Poletti, il ministro delle spallate. Ai lavoratori

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-di ANTONIO MAGLIE-

Il ministro del lavoro, Giuliano Poletti, intervistato da SkyTg 24 ha spiegato, tra le tante cose, che per riformare il lavoro occorreva una “spallata”. Non si capisce bene se la tesi abbia un qualche rapporto con la situazione oggettiva (presente o passata) o solo con la necessità di giustificare il mutato atteggiamento del governo (e, quindi, del ministro) nel rapporto con i sindacati (leggi: trattativa sulle pensioni), un mutamento a trecentosessanta gradi che solo sino a un anno fa appariva più che improbabile, impossibile. Perché poi non si può negare che esista una certa differenza tra l’attuale comportamento dialogante e la premessa che sino a qualche tempo fa precedeva ogni scelta di Palazzo Chigi: il governo siamo noi e decidiamo solo noi, gli altri si adattino.

Perché va detto con sincerità: la ricerca del consenso sociale favorita da un cambiamento di strategia ha assunto velocità accelerate man mano che i sondaggi (sia quelli relativi alle prossime elezioni che gli altri legati al referendum costituzionale) dal bello volgevano al brutto. In sostanza, la metamorfosi dialogante di Poletti (che alcuni anni fa abbandonava irritato un congresso sindacale a causa di dichiarazioni ritenute all’epoca sgradite a un esecutivo che viaggiava col vento in poppa dell’oltre quaranta per cento conquistato alle Europee) non sembra essere il prodotto di una scelta strategica ma di una necessità contingente con la conseguenza che un domani, venute meno le urgenze momentanee, anche i comportamenti potranno cambiare.

Ma al di là degli aspetti formali che possono indurre a malevoli interpretazioni, c’è la questione sostanziale: ma siamo sicuri che sul lavoro occorresse una spallata? E per fare cosa? E, soprattutto, a chi è stata data la spallata? Certo non è stata assestata al tasso di disoccupazione che è sceso in misura insufficiente rispetto alle esigenze del Paese. Un andamento calante molto moderato che con la spallata non ha proprio nulla a che vedere, come dimostrano i numeri dei nuovi contratti in forte ascesa nel 2015 e praticamente stagnanti nel 2016. Quei dati sono semplicemente figli di un “privilegio” riconosciuto alle aziende: la decontribuzione a pioggia che ha esaurito i suoi effetti nel breve volgere di un anno solare. Volendo, soldi buttati un po’ via perché non hanno concimato l’arido terreno dello sviluppo. Il Jobs Act in tutto questo non c’entra assolutamente nulla. O, meglio, serviva a qualcosa: a consegnare all’Europa a cui si chiedeva “comprensione” (cioè flessibilità) lo scalpo che da tempo veniva richiesto e che nemmeno il governo Monti (né prima di lui il ministro Sacconi), vera e propria proiezione di Bruxelles e Berlino, era riuscito a conquistare (almeno nelle forme e nelle dimensioni definitive del Jobs Act).
Se la spallata doveva rimettere in moto un circolo virtuoso, allora il ministro con franchezza dovrebbe ammettere oggi che non è servita a nulla se non ad abbassare i diritti e le tutele dei lavoratori cosa che potrà far piacere a qualche investitore (in giro se ne vedono pochi) ma non si qualifica certo come una atto di “civiltà” né come tale fra dieci o venti anni potrà essere giudicato. In tanti, inascoltati, sottolineavano all’epoca, quando il governo di cui fa parte Poletti sventolava la bandiera del decisionismo senza cedimenti “all’odiata” concertazione, che il lavoro non si crea per legge ma solo con gli investimenti e che gli investimenti per essere stimolati hanno bisogno di una politica economica, di una politica industriale, di una politica dell’innovazione e della ricerca coerente e credibile.

Ci sarebbero volute scelte di ampio respiro e quelle sarebbero state la vera spallata assestata a un sistema politico che da almeno trent’anni vive di quotidianità senza pensare a domani e a dopodomani. Non giriamo intorno alle cose: dall’insediamento dell’attuale governo sono passati due anni e otto mesi e, al di là dei dati che vengono abilmente interpretati, aggiustati, camuffati secondo le stringenti necessità propagandistiche del momento, pochissimo è cambiato sul fronte dell’occupazione, del lavoro e della rinascita economica e produttiva dell’Italia. Saremo anche come vien ripetuto con evidente orgoglio (o forse come filastrocca consolatoria), la seconda manifattura europea, ma siamo anche (e da molti decenni) un sistema in declino. E l’unica spallata al momento è stata data non al declino (e al lavoro) ma ai lavoratori.

antoniomaglie

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