Il rialzo dei tassi Usa in un settembre già caldo

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-di SANDRO ROAZZI-

Tira un’aria strana sul Bel Paese mentre l’attenzione dei mercati torna a concentrarsi sul possibile rialzo dei tassi Usa entro l’autunno. In questo periodo, già caldo di suo, ci pensano giornali autorevoli come il New York Times, il Wall Street Journal, l’Economist, a scaldare l’atmosfera attorno all’economia italiana. Si paventa già l’esito del referendum istituzionale per puntare i riflettori sulla fragilità dell’economia con l’intenzione dichiarata di dipingere il nostro percorso economico come una strada tortuosa che può sfociare in una lunga stagnazione. El Pais in modo meno diplomatico, non a caso, parla di “malata d’Europa”. C’e’ da domandarsi se siamo in presenza di un… colpo di sole oppure se lo scenario deprimente sulla nostra economia assomiglia ad un avvertimento ai mercati per prepararsi ad uno shopping a basso costo dei pezzi pregiati dei nostri assett economici ed a ulteriori scossoni in Eurozona. 

Certamente questo clima di sfiducia non aiuta. Tutto questo ragionare avviene peraltro mentre i cosiddetti falchi della Fed scendono in campo per caldeggiare un rialzo dei tassi negli Usa, dopo i dati che vedono l’economia statunitense in buona salute. Sullo sfondo come non vedere in queste posizioni non solo un crescere delle “vocazioni” protezioniste ma anche l’intenzione di sfruttare un ulteriore indebolimento dell’Unione Europea e dei Paesi più deboli in essa. Insomma si addensano nubi su settembre che rendono molto meno agevole, per quel che ci riguarda, la predisposizione della legge di stabilità che non dipende più solo dalla richiesta di massima flessibilità sul deficit da contrattare con Bruxelles ma deve fare i conti con la mina vagante del referendum. 

Al dunque si è riusciti da parte del mondo politico a fare quello che non doveva essere fatto: politicizzare di fatto anche al massimo le scelte economiche dalle quali dipenderà la quantità e la qualità di crescita economica. Il referendum nel… mondo che conta sta diventando un simbolo di instabilità politica, oltre che economica, perfino superiore a Brexit (un non senso) aumentando lo spessore dei nostri problemi e forse inficiando anche i primi progressi del dialogo fra Governo e parti sociali se si arriverà a dover fare scelte impopolari sulle risorse. Non è dato di sapere se si è ancora in tempo per distinguere i campi della politica e dell’economia, ma sarebbe forse saggio che le forze politiche in campo almeno si rendano conto del rischio che corriamo. 

Palazzo Chigi non è esente da responsabilità con la enfatizzazione “salvifica” per i secoli a venire di questa conta, ma il montare di un clima litigioso nel Paese nelle prossime settimane finirebbe per dare un colpo di grazia all’immagine, già oggi non fantastica, del Paese sui mercati e in Europa. E non convince neppure l’accento posto dalla maggioranza di Governo sullo sforzo in atto e da fare per ottenere maglie larghissime sul deficit al fine di giocare tutte le risorse possibili su una ripresa che rimane timida. Inutile ignorare che si tratterebbe di uno sforzo vano se non ci sarà nel Paese il clima giusto per aggredire con coraggio i nodi aperti. 

Indugiare sull’autosufficienza, sugli egoismi, sul disprezzo degli avversari, sulle battute ad effetto, potrebbe allora essere pericoloso. Al di la’ dei nostri confini c’è, come si è visto, chi usa anche spregiudicatamente, i commenti di questo ferragosto lo dimostrano, i nostri contrasti per dipingere il nostro Paese come un predestinato perdente. Sarebbe bene di conseguenza usare il nostro orgoglio nazionale non solo per godere delle medaglie olimpiche ma anche per dimostrare che non siamo per niente alla canna del gas. Ma siamo in grado di realizzare un buon futuro. Ma non basta ripetere come un disco rotto che tutto va bene.

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