raggruppò i suoi sostenitori in piazza, denunciando il suo predecessore di brogli elettorali.

Il risultato immediato di queste rivoluzioni colorate, pacifiche, sono i cambiamenti sistemici, che portano riforme contro la corruzione e il nepotismo e l’inizio della costruzione di istituzioni democratiche. Sarà il tempo a giudicare il resto. Se i governi giovani riusciranno a costruire un nuovo stato liberale su un giusto fondamento, allora piano piano ci avvicineremo al modello occidentale.

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