La festa del Ku Klux Klan per Donald Trump

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-di VALENTINA BOMBARDIERI-

Il 3 dicembre in North Carolina una grande festa e una parata in onore di Donald Trump. Anche non gioendo della vittoria del multimiliardario non ci sarebbe niente di scandaloso… se la parata non fosse organizzata dal Ku-Klux Klan.

Se ancora non vi siete scandalizzati torniamo un po’ indietro nel tempo. Il Ku-Klux Klan è il nome di una organizzazione americana che ha fatto del razzismo e dell’odio per gli stranieri e i diversi la propria, irredimibile religione. Fondata nel 1866 come reazione alla guerra di Secessione e alla concessione dei diritti politici ai neri. Il nome deriva dal termine greco kyklos che significa “cerchio” e dalla parola clan (“famiglia”). Il movimento venne dichiarato illegale e soppresso nel 1869. Venne poi rifondato nel 1915. Negli anni Venti acquisì molta importanza grazie all’adesione di numerosi politici e si rese protagonista di atti di violenza in tutti gli Stati Uniti. Declinò negli anni Trenta per riprendere piede negli anni Sessanta, quando Kennedy lanciò l’offensiva contro la discriminazione razziale e la contestuale nascita di un forte movimento per i diritti civili.

Oggi il movimento (sempre illegale) è polverizzato in piccoli gruppi. L’ideologia razzista rimane la base ben salda del movimento. La superiorità della razza bianca (il suprematismo razzista) e la difesa della patria dalla presunta minaccia dei neri e degli immigrati restano all’interno dell’America (soprattutto quella più profonda di cui in questi giorni si è tanto parlato) pregiudizi piuttosto radicati, che vanno anche oltre i confini del KKK essendo condivisi dagli americani più reazionari.

Conclusione: una organizzazione razzista festeggia il nuovo Presidente degli Stati Uniti. David Duke twitta: “La corsa di Trump ha unito la mia gente. Non sbagliate, la nostra gente ha svolto un ruolo ENORME!”. Un “signore” dal passato e dal presente discutibile. È stato leader del Ku- Klux Klan. Un personaggio dalla biografia decisamente preoccupante: antisemita, razzista e negazionista; si è identificato talmente nel messaggio di Trump che gli ha finanziato la campagna elettorale. Una presenza ingombrante persino per il più “politically incorrect” presidente della storia americana che si è sentito obbligato a precisare di “non conoscerlo abbastanza bene per esprimermi” e a rifiutare, in pubblico ma evidentemente non in privato, l’endorsement del Ku-Klux Klan. Ma le parole sono una cosa e i fatti sono un’altra. Lo sa benissimo David Duke che pragmaticamente non si è tirato indietro e ha continuato a sostenere The Donald, sperando di tornare dopo tre anni di assenza sulla scena americana e di accomodarsi in Senato in Louisiana. Nonostante per i più forse l’unico posto dove dovrebbe accomodarsi sarebbe la cella di una prigione.

Nei tre anni di assenza non è certamente stato con le mani in mano. Ha varcato l’Atlantico con il sogno di costruire un grande movimento internazionale di destra. Ha allacciato rapporti con Forza Nuova in Italia, il Front National delle Le Pen in Francia, l’Independent Party di Farange (l’alleato al parlamento europeo del Movimento 5 stelle) in Gran Bretagna fino a coinvolgere gli Hezbollah libanesi. Un nazista nostalgico che durante una conferenza stampa ha sostenuto con tono spavaldo che nessuno può aspettarsi che “mi scusi per il mio passato”. In realtà nessuno si attende quelle scuse perché in fondo è molto più facile evitare di avere un qualsiasi rapporto con lui. Donald Trump, per Duke, è un esempio, l’ultimo baluardo della “civiltà americana” minacciata da ebrei, neri, latinos e musulmani.

Trump è il suo Presidente, così come il Presidente dei 59.937.338 americani che lo hanno votato. È la regola della maggioranza. Non condivisibile in alcuni casi, ma è doveroso rispettarla. Come è doveroso però dare voce anche ai 60.274.974 americani che hanno votato Hillary. Il meccanismo elettorale per cui ogni Stato assegna al candidato più votato un pacchetto fisso di Grandi Elettori, ha penalizzato la candidata democratica e ci ha probabilmente fatto comprendere che la democrazia maggioritaria contiene forse qualche lacuna. Un dettaglio su cui in pochi si sono soffermati, impegnati com’erano a criticare i media incapaci di capire la “pancia” del paese (in quella pancia banchetta anche Duke) e i sondaggisti incapaci di leggere nel ventre dei numeri a differenza degli aruspici ai quali bastavano le interiora degli animali. Il voto dei Grandi elettorali ha permesso a Trump di diventare un “Presidente minoritario” dotato di una larghissima maggioranza parlamentare: qualcosa, oggettivamente, non va.

Sorprendersi per il fatto che ora la “maggioranza” diventata minoranza per via di un meccanismo elettorale a dir poco iniquo e scarsamente democratico, scende in strada e protesta (per giunta dopo una campagna elettorale profondamente velenosa e divisiva) è esercizio ipocrita. Liquidare tutto, come fa Trump (l’uomo che aveva promesso in caso di sconfitta di non riconoscere il successo dell’avversaria se dal punto di vista dei numeri non fosse stato largo e che adesso si ritrova con una minoranza di elettori e una maggioranza di Grandi Elettori) fa parte del gioco, soprattutto se il gioco lo comanda un ricco signore che non ha certo giocato nei mesi scorsi in maniera molto pulita. A Denver, Los Angeles, Minneapolis, Washington e New York le persone sono tornate in piazza al grido di “Trump non è il mio Presidente”. Solo a Washington i manifestanti sono stati oltre 4.000. Diversi arresti, qualche vetrina distrutta e un po’ di cassonetti incendiati.

Il neo-presidente però fa finta di non vedere che ora potrebbe ritrovarsi a raccogliere tempesta dopo aver seminato a piene mani vento: “Ho appena vinto un’elezione presidenziale aperta e di successo. Adesso contestatori di professione, incitati dai media, stanno protestando, Molto ingiusto!”. Per chi? Per la maggioranza che ha scoperto che il suo voto è stato irrilevante o si è esercitata nell’ “asso pigliatutto”?

Ma evidentemente sta trangugiando amaro e la postura istituzionale che aveva assunto nella notte del trionfo e subito dopo nell’incontro alla Casa Bianca con Barak Obama è già scomparsa. Il vecchio Donald, quello che scalda i cuori dell’America profonda abitata da troppi Duke è tornato sulla scena affermando: “I democratici sono per natura rancorosi se le cose non vanno come piace a loro. È così in tutto il mondo. Fa parte del loro dna”.

Valentina Bombardieri

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