Nuove censure digitali nel nuovo puritanesimo globale

In un clima culturale ormai votato ad una sorta di neo puritanesimo conformista – dove ogni espressione erotica sia essa pittorica, letteraria o cinematografica viene per così dire bandita come oltraggio all’intimità delle persone o ancor peggio eliminata dall’immaginario collettivo, in una forma di autocensura volontaria, al punto che anche il più innocente nudo femminile o la più naturale scena erotica vengono espunti dai palinsesti televisivi e da piattaforme –  sorge la necessità di una riflessione supportata da alcuni esempi recenti.

Il più eclatante e vergognoso è forse, quello fornito da Youtube, appunto, il più grande contenitore di contenuti siano essi cinematografici, musicali, giornalistici di cui tutti hanno libero accesso. Ma facciamo un passo indietro nella seconda metà del tanto vituperato XX secolo dove alla massima esposizione della sessualità in ogni sua declinazione, in cinema come in letteratura, corrispondeva la più odiosa delle censure che, come tutti sanno, portò al sequestro delle copie del Salò di Pasolini e di Ultimo tango a Parigi e alla loro distruzione. Ma si ricordano altri sequestri e tagli pesanti ad un numero consistente di pellicole. Per non parlare del processo a Henry Miller per i suoi “Tropici” e ancor prima a L’Amante di Lady Chatterley di David H. Lawrence!. E se ne potrebbero citare molti altri. Si dirà che quella era un’altra epoca, che la censura cinematografica, di fatto, ufficialmente non esiste più.

Tuttavia oggi assistiamo ad un fenomeno ancora più inquietante, quello dell’autocensura da parte dei singoli autori che non ritengono sia opportuno affrontare tematiche erotiche, (in tal senso un film discusso come Nymphomaniac, 2018 di Lars von Trier costituirebbe una coraggiosa eccezione anche prescindendo da qualsiasi giudizio critico sull’opera). In effetti la tendenza dominante sembra essere quella di considerare l’elemento o la “materia erotica”, per usare una definizione cara a Lou Andres Salomè, come qualcosa di strettamente privato, da nascondere oppure evitare, quando invece sappiamo che esso è parte integrante dell’esperienza umana. Si è dunque creata nell’ultimo decennio una tacita complicità tra gli autori e il clima collettivo generale di moralismo quasi vittoriano. Perfino coloro che inseriscono un determinato film su canali come Youtube, appunto, operano opportuni tagli preventivi per non subire l’eliminazione del “contenuto” stesso dal canale. Accade ormai sempre più spesso che talune scene ritenute erotiche (semplici nudi femminili, dettagli come seni e natiche oscurati con dei mascherini come in uso nel cinema giapponese, o accoppiamenti più o meno espliciti), vengano grottescamente oscurate per l’intera loro durata, pur tuttavia conservando intatta la traccia audio, oppure che certi film come il già citato Salò, ma non solo quello, vengano interamente rimosse. Tutto questo, a fronte di uno sviluppo esponenziale della pornografia in rete che mette ogni giorno a disposizione di chiunque il proprio spettacolo sordido e mercificato, a riprova del fatto che vi è ancora una differenza fra arte erotica e pornografia: la prima è pericolosa proprio perché parte integrante dalla vita stessa, mentre la seconda si rivela paradossalmente più innocua in quanto gesto ipnotico, reiterato con cui il mercato fa i conti con le proprie ossessioni e ipocrisie.

Altre censure di natura più politica sono state messe in atto rispetto a film documentari riferibili al conflitto israelo-palestinese, in special modo e con sempre più accadimento, se in presenza di elementi di criticità verso le politiche israeliane. E’ purtroppo accaduto all’autore di queste righe con il film Hebron, 2011, ma curiosamente, anche di recente con un film di Morte in Vaticano, 1982 di Marcello Aliprandi, (un regista, oggi, piuttosto dimenticato) tratto da un romanzo che si ispirava al breve pontificato di Papa Luciani e in cui si sostiene apertamente l’ipotesi di avvelenamento. La censura digitale, la sola ancora attiva, ha lunghe braccia e molti occhi, testimoni attivi, anzi, complici di una tendenza o se si preferisce, a una deriva tesa a far dimenticare, quella che fu la rivoluzione sessuale degli anni sessanta, ma anche di tutte le conquiste sociali faticosamente ottenute e infine, dello spirito critico che realmente animò quegli anni. In altre parole, si otterrebbe così il risultato di rimuovere la parte più scomoda del XX° secolo, non più quella del fascismo ormai storicizzata ma piuttosto quella degli anni sessanta-settanta, dove, secondo il neo-conformismo liberal-democratico e globalista, si concentrerebbero le peggiori tensioni verso libertà, giustizia sociale, laicità, spirito critico e utopie rivoluzionarie. Colpisce il fatto che nessuno se ne occupi, nell’assoluta convinzione che non sia lecito né opportuno opporsi allo spirito dei tempi che identifica nella parità di genere, ossia nel superamento della dicotomia maschio-femmina, una sorta di pseudo democratizzazione della sfera intima. Pertanto si potrebbe perfino affermare che l’ostentazione del rapporto eterosessuale nell’arte, nel cinema e in altre forme espressive, ossia la sua resa pubblica, leda in qualche modo il diritto alla pluralità, alla differenza sessuale e alla sua ostinata democratizzazione.     

di Maurizio Fantoni Minnella

N°81 del 09/11/2022

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