Perché legge elettorale e riforma costituzionale sono interconnesse

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“Il referendum non c’entra niente con la legge elettorale”. Le parole di Matteo Renzi dalla Festa dell’Unità di Bosco Albergati, nel Modenese, sono talmente ovvie e inappuntabili, dal punto di vista formale, che quasi risultano convincenti. La legge elettorale è infatti una legge ordinaria, la riforma costituzionale, per sua natura, deve seguire il procedimento aggravato necessario a pervenire alla modifica di una Carta rigida come la Nostra. Due rette parallele che non possono incontrarsi e che, ipse dixit, non c’entrano nulla l’una con l’altra. E allora? Perché le due vicende sono invece talmente intrecciate da far minacciare i componenti della minoranza dello stesso PD di votare No alla consultazione di autunno, qualora non si ponesse mano all’Italicum?

Perché, come al solito, l’Italia è ben lungi dall’essere un paese normale, dove prima si mette mano all’architettura istituzionale (attraverso una riforma costituzionale) e poi, per mezzo di una legge ordinaria, si sceglie il metodo elettorale migliore attraverso il quale implementare quella specifica visione istituzionale.

Da noi è accaduto esattamente il contrario, anche a causa della situazione emergenziale dettata dalla sentenza della Consulta 1/2014 che dichiarò incostituzionale il cosiddetto Porcellum. Si è dunque scelto di mettere in cantiere prima una nuova legge elettorale, ma valida soltanto per la Camera e a partire dal primo luglio 2016, perché nel frattempo si discuteva del superamento del bicameralismo perfetto previsto dalla Costituzione del ’48 e dell’abolizione del Senato elettivo, che, paradossalmente, sono venuti ad integrare e a completare la nuova legge elettorale. Se, infatti, la riforma della seconda parte della Carta non tocca la forma di governo parlamentare, che rimane inalterata, essa rafforza, attraverso l’eliminazione dell’elettività del Senato e l’attribuzione del rapporto fiduciario con il Governo alla sola Camera dei Deputati, le disposizioni della legge elettorale che invece quella forma di governo, seppur solo de facto e non de iure, sostanzialmente ribaltano, introducendo surrettiziamente una sorta di premierato con elezione diretta del Presidente del Consiglio, dettata da un sistema elettorale con connotazioni fortemente maggioritarie e dall’eventuale ballottaggio tra i due partiti più votati, che non potrà far altro che trasformarsi nel confronto tra i leader delle due forze politiche, e candidati Premier, ammesse al secondo turno.

Ecco perché il referendum c’entra eccome con la legge elettorale. Tanto più che sulla probabile scelta del Governo di farlo svolgere a novembre inoltrato (e non il mese prima) potrebbe non essere estranea la pronuncia della Corte Costituzionale, prevista per il prossimo 4 ottobre, su sei delle tredici censure sull’Italicum sollevate dinnanzi al Tribunale di Messina e giudicate da quest’ultimo non manifestamente infondate e sottoposte al vaglio della Consulta. A queste si aggiungono le altre due ammesse dal Tribunale di Torino. Ovviamente in nessun caso vi potrebbero essere conseguenze giuridiche sulla consultazione referendaria, perché, come detto, formalmente sono due cose diversissime e poste su piani distinti, ma certo le conseguenze sulla campagna elettorale potrebbero essere notevoli. Se, infatti, come appare probabile, la Corte Costituzionale, sulla scia della sentenza del 2014, accogliesse qualcuna di quelle eccezioni, e in particolare quelle relative rispettivamente ai capilista bloccati e al premio di maggioranza, bisognerebbe, giocoforza, cominciare a rimettere mano alla legge elettorale. A quel punto i sostenitori del premio alla coalizione eventualmente incoraggiati dalle decisioni della Consulta, potrebbero ottenere finalmente ciò che chiedono. Un esito che permetterebbe al Governo di ricompattare la maggioranza e in particolare il PD (al cui interno i fautori di una modifica in tal senso dell’Italicum sono parte rilevante) e portarli uniti a fare campagna per il “Sì”. Il referendum avrebbe dunque molte più possibilità di successo. Un cambiamento del genere, però, finirebbe per impattare anche sul funzionamento futuro dell’architettura istituzionale disegnata dalla Riforma Boschi, spostando il pendolo della forma di governo sostanziale da un premierato tutto concentrato su un Presidente del Consiglio forte e dotato di un ferreo controllo sugli eletti (stante l’attuale previsione dei capilista bloccati in gran parte scelti dallo stesso candidato Premier) e sulla maggioranza (monopartitica) ad un più familiare, per noi, sistema parlamentare fondato su un governo di coalizione. Per saperne di più, bisognerà aspettare il 4 ottobre. Certamente però, referendum e legge elettorale sono strettamente interconnessi.

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