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La buona e la cattiva scuola: confessioni di una professoressa


scuola

-di VALENTINA BOMBARDIERI-

Antonella Romani è una Professoressa in un Liceo di Roma. Ama il suo lavoro e i suoi ragazzi. Noi ci siamo fatti raccontare la scuola da dentro la scuola.

Da quando tempo fa la professoressa, cosa l’ha spinta a fare questo lavoro?

Insegno dal 1985 e sono stata spinta a scegliere questo lavoro per una certa familiarità che avevo con il mondo della Scuola, dato che mia madre è stata un’insegnante appassionata e alcune delle sue amiche erano insegnanti e avevano la consuetudine, a dire il vero abbastanza frequente tra i docenti, di parlare di questioni scolastiche anche nel tempo libero e in molti altri momenti della giornata. In molti periodi della mia lunga carriera ho sentito anche un forte desiderio di trasmettere l’amore per la conoscenza che anche io ho e che ho sempre coltivato. I periodi in cui questo forte slancio non mi ha accompagnato (o mi ha accompagnato in forma più debole) sono stati quelli più difficili dal punto di vista personale, ma anche quelli in cui non ho ricevuto un buon feedback dagli studenti. Il processo dell’insegnamento-apprendimento è un meccanismo complesso, delicato e mai unilaterale. Non può mancare di fiducia, di comunicazione e di reciprocità. Talvolta questi elementi non si consolidano e l’insegnamento finisce per essere più tecnico e meno partecipato, magari anche noioso sia per il docente che per gli studenti. In qualunque ordine di scuola, l’insegnamento e l’apprendimento più efficace passa anche attraverso il cuore, oltre che attraverso la testa.

E’ un’insegnante di ruolo? cosa pensa del concorsone e delle polemiche che ci sono state?

Sono una docente di ruolo dall’anno scolastico 1985-86, ma ho interrotto più volte la continuità del servizio in questi tre decenni, per poter studiare ancora e dedicarmi alla ricerca. L’aggiornamento e lo studio è una pratica molto frequente tra i docenti e non è affatto rara, come talvolta viene pensato e detto impropriamente, a vari livelli.

Per quanto riguarda i concorsi, ritengo che sia giusto bandirli frequentemente, anche per poche cattedre, affinché i neolaureati possano, se lo vogliono, inserirsi nel mondo della Scuola. Tuttavia, questa regolarità e questa buona pratica non c’è stata e negli anni si sono andati formando dei “bacini” troppo estesi di aspiranti docenti. La situazione si è poi aggravata negli ultimi anni, a causa della crescente disoccupazione e della crisi di altri settori lavorativi, con il conseguente spostamento verso il mondo della Scuola dei giovani alla ricerca di un lavoro. Mi sembra che il Concorsone del 2016 abbia risentito, in gran parte, di questa situazione, registrando un altissimo numero di partecipanti e creando addirittura in loro delle false aspettative, a causa di un mancato calcolo delle cattedre e di una omessa esplicitazione dei posti messi a concorso. Da qui, le polemiche sull’aver bandito un concorso anche per classi di insegnamento che sono risultate a posti zero.

Altre polemiche mi sembra che si riferissero al sistema informatico, non sempre ben funzionante, utilizzato nello svolgimento delle prove concorsuali. Altre critiche ancora sono state fatte per l’irrisoria retribuzione prevista come compenso per le numerose ore aggiuntive di lavoro che i docenti e i dirigenti scolastici disponibili hanno sostenuto come membri delle commissioni giudicatrici o come personale vigilante durante le prove. Mi sembra che questi esempi siano già abbastanza eloquenti dell’attenzione e della cura, con cui il Concorsone è stato predisposto e realizzato.

La parte che preferisce e quella che detesta dell’insegnamento.

La parte che preferisco è la ricchezza e la varietà di situazioni che ogni classe e ogni studente presenta ad un docente. In nessuna classe ci si sente uguali e identici al passato. Ogni gruppo pone nuove difficoltà e offre al docente diverse possibilità e modalità di lavoro didattico e di gratificazione. L’aspetto che più mi entusiasma e che da solo vale ogni sforzo compiuto è quel momento in cui riesco a cogliere negli studenti la soddisfazione di aver capito e di aver imparato una cosa nuova. In quella soddisfazione c’è la chiave della conoscenza e della stessa condizione esistenziale umana, perché “una vita senza ricerca non merita di essere vissuta”, come diceva Socrate. E lo diceva senza pensare a titoli accademici, attestati o certificati, ma al profondo significato che il nostro continuo interrogarci sul mondo e su noi stessi, assume in qualunque età della nostra vita. E a tale proposito, ai miei studenti sono solita ricordare uno dei “caprichos” del geniale pittore Francisco Goya. Si tratta di un disegno che ritrae con discrezione e semplicità l’immagine di un uomo molto molto vecchio (forse l’autoritratto dell’artista), curvo su una coppia di bastoni, ma dallo sguardo penetrante e benevolo sul mondo. “Ancora imparo” (“Aún aprendo”) è il titolo di quello straordinario disegno del grande pittore spagnolo. E’ felice quell’insegnante che può cogliere nei propri studenti questo irrinunciabile bisogno dell’essere umano e la gioia che ne può derivare.

La cosa che più detesto nell’insegnamento è il numero troppo elevato di studenti per classe (possiamo arrivare ad avere anche 30 alunni) e la demotivazione degli studenti, ma anche il numero crescente di attività aggiuntive, accessorie e parallele che un docente deve svolgere oltre alla didattica e che rischiano di rendere il lavoro in classe sempre meno proficuo e calibrato sulla classe e sui singoli studenti (personalizzato, come si è soliti dire), ovvero sempre più meccanico e ben poco significativo.

C’è stato un momento in cui ha pensato di lasciare il suo lavoro?

Sì, quando è stata approvata la recente legge sulla “Buona Scuola”, nel passato giugno del 2015. Ero davanti a Palazzo Madama a protestare, insieme a tanti altri docenti che proprio non riuscivano a ravvisare nel testo di legge alcun elemento migliorativo, ma una serie di aspetti che avrebbero potuto solo peggiorare l’organizzazione, il funzionamento e i risultati della Scuola italiana.

Cosa pensa della nuova riforma e che impatto ha avuto sull’inizio del nuovo anno scolastico?

La riforma è stata avviata già nel passato anno scolastico 2015-16 e ha avuto delle significative ripercussioni sul funzionamento e sul clima generale delle singole istituzioni scolastiche: parziale riduzione del valore democratico degli organi collegiali, aumento del potere discrezionale del Dirigente Scolastico, possibile aumento del carico di lavoro non direttamente attinente alla didattica, possibile nascita di tensioni tra i docenti a causa dell’introduzione di un sistema valutativo esclusivamente finalizzato all’elargizione di incentivi economici (il cosiddetto “bonus di valorizzazione del merito”) e non, come dovrebbe essere, di una valutazione di tipo correttivo e migliorativo, di cui ciascun docente può aver bisogno e che risulterebbe particolarmente efficace se fosse effettuata da esperti esterni, competenti e imparziali nel loro giudizio (penso, per esempio, al sistema valutativo adottato in Olanda, Paese che vanta una lunga tradizione in questo specifico settore). Inutile aggiungere che gli incentivi economici previsti come “bonus di valorizzazione del merito dei docenti” risultano essere solo una compensazione e forse un vero e proprio “mascheramento” del mancato adeguamento degli stipendi dei docenti alla cosiddetta “media europea”, che vede i docenti europei tra i meno pagati dell’Europa e del mondo, come sottolineato anche dal rapporto OCSE del 2016.

Per i soli Licei (e non per gli Istituti tecnici e professionali dove il sistema già esisteva ed ha piena ragione d’essere) l’introduzione della cosiddetta “Alternanza Scuola-Lavoro” sta iniziando a mostrare numerosi inconvenienti, quali la perdita di ore di lezione a vantaggio di una formazione professionale che per i liceali non può arrivare mai ad essere specifica e mirata e che viene svolta all’esterno della Scuola, spesso proprio in orario scolastico, con sottrazione di ore curricolari. Anziché collocare negli anni della formazione universitaria il contatto con il mondo del lavoro, in base alle specifiche scelte dei singoli studenti, questo contatto viene impropriamente anticipato al periodo del liceo (scuola non professionalizzante), quasi a voler dire che i giovani italiani necessitano di imparare a Scuola la cultura del lavoro e quasi a voler sperare che in tal modo possano miracolosamente ridursi le cifre preoccupanti della disoccupazione giovanile italiana (37,9% nel 2016). Altri aspetti negativi della Legge 107 del 2015 potrebbero essere ancora sottolineati, e penso alle modalità di utilizzazione del cosiddetto “organico potenziato”, ovvero di un certo numero di docenti assegnati alle singole Scuole, oltre al fabbisogno specifico delle cattedre, e destinati a svolgere attività di potenziamento e di arricchimento dell’offerta formativa, ma già relegati in molte scuole al ruolo di supplenti e “tappabuchi”…

Quali sono gli aspetti che per Lei sono assolutamente da modificare nella scuola italiana e quelli che si potrebbero salvaguardare?

Inizio dagli aspetti che dovrebbero, a mio avviso, essere salvaguardati nella scuola italiana:

  • La Scuola italiana si è configurata, prima di altre scuole di altri Paesi, come democratica, inclusiva e rispettosa delle differenze e della disabilità (basti citare la Legge 517/1977 sull’integrazione dei portatori di handicap nelle classi comuni, una delle prime, se non la prima legge scolastica inclusiva in Europa ).
  • E’ portatrice di una forte tradizione umanistica che risale alla Riforma Gentile (1923) e che ovviamente affonda le radici anche nella specificità storico-culturale dell’Italia. La formazione umanistica, oggi tendenzialmente meno valorizzata di prima, è comunque molto valida per formare una visione contestuale e complessa dei fenomeni e per fornire strumenti critici indispensabili per comprendere la realtà.
  • La scuola italiana è una scuola tendenzialmente fondata sul ragionamento e sul procedimento dimostrativo, quindi ha voluto finora avere un’alta finalità formativa e ha voluto favorire una buona preparazione critica e buone prospettive di adattamento della persona alle situazioni di studio e di vita.
  • A differenza di altri sistemi scolastici, la Scuola italiana ricorre anche alle valutazioni orali che aiutano a formare le abilità comunicative e argomentative. In molti sistemi scolastici si fa quasi esclusivamente uso di valutazioni scritte (test o altri tipi di prova) che sviluppano altre competenze.

Passiamo ora agli aspetti che andrebbero modificati:

L’attenzione alla cultura scientifica e alle discipline scientifiche e tecniche non è sempre stata adeguata e la Scuola italiana ha risentito per lungo tempo dell’impostazione “gentiliana” che non valorizzava le conoscenze scientifiche e tecniche. Oggi questa svalutazione è stata superata, ma c’è il rischio che le caratteristiche formative e critiche derivate dalla cultura umanistica possano essere disperse, a vantaggio di un approccio prevalentemente informativo e strumentale. La Scuola italiana dovrebbe mantenere la sua specificità di scuola formativa e critica, potenziando finalmente anche gli aspetti informativi, tecnici e strumentali. L’apprendimento delle lingue straniere non è adeguato alle esigenze della società attuale. Lo studio delle lingue andrebbe potenziato e andrebbero incentivati e favoriti i periodi di studio all’Estero. Tendenzialmente, la Scuola italiana non ha dato il giusto rilievo all’Educazione fisica e alle attività sportive. Troppo frequenti sono la trascuratezza degli edifici, la cattiva manutenzione e la scarsa cura degli ambienti e delle aule. Troppo spesso ci troviamo a trascorrere molte ore della nostra giornata in brutte scuole! Nella scuola italiana non è adeguato lo sviluppo dell’interdisciplinarietà e del lavoro docente in team (nella scuola primaria si lavora in team da molto tempo, ma non nelle scuola media inferiore e superiore). Le percentuali di dispersione scolastica risultano troppo elevate, mentre potrebbero essere contenute attraverso un diverso supporto agli studenti e alle famiglie, oltre che attraverso un migliore coordinamento del team docente. Le scuole tecniche e professionali dovrebbero essere rivalutate, scelte e frequentate con maggiore rigore e da un’utenza più varia e non fortemente caratterizzata dall’estrazione socio-culturale della famiglia, come avviene attualmente. Le retribuzioni dei docenti dovrebbero essere adeguate e consone alla cosiddetta “media europea”.

Ci racconti qualche aneddoto sui suoi studenti, su questi ragazzi che hanno sempre più difficoltà ad avvicinarsi al mondo del lavoro e vengono definiti bamboccioni. Lo sono veramente?

Mi dispiace, ma non mi viene in mente un aneddoto da raccontare su questo aspetto tanto importante che riguarda la progressiva perdita di aspettative dei nostri giovani e dei nostri studenti e sulle loro reali difficoltà ad inserirsi nel mondo del lavoro. E’ vero, comunque, che i nostri studenti si sono andati progressivamente deresponsabilizzando, anche perché maturare troppo presto non sembra essere molto vantaggioso e utile in questo momento storico ed economico che stiamo vivendo, mentre prolungare lo stato adolescenziale e studentesco può forse ritardare la frustrante ricerca di un lavoro. Molti giovani si lanciano nell’esperienza della ricerca di un lavoro all’estero e non posso non condividere la loro scelta. Mi piace, a questo proposito, ricordare che quando una protettiva madre italiana mi parlò delle sue preoccupazioni per il figlio laureato che si accingeva a cercare lavoro fuori dell’Italia (un mio ex alunno), non resistetti a dirle che non c’era nulla di cui preoccuparsi e che il figlio avrebbe avuto una splendida occasione di crescita e di arricchimento personale se fosse veramente riuscito a trovare una lavoro in un Paese straniero, perché avrebbe potuto conoscere altri modi di vivere e di lavorare, altri stili organizzativi e un’altra lingua, andando oltre il proprio microcosmo e superando ogni possibile e temibile autoreferenzialità.

3 Commenti su La buona e la cattiva scuola: confessioni di una professoressa

  1. Salve, un post molto interessante e foto splendide. Mi sono permesso di utilizzarne una per un post sul mio blog unsolopaese.net. Spero sia d’accordo, diversamente la toglierò immediatamente. Grazie.
    Salvatore Fozzi

    Mi piace

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