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Economia e fiducia, i decimali non bastano

Teamwork works together to build a gear system

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-di SANDRO ROAZZI-

Se vi complimentate con un lavoratore 50enne perché da quelli come lui dipende il segno più dell’occupazione, attendetevi un sonoro insulto. Sa bene che questo vuol dire un futuro gramo per i figli e una pensione lontana per lui. E, fatto salvo il valore generale positivo del verbale Governo-sindacati, le ultime decisioni sulla previdenza sono una piccola goccia nel mare dei problemi esistenti e non alimentano molte speranze su una vera flessibilità verso la pensione.

L’Istat rileva che l’ultimo aumento dei 162 mila posti di lavoro si devono alla crescita di oltre 400 mila occupati nella fascia di età fra gli ultracinquantenni ed essenzialmente un calo di ben 238 mila unità fra quei lavoratori più giovani che vanno dal 25 ai 49 anni. Inoltre si conferma che il “botto” occupazionale di 589 mila posti di lavoro acquisiti dall’insediamento del Governo Renzi si deve fondamentalmente agli sgravi contributivi.

Il Jobs act ha contato assai meno. Ed a proposito di sgravi emerge la constatazione, già segnalata in passato, secondo la quale mancherebbero due anni di contributi (per precarietà…) a non pochi lavoratori nati fra il 1980 ed il 1990, tanto per capirci durante… la Milano da bere. Forse che gli eroi della seconda Repubblica abbiano fatto pagare ai figli della Prima le… colpe dei padri? Certo è che tale buco potrebbe alla lunga creare nuove falle nella sostenibilità del sistema previdenziale. Un presagio poco tranquillizzante. In prospettiva pare difficile che i “numeroni” sull’occupazione possano avere un seguito se non ci sarà una svolta davvero espansiva dell’economia e cambiamenti forti nel modello di sviluppo che fronteggi la mutazione genetica indoor dalle nuove tecnologie.

Intanto però non andrebbe sottovalutato il nuovo calo del lavoro indipendente, preziosa valvola di sfogo nella recessione per evitare altri disoccupati ma che evidentemente non poteva poggiare su solide basi imprenditoriali. Ed oggi si sfarina. Qualcuno poi si spinge a sentenziare che il minuscolo +0,1% di inflazione a settembre rispetto allo stesso mese del 2015 potrebbe indicare la fine all’incubo deflazione. Ottimismo temerario, vista la consistenza del fattore statistico. In realta’ l’inflazione di fondo, senza energia e prodotti stagionali, naviga su uno striminzito 0,5%, quella acquisita esibisce ancora il segno meno (-0,1% in leggero miglioramento).

Le oscillazioni dipendono in buona parte ancora dai prezzi energetici con il petrolio che è dato, dopo gli ultimi accordi internazionali, in rialzo ma che non è per le tasche dei consumatori una buona notizia. E’ risaputo che fra i misteri del nostro vivere quotidiano c’è quello che vede i prezzi dei carburanti calare lentamente quando quello del petrolio scende, anche in picchiata, ma risalire velocemente alle prime avvisaglie di crescita dell’oro nero.

Certo in estate l’andamento dei prezzi è influenzato come non mai da fattori stagionali. Ma resta il fatto che i consumi procedono a passo di lumaca. Il Governo annuncia uno sforzo nella nuova legge di bilancio su investimenti e incentivi mirati. Direzione di marcia che guarda al medio periodo. Ma al tempo stesso azzarda per il 2017 un Pil che cresce dell’un per cento, mentre le previsioni che vanno per la maggiore lo vedono ben sotto quella soglia. Un rebus che non aiuta a ricreare fiducia nella nostra economia. Visto anche che non di solo referendum vive l’italiano…

Informazioni su fondazione nenni ()
Via Alberto Caroncini 19, Roma www.fondazionenenni.it

1 Commento su Economia e fiducia, i decimali non bastano

  1. Pues hoy hemos aprendido una cosa nueva, la verdad es que se agradecen este tipo de articulos y no muchos de los que nos podemos encontrar en internet, lleno de morralla, te doy mi enhorabuena, besos!

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