Big tech in crisi? Cosa succede nel mondo degli algoritmi

La “crisi” delle Big Tech era già nell’aria mesi fa, ma è adesso che si sta concretizzando. Pesantissimo il numero di licenziamenti nelle grandi multinazionali del digitale, a cominciare da Meta (ex Facebook) che ha annunciato ben 11mila esuberi.  Il 13% della forza lavoro. Tantissimo se si pensa agli investimenti – e forse sono proprio questi a pesare – sul Metaverso. Ancor più se ci si ferma solo un attimo a pensare a quel mondo dorato, immenso e parallelo costruito in poco meno di 20 anni, sfruttando “il bisogno” di socialità e interconnessione dell’uomo contemporaneo.

Non va meglio in casa Twitter: il nuovo proprietario, Elon Musk, ha comunicato un licenziamento collettivo di circa 3700 persone. E ancora Amazon, che sta valutando il taglio di 10mila posti di lavoro, Lyft, Microsoft, Netflix, Booking. La lista non finisce qui. 

Anche aziende in apparenza più solide come Apple e Google hanno messo in pausa le assunzioni.

Il sistema ha iniziato a zoppicare, come anticipato, già mesi addietro: all’inizio, a pagare il prezzo di una crisi silenziosa, sono state le start – up. Molte esperienze digitali sono iniziate e finite in pochissimo tempo. 

Successivamente, i venti gelidi hanno iniziato a soffiare sulle Big Tech che hanno scelto di contenere investimenti e di ridimensionare i progetti espansivi. Infine, si è arrivati a licenziare: centinaia di migliaia di lavoratori in tutto il mondo hanno perso il posto, dalla sera alla mattina. 

Si può parlare di vera crisi?

È ancora presto per valutare le dimensioni e l’entità di quanto sta accadendo nell’alveo delle compagnie multinazionali digitali. Tanto più che dal punto di vista finanziario si tratta, comunque, di realtà solide. A pesare – ne è un esempio il caso Meta – è un calcolo sbagliato delle prospettive di crescita. 

Se è vero che in pochissimo tempo le piattaforme digitali si sono evolute in modo mostruoso, passando da un semplice progetto visionario a multinazionali con fatturati enormi, è vero anche che la democraticità del web ha portato allo sviluppo di una grande concorrenza. La fame di novità ha fagocitato i progetti stabili, portando le Big Tech a sovrastimare i risultati reali delle innovazioni. 

Abbiamo citato Meta come esempio di questo cortocircuito: gli investimenti e le aspettative sul progetto del metaverso o quello sulle monete digitali sui quali Zuckerberg aveva puntato parecchio non hanno trovato un riscontro di crescita concreto. 

Ecco spiegati, con eccessiva semplificazione, gli esuberi. 

Persino Tiktok, che rappresenta ora uno dei social più in buona salute e con prospettive più rosee, ha dovuto tirare i remi in barca a causa di uno squilibro tra le attese e la realtà dovuto agli introiti pubblicitari inferiori alle stime. 

L’innovazione patologica

La tensione verso l’innovazione, insomma, sembra essere diventata una patologia per le BigTech. La spasmodica ricerca di continue novità da sfrornare prima ancora che i consumatori si rendano conto di avere bisogni e necessità da soddisfare e a cui non avevano ancora mai pensato, sta mostrando un certo affaticamento. 

Azzardando un’ipotesi tutta verificare, ha inciso anche l’indigestione digitale durante i lockdown per il Covid-19, quando l’unica porta aperta al mondo esterno era lo schermo di uno smartphone e la più grande esigenza era la connessione a internet. Dopo la grande abbuffata, c’è stato un momento di decompressione digitale: il desiderio antico ma di nuovo in voga di guardarsi negli occhi. In presenza. 

 

Maria Anna Lerario

N°82 del 16/11/2022

 

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