Come muterà la politica estera con Hillary o Trump

Hillary Clinton and Donald Trump are tightening their grips on the Democratic and Republican presidential nominations.

-di GIANCARLO MERONI-

Con le Conventions di Cleveland e Philadelphia le due armate antagoniste di Hillary Clinton e di Donald Trump hanno definito i loro obiettivi strategici e preso posizione in campo: da questo momento inizia la vera battaglia per conquistare la maggioranza degli elettori e la vittoria. La scontro per la nomination è stato, infatti, principalmente centrato sulla conquista della fiducia di un elettorato, già orientato in senso identitario, su un programma politico del Partito e su una leadership capaci di rappresentare le aspettative della Nazione; non sarà, pertanto, ininfluente la misura del consenso e la sua rappresentatività dell’intero corpo sociale del Paese. Tanto più che questo Paese è la sola potenza globale attualmente esistente sul piano politico, economico e militare.

Sotto questo profilo è di primaria importanza valutare l’impatto che le strategie internazionali dei due contendenti potrebbero avere sull’assetto degli equilibri politici mondiali e sulle priorità e le modalità di affrontare i principali punti di crisi aperti sul teatro internazionale. La prima osservazione da fare a questo riguardo è che le due visioni in campo sono radicalmente opposte e incompatibili e, nel caso che Trump dovesse prevalere, segnerebbero un totale rovesciamento dell’impostazione strategica fin qui seguita, seppure nelle sue diverse variabili e con contrastanti vicende, dalla fine della seconda guerra mondiale in poi. La linea di condotta tenuta dalle diverse amministrazioni repubblicane e democratiche, di fatto se non teoricamente, è stata improntata ad un multilateralismo (che divenne bilateralismo nella fase della guerra fredda e oggettivo unilateralismo dopo il dissolvimento dell’Urss) più o meno corretto o ridotto secondo il grado di egemonia che gli Stati Uniti potevano esercitare in un determinato contesto storico.

La Nato sul piano militare e la promozione dell’unità europea su quello politico ne sono stati un esempio, ma, sul terreno economico e finanziario, si possono citare il Fmi, la Banca Mondiale, il Wto e le varie istituzioni regionali in America Latina e in Asia. Anche nel caso più eclatante di unilateralismo, in una situazione unipolare determinata dal crollo dell’Urss, rappresentato dalle guerre in Afganistan e Iraq dichiarate dal presidente George W. Bush,,il governo americano dovette richiedere una risoluzione dell’Onu per ottenerne la legittimazione.

Oggi la rete di trattati e di istituzioni multilaterali internazionali su temi che vanno dalla giustizia penale a quella civile, ai diritti umani, all’ambiente, al disarmo convenzionale e nucleare, alle alleanze militari al commercio ecc. a cui aderiscono gli Stai Uniti è così intrecciata e radicata negli ordinamenti giuridici nazionali che sarebbe praticamente impossibile e d economicamente insopportabile uscirne. Tuttavia un cambiamento di rotta, anche se non così radicale, come quello annunciato da Trump imporrebbe agli alleati, in primo luogo agli europei, e agli antagonisti principali, Russia e Cina innanzitutto, un complesso e difficile riposizionamento, sconvolgendo la trama tessuta prudentemente e con coerenza, anche se con inevitabili oscillazioni, da Obama per definire regole di intervento unilaterale che non contravvenissero al disegno complessivo di governance multilaterale che è rimasto il modello strategico della sua presidenza.

Dopo il disastroso neo-imperialismo ideologico e militare di George W. Bush, dagli enormi costi umani, economici, sociali e politici, era necessario cambiare registro. La cosiddetta dottrina di Obama, come la definisce Jeffrey Goldberg, un giornalista americano che ne ha analizzato il pensiero in proposito, sulla base di numerose interviste e colloqui informali, ha costruito la base concettuale della sua visione politica e delle azioni concrete da lui svolte che hanno determinato l’assetto dei rapporti e degli equilibri internazionali attuali rispetto ai quali dovranno fare i conti la futura presidentessa o il futuro presidente.

Quali sono I pilastri di questa dottrina? In primo luogo la preminenza dell’interesse nazionale degli Stati Uniti come criterio per graduare le priorità dell’agenda politica del suo governo, il che implica l’adozione di un principio di egemonia nell’ambito di un modello multilaterale di organizzazione e di gestione istituzionale dei conflitti, della soluzione delle controversie e della regolazione delle problematiche di comune interesse.

In secondo luogo la priorità della via negoziale e diplomatica, nell’ambito di istituzioni internazionali, rispetto a quella militare e bilaterale.

In terzo luogo una partecipazione adeguata, finanziaria e diretta, ai costi della difesa comune e delle missioni concordate con gli alleati, soprattutto europei.

In quarto luogo il riconoscimento di una realtà multipolare, sicuramente a livello, regionale, come nell’Estremo Oriente e nel Medio Oriente, ma, potenzialmente, anche a livello globale, virtualmente rappresentata dalla Russia e oggettivamente dalla Cina, qualora intendesse assumersene gli oneri e le responsabilità. La politica estera di Obama è stata una miscela equilibrata, anche se con qualche sbandata, come in Libia, di idealismo wilsoniano e di realismo kissingeriano. Lo si è visto in Medio Oriente, un’area in cui, come ha confessato nei citati colloqui avuti con Jeffrery Goldberg, ritiene che non fosse in gioco l’interesse nazionale degli Stati Uniti, con l’eccezione della questione nucleare iraniana che, difatti divenne il centro della sua politica estera. Gli accordi negoziati con Teheran, insieme agli alleati e agli stati interessati di quell’area, hanno raggiunto il duplice scopo di regolare, assumendosene anche il rischio, una questione che metteva in pericolo gli assetti politici e militari mondiali e costituiva una seria minaccia di guerra e di ribilanciare l’equilibrio politico nella regione assegnando all’Iran un ruolo e una responsabilità riconosciuti.

Rientra in questo schema anche l’opposizione ad un intervento militare diretto sul terreno in Sira, anche dopo l’uso di Assad di armi chimiche, considerate dal governo americano una linea rossa che, se superata, lo avrebbe potuto giustificare. Sebbene la maggior parte dei suoi collaboratori, fra cui Hillary Clinton, ritenesse che il mancato intervento contravvenisse al dogma della credibilità di una grande potenza, infine ritenne prevalente la valutazione che l’interesse supremo degli Stati Uniti fosse quello di non essere trascinati, mentre erano ancora in corso delle guerre sconsiderate in Iraq e Afghanistan, in un nuovo conflitto di cui non si poteva prevedere una soluzione politica. Ancora una volta prevalse il principio dell’uso della forza in appoggio alle forze in campo, come le milizie curde, e la ricerca di una soluzione diplomatica multilaterale, anche in consonanza con la Russia. Analoghe considerazioni si possono fare sulla questione Ucraina e sui rapporti con la Russia di Putin verso cui le misure di contrasto sul piano politico, militare e commerciale concordate con la Nato e l’UE non hanno impedito di mantenere aperti e attivi i canali diplomatici nelle sedi istituzionali e nei diversi teatri operativi. La dottrina Obama, in otto anni di presidenza, si è trasformata in una prassi, ma anche in un sistema di relazioni e istituzioni concrete, come nel caso dell’ambiente, considerato un problema di superiore interesse nazionale. In questo quadro si collocano i punti critici ancora aperti: la questione del ruolo della Cina come potenza globale o regionale, la Corea del Nord, i trattati commerciali transatlantico e transpacifico, le migrazioni e il terrorismo internazionale.

In questo scenario quali ruoli possono giocare realmente, aldilà dei proclami e dei manifesti elettorali, Clinton e Trump? E quali effetti potranno avere in un contesto internazionale e soprattutto europeo, caratterizzato da forte instabilità politica, persistente debolezza economica, crisi sociale, incertezza e sfiducia verso il futuro? La vittoria di Hillary Clinton non potrebbe che confermare la linea multilateralista di Obama, ma con una significativa accentuazione dell’interventismo a sostegno degli obiettivi strategici della sua agenda. Il che comporterebbe una più accentuata pressione politica e militare soprattutto verso la Russia sul versante dell’Europa centro-orientale e medio-orientale- mediterranea, che implicherebbe un maggiore impegno della Nato e dei paesi della UE aprendo un fronte potenzialmente conflittuale con gli interessi economici e la visione politica di alcuni paesi europei dell’Europa occidentale, fra cui l’Italia, la Germania e la Francia, inserendo un elemento di ulteriore divergenza con l’Europa orientale e balcanica.

Anche nei confronti della Cina si profila una certa discontinuità con la politica di Obama che considera l’area del Pacifico e dell’Estremo Oriente in particolare una priorità strategica per gli Stati Uniti e Pechino come un interlocutore necessario in quel teatro operativo e un possibile partner a livello mondiale. La politica di rafforzamento e riammodernamento delle forze armate cinesi e il loro dispiegamento anche al di fuori del loro perimetro difensivo, soprattutto nel Mar Cinese meridionale, unitamente al suo peso economico e finanziario globale, è valutato con preoccupazione da Hillary Clinton per cui è prevedibile una maggiore concentrazione dell’iniziativa politica e di rafforzamento della presenza militare in quello scacchiere. Dovremo perciò aspettarci la richiesta di aumento delle spese militari e di una presenza diretta più consistente in altre aree del mondo, a cominciare dall’Europa. Un punto, questo, sul quale convergono, anche se per ragioni diverse, Democratici e Repubblicani. Si prospetta, quindi, un multilateralismo in cui si assegna agli Stati Uniti un ruolo più egemonico, più muscolare, più condizionato dai principi e sensibile alle ragioni etiche. Quanto e fin dove ciò sarà possibile è da vedersi.

Un giudizio sulla posizione di Trump è molto più difficile perché si presenta più come un manifesto ideologico che come un programma politico. Il messaggio che si vuole trasmettere è che gli Stati Uniti non sono uno Stato come gli altri ma hanno una missione storica provvidenziale, che persone come Barak Obama e Hillary Clinton hanno calpestato e di cui il popolo americano si deve riappropriare. Traducendo in terminologia politica un linguaggio messianico, ciò potrebbe significare l’asserire un modello di organizzazione dei rapporti internazionali unilaterale di tipo isolazionista. In realtà si tratta di vaneggiamenti che coltivano stati d’animo di odio, di rancore e di cinismo in uno scenario hobbesiano da “homo homini lupus” in cui il solo criterio di comportamento e di giudizio ammissibile è il gretto ed egoistico calcolo di quello viene considerato l’interesse economico del paese; cioè l’interesse di coloro detengono il potere politico o economico. Di fatto uscire dall’Onu o dalla Nato o da altre istituzioni politiche, economiche, sociali, culturali internazionali è apparentemente facile, ma, come dimostra il caso della Gran Bretagna, molto complicato e controproducente. Non si tratta di chiudere i conti e liquidare un’azienda, ma di rimuovere quella che è diventata un’infrastruttura politica e sociale autogovernata e autosufficiente. La possibilità che le farneticazioni di Trump divengano realtà, anche dopo una eventuale vittoria elettorale, è, quindi, irrealistica, ma costituisce comunque un grave pericolo in un mondo in cui si registra una regressione verso chiusure nazionalistiche, etniche, tribali e corporative mentre fenomeni di natura globale, come le migrazioni, di cui la questione dei profughi costituisce solo una componente, anche se tragica, esigerebbero un rafforzamento delle politiche e delle istituzioni multilaterali. Quello che è certo è che i propositi di Trump contribuiscono comunque ad alimentare la conflittualità, la sfiducia, la paura e l’aggressività. Finora la campagna elettorale si è diretta a mobilitare l’elettorato più militante e identitario, soprattutto da parte di Trump; ora entra in gioco il corpo della nazione con le sue forti componenti multietniche, femminili, urbane, professionali e una cultura cosmopolita e la musica probabilmente cambierà. L’Europa dovrà però prepararsi a rinnovare e potenziare il proprio progetto politico se non vorrà correre il rischio di un ulteriore indebolimento del suo ruolo internazionale che non potrà non avere ripercussioni anche nella sua compagine interna.

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