Europa, gli obiettivi segreti di Renzi

-di GIANCARLO MERONI-

Cosa hanno in comune il negoziato con la Granbretagna sulla Brexit ed il papier del Governo Italiano sulla strategia che la UE dovrebbe adottare nel futuro immediato, in un’ottica di medio e lungo termine? Il primato della vecchia , cara politica. La politique d’abord, come avrebbe sentenziato Nenni, homo politicus per eccellenza. Due prospettive politiche indubbiamente divergenti, ma che incarnano il fallimento dell’Europa dei meccanismi e delle regole costrittive e prive di flessibilità , in cui la governance viene di fatto sostituita da politiche informali, che assumono, ora la modalità di dichiarazioni di intenti ufficiali o ufficiose, ora di interviste lanciate attraverso media ospitali, quando non attraverso indiscrezioni sapientemente fatte filtrare al momento giusto. Basti pensare alla famigerata e fantomatica lettera che la troika avrebbe inviato segretamente a Tremonti e, succesivamente, a Monti sulle manovre e sulle azioni legislative che i rispettivi governi avrebbero dovuto effettuare per ottenere una promessa di aiuto finanziario. Lo stesso di quanto avvenne con il governo Greco a proposito delle misure di austerità da applicare e del referendum che ne seguì. In questi, come in altri casi analoghi (Portogallo, Irlanda, Spagna) furono le pressioni esterne dei mercati finanziari, delle agenzie di rating e di alcuni paesi, Germania in testa, a dettare i tempi e i modi dei provvedimenti che furono poi assunti. Le istituzioni di rappresentanza e controllo democratico, governi e parlamenti nazionali in primis, ma anche il Parlamento europeo, il Consigli dei ministri e gli altri organi esecutivi dell’Unione furono di fatto costretti a ratificare quanto era stato deciso in sedi non istituzionali e nei centri di potere finanziario internazionali. Il costo in termini sociali e politici di queste procedure e la sua incidenza sulla fiducia dei cittadini verso l’Unione sono stati pesanti. Di fronte alla patente acquiescenza dei governi nazionali e all’incapacità dell’Unione di sviluppare politiche comuni per contrastare gli effetti della depressione e della minaccia incombente della deflazione in termini soprattutto di disoccupazione e di decrescita hanno cominciato a crescere movimenti populisti di destra e di sinistra che vedono nelle istituzioni sovranazionali e nella globalizzazione una minaccia al loro tenore di vita e alle loro consuetudini A ciò si è aggiunto l’epocale movimento migratorio innescato dalle guerre in atto in Medio Oriente, in Africa, ma anche delle trasformazioni economiche e sociali strutturali in corso in conseguenza del processo di globalizzazione. Questi fenomeni non vengono percepiti come governabili sul piano sovranazionale provocando una regressione verso forme comunitarie a dimensione nazionale, regionale, etnico-religiosa o tribale. D’altra parte Il fallimento del neoliberismo e delle sue politiche economiche, monetarie e finanziarie fondate sulla rovinosa teorizzazione dei mercati autoregolantesi ha fatto riemergere il bisogno di nuove strategie economiche capaci di integrare i mercati globalizzati in un quadro regolatore che li controlli e li indirizzi verso obiettivi planetari, come l’ambiente, la crescita sostenibile, la lotta contro le malattie, la fame e la malnutrizione. Lo scontro in atto a livello europeo fra chi vuole rafforzare in senso federale l’Unione, chi vuole diluirne compiti e obiettivi e chi la vorrebbe disgregare rientra nel quadro dello scenario mondiale in cui si colloca; un quadro che è tutto politico e non ammette illusioni economicistiche come quelle che hanno dominato nella UE ( e negli USA fino alla presidenza di Obama) prima della crisi che stiamo vivendo. Visto in quest’ottica l’accordo fra il governo britannico e l’UE acquisisce un valore superiore a quello, assai modesto, dei risultati ottenuti in quanto introduce elementi corrosivi nel meccanismo politico-istituzionale che dovrebbe promuovere una sempre maggiore integrazione sociale, culturale e politica dell’Unione. Il primo di questi è l’introduzione del concetto di statuto speciale che potrebbe essere rivendicato anche da altri, il secondo la stravagante pretesa di inserire (dove? Nei trattati? In una dichiarazione dell’Unione?) il diritto del Regno Unito di rifiutare qualsiasi tipo di sovranazionalità; il resto non sono che briciole. Quello che conta in questo accordo è il rischio politico di sancire la legittimità di una visione riduttiva alternativa dell’Unione di cui vi sono germi attivi anche in altri paesi. Sul versante opposto si propone il documento strategico presentato dal governo Renzi sull’Unione Europea. Aldilà delle proposte di merito, l’importanza di questo documento è quella d sancire il primato della politica sull’economicismo di comodo e sul legalismo astratto dietro cui agiscono soggetti e poteri di fatto nel campo economico e finanziario, anche fuori dei confini della UE, come il FMI, la BCE, La Federal Reserve, i fondi Sovrani che condizionano i mercanti finanziari e monetari mondiali. Non è, dunque, retorica sostenere pubblicamente che le misure necessarie a gestire la crisi debbano inquadrarsi in una visione di medio e lungo periodo in cui sia definito come obiettivo prioritario la crescita economica centrata sull’occupazione, in funzione della quale devono essere coordinate e gestite tutte le politiche comuni, anche utilizzando, entro regole condivise, una calcolata flessibilità che, in fondo, non è altro che il margine di discrezionalità che rende possibile la governabilità. Sotto questo profilo è sacrosanto stigmatizzare regole come il “fiscal compact”che,applicate alle lettera e costituzionalizzate, divengono un vero e proprio letto di Procuste per ogni politica di sviluppo e, alla fine, delle grida manzoniane che nessuno applica. Il cuore di questo programma è quello di fare avanzare la costruzione di un’Unione politica mediante cessioni di sovranità che vengano utilizzate per politiche comuni che esprimano un programma di governo. Ma qui sta il punto debole di questo progetto: la marginalità o la mancanza di procedure e istituzioni democratiche pluraliste che possano legittimare l’integrazione politica attraverso il coinvolgimento diretto dei cittadini nei processi di designazione e di controllo delle rappresentanze. Proprio l’emergere e l’allargarsi di movimenti politici populisti e nazionalisti antieuropei offre alle forze politiche democratiche una grande opportunità per fare avanzare il percorso verso l’Unione politica. L’esito della trattativa con il Regno Unito ci dimostra la debolezza delle forze antieuropee, ma anche la passività di quelle europeiste, una situazione di precario equilibrio che può facilmente deteriorarsi ( pensiamo alla questione dei rifugiati e degli emigrati e al Trattato di Shengen). E’ quindi necessario fare avanzare l’integrazione politica e istituzionale con i paesi che ci stanno, a cominciare dalla zona Euro. In questo senso il documento del Governo italiano è un contributo importante sia in termini di proposte che di metodo: Renzi e il governo italiano ci hanno messo la faccia e non potranno tirarsi indietro senza perderla.

fondazione nenni

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