Erdogan “ripropone” la pena di morte

 

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-di ANTONIO MAGLIE-

“Il governo discuterà con l’opposizione la reintroduzione della pena di morte”. L’annuncio di Recep Tayyp Erdogan arriva durante i funerali delle vittime del golpe. In queste ore il presidente turco, ormai un vero e proprio sultano, sta regolando con i propri oppositori, a cominciare dall’ex imam Fetullah Gulem e “reimpostando” i rapporti con i suoi alleati utilizzando la vecchia tattica andreottiana dei due forni, da un lato punta il dito contro gli Usa accusati anche da alcuni ministri di aver avuto un ruolo nel tentativo di colpo di stato, dall’altro parla con Vladimir Putin (un altro che ha profondamente modificato il concetto di democrazia più o meno nello stesso modo in cui lo ha manomesso Erdogan) con il quale sino a qualche settimana fa era ai ferri corti (da un lato l’abbattimento di un aereo di Mosca, dall’altro l’accusa contro il capo di Ankara di aver “trafficato” con l’Isis) e concorda di “vedersi al più presto”.

Che Erdogan guardi con interesse alla reintroduzione della pena di morte è ormai evidente da tempo: il fallito golpe gli ha fornito solo l’occasione per provare l’ultimo assalto. Ma queste intenzioni sono in evidente contraddizione con i propositi europeisti della Turchia che ha utilizzato la crisi dei profughi anche per riaprire quella partita. La reintroduzione della pena capitale sarebbe in evidente contrasto con le scelte dell’Unione. Dodici anni fa, nel 2004, infatti, la Turchia decise di rinunciare alla pena di morte proprio su pressione dell’Europa. Il ricorso al patibolo, d’altro canto, ad Ankara era la normale coda dei colpi di stato: ad esempio, nei quattro anni successivi al golpe del 1980 vennero giustiziate cinquanta persone, compresi ventisette politici. Non deve sorprendere se adesso Erdogan, dopo il fallito colpo di stato, pensi che sia giunto il momento di richiamare in servizio il boia. Ma questo richiamo sarebbe in profondo conflitto con i prevalenti principi di civiltà giuridica in uso nell’Unione Europea.

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