25 settembre 2022: dallo tsunami alla rifondazione socialista. La triade rivoluzionaria: lavoro, equità, critica al capitalismo

25 settembre 2022: Tsunami politico! Eccolo il termine calzante per ciò che è successo il 25 settembre 2022. Sulla sinistra si è abbattuto un maremoto di quelli che tramano e borbottano nei sottofondi marini, finché un brutto giorno, quando meno te l’aspetti, non si palesano con furia devastante. Insidiosi e imprevedibili, gli tsunami: in mare aperto si camuffano sotto onde modeste, ingannevoli; vicino alle coste, laddove i fondali sono poco profondi, sollevano ondate gigantesche che sommergono e spazzano via ogni cosa nell’entroterra. Altroché slavine di montagna!  A ripensarci: il maremoto del 25 settembre, a differenza di quelli sottomarini, era prevedibile – eppure nulla s’è fatto per correre ai ripari. 

Il tatticismo delle alleanze: malattia senile della sinistra.

I leader della sinistra “riformista” (etichetta che non significa più niente) e placidamente parlamentare puntano il dito tremante contro la scellerata politica delle alleanze voluta (o subita) dal PD, a seguito della caduta repentina del governo Draghi. Non occorre essere politologi per intuire che un’alleanza trasversale, a tutto campo, avrebbe propiziato un esito diverso. Forse ne sarebbe scaturito un Parlamento frammentato, incline a una riedizione del governo di alleanza nazionale. Più probabile una vittoria “mutilata” o risicata della destra, costretta a navigare a vista fra i pallettoni dei franchi tiratori, il che avrebbe ringalluzzito il PD e i suoi alleati. Questo modo di ragionare è “politicistico” – giusto da un punto di vista tecnico, ma sterile politicamente –, e non ci fa capire nulla. Un modo di (s)ragionare tipico dei politici versati nell’arte dell’intrigo e delle manovre parlamentari. Tipico di gruppi dirigenti mummificati, sclerotici, avvezzi all’esercizio del potere, anzi: drogati dal potere, perché assuefatti ai privilegi del potere. Gruppi dirigenti, questi, esperti nella tattica perché sventolano da sempre la bandiera dell’opportunismo: conoscono a menadito i meandri del Palazzo e ignorano i quartieri degradati, le fabbriche e le aziende in crisi, i cantieri a rischio chiusura e le scuole di periferia. Banale la parola d’ordine di codeste mummie asserragliate nelle loro piramidi: l’importante è vincere le elezioni: ci preme solo e soltanto incassare oggi – di doman non v’è certezza. Ovvio che i partiti politici competano per la guida della nazione – troppo comodo sarebbe trincerarsi nell’opposizione permanente. Il punto però è che la sinistra governa efficacemente – incide cioè sulla realtà, la plasma come se fosse creta – solo se ha una visione strategica e al tempo stesso idealistica. Una sinistra vera e vincente elabora, con intellettuali e militanti, e poi propone agli elettori un modello di società giusta, alternativo all’esistente. E invece da troppi anni – dalla Seconda repubblica in poi – la sinistra maggioritaria, quella che siede impettita negli scranni parlamentari, una visione non ce l’ha e non se la vuole dare.   

Basta con la palude! Qui è in gioco il futuro della sinistra come orizzonte di pensiero.

Stanti così le cose, io, socialista, vi dico che questo disastro annunciato è meglio – infintamente meglio – della politica demenziale, impaludata cui assistiamo da troppo tempo. Una politica asfittica, anemica, senza alcun nerbo: una morta gora: i conciliaboli sulle alleanze, le sortite e imboscate parlamentari, le faide fra le correnti, il bilancino per mettere assieme in un puzzle mal assortito le velleità voraci del PD, dei pentastellati e della sinistra radicale (che tale non è, essendo perfettamente integrata nel sistema). Non uno slancio ideale, non un’idea originale che ci proietti nel futuro e che ci faccia sognare. Neppure una lucina che rischiari appena appena la nostra immaginazione rattrappita. Diamo dunque il benvenuto a questo tsunami, che sarà foriero di novità positive: la distruzione creatrice è il meccanismo che garantisce il progresso nelle vicende umane. Un meccanismo brutale ma rigeneratore di energie e di idee. Una sconfitta elettorale tattica, meno umiliante, non avrebbe obbligato i nostri generali, colonnelli e capitani a porsi domande scomode, a mettersi in discussione. No, e poi no: il disastro non è una questione di alleanze – passate, presenti o future. Qui è in gioco la sinistra intesa come orizzonte di pensiero, alternativa culturale, stile di vita. La sinistra, insomma, come utopia: è da decenni che nessuno dei nostri osa navigare nell’oceano, sfidando l’ignoto e le tempeste; nessuno che s’avventuri per scoprire nuove terre o tracciare rotte nuove.  Il paradosso è che la nave della sinistra s’è incagliata lo stesso, e ora rischia d’affondare nel Mar Morto! Quale visione della società futura hanno in mente i leader della sinistra, e le mosche cocchiere che li attorniano? Ditemelo voi, ché io non l’ho capito: i nostri leader non hanno mai articolato un disegno che accendesse la scintilla dell’ideale, che scaldasse l’anima del nostro popolo, il quale oggi s’aggira abbacchiato e affranto.

Le lezioni della sconfitta: l’offesa all’identità della sinistra storica, l’abuso dell’antifascismo, il fascismo economico. 

Le elezioni del 2022 sono uno spartiacque decisivo. Ci impartiscono tre lezioni essenziali:

  1. L’errore gigantesco – e drammatico – è uno, e uno solo: l’aver gettato alle ortiche l’identità della sinistra storica italiana. Errore che si ripete – a ogni rifondazione partitica, a ogni appuntamento elettorale – dagli anni Novanta in poi. Sarebbe un errore ancora rimediabile, sia pure con sacrifici e sforzi immani. Ma la cecità di chi pascola nei prati del PD, occhieggiando poltrone e prebende, fa pensare che questa sinistra persisterà, diabolicamente. Fino a implodere.
  2. È finita l’era dell’uso (e dell’abuso) dell’antifascismo come collante identitario, nonché foglia di fico per nascondere i propri limiti e le proprie magagne: e cioè l’assenza di un progetto politico serio, imperniato su una strategia di lungo corso. Gli italiani non abboccano più. Molti, con il loro voto, hanno sdoganato una forza politica che ha radici nella cultura politica postfascista. Fino all’ultimo è stato agitato lo spauracchio fascista, abbinato allo spauracchio della paventata reazione europea a un governo di estrema destra. Un bel buco nell’acqua. Perché oggi il fascismo, direbbe Pasolini, veste altri panni. Dobbiamo, insomma, rivisitare le nostre categorie e le nostre parole d’ordine.
  3. Il vero pericolo non sta nella vittoria di un piccolo partito sovranista in quella che è una democrazia matura: le nazioni o gli Stati contano sempre meno nel quadro internazionale, il nuovo governo dovrà rassegnarsi al fatto che il sovranismo predicato ai quattro venti è un’illusione. Il vero pericolo è il fascismo economico che avvelena le democrazie, le fa deperire pian piano. La bestia nera, oggi, è il capitalismo globalizzato il cui istinto è la speculazione economica spregiudicata e selvaggia; un capitalismo amorale, dedito al culto del Dio Denaro, in cui proliferano i germi di lobby malefiche, come quella delle armi. Questo fascismo economico si scontrerà con le potenze emergenti, Cina in primis, oppure stringerà con esse alleanze opportunistiche alla faccia delle democrazie e dei diritti umani. Il fascismo economico, che corrode le democrazie dall’interno, è una minaccia grave, esistenziale, la quale s’aggiunge a quella delle dittature e delle teocrazie. Se la pace conviene a questo sistema economico, vi sarà pace – intesa come assenza di guerre militari. Ma sarà una pace ipocrita e temporanea. Perché il terrorismo economico proseguirà, imperterrito, come un fiume carsico. E arriverà il momento in cui la guerra conclamata converrà di più, se non altro per svuotare gli arsenali, e allora ne scoppierà un’altra. Statene pur certi.

La via maestra: lavoro, equità, critica al capitalismo!

La via maestra è una sola: ricostruire una sinistra che non fissi estaticamente il proprio ombelico, una sinistra davvero internazionalista, perché conscia che un’ingiustizia in qualsiasi angolo remoto del mondo, è un’ingiustizia che, oltre a offendere la nostra coscienza, si ripercuote come una frustata a casa nostra, sulle nostre spalle. Rifondiamo dunque la sinistra italiana! Primo atto: il PD dovrebbe sciogliersi subito. Se non lo farà, come temo e immagino, dovremo passare al secondo atto: spetterà a noi militanti rimboccarci le maniche e lavorar sodo. Attenzione, però. Nessuna rinascita o rifondazione è possibile se non riscopriamo le nostre tradizioni, le nostre radici: il lavoro, l’equità, la critica al capitalismo – l’imprenditoria sana di Olivetti e di Del Vecchio è ben altra cosa. Tradizioni e radici, queste, ignorate con supponenza da chi ha voluto il PD, un pateracchio senz’anima e senza storia. La prima formazione politica italiana non si chiamava forse partito dei lavoratori? Poi cambiò nome (ma non ragione sociale) in partito socialista. Ovvio che nessuna rinascita o rifondazione socialista-laburista è possibile senza un rapporto organico con i sindacati confederali.

La sacra triade radical-rivoluzionaria.

Se non saldiamo questi tre elementi cardine della nostra tradizione – il culto e il rispetto per il lavoro (su cui è fondata la Costituzione italiana), l’equità nella distribuzione delle risorse, la critica al capitalismo antiumanistico – avremo di nuovo una sinistra all’acqua di rose, una sinistra per nulla corrosiva, semmai radical-chic e salottiera. Una sinistra stinta, questa, terrorizzata dalla concorrenza di coloro che – oggi i populisti pentastellati, domani chissà – sanno blandire le masse. PD e pentastellati non puntano alla creazione di posti di lavoro e alla dignità del lavoro, inteso come mezzo di realizzazione e crescita personale, riscatto ed emancipazione. Costoro, infatti, non hanno una visione socialista. Eppure il lavoro è il cardine della cittadinanza democratica! L’elemosina di Stato nota come reddito di cittadinanza è proprio ciò che il capitalismo globalizzato vuole fortemente: pseudo-cittadini amorfi e anestetizzati che siano però consumatori indefessi. Perché il denaro deve circolare, e giammai ristagnare. Ma solo nelle quantità giuste: quelle minime per oliare il sistema consumistico. È questa elemosina di Stato l’oppio dei popoli dei nostri tempi: affievolisce lo spirito battagliero dei cittadini-lavoratori contro il sistema, spegne ogni barlume di una coscienza di classe, e si sposa alla perfezione con il clientelismo parassitario che in Italia viaggia alla grande dai tempi di Giolitti. Il clientelismo, badate bene, è sempre stato compatibile con politiche conservatrici, elitarie, ingiuste. La Democrazia Cristiana questo l’aveva capito benissimo.

Ora e sempre: socialismo!

Basta dunque con la rivendicazione – tardiva e fallimentare – del riformismo, che è stato snaturato e manipolato e stiracchiato da chi non sapeva a che santo votarsi! Il riformismo, peraltro, era fin dagli esordi – nel Novecento – un metodo di lotta non già il fine della nostra azione, che mira a trasformare l’esistente. La sacra triade – lavoro, equità, critica al capitalismo – è radical-rivoluzionaria (in senso pacifico, nelle democrazie) proprio perché evoca la parola-concetto che ha sempre animato i lavoratori e che dà l’orticaria ai dirigenti del PD: socialismo. Senza questa parola-concetto, nostra linfa vitale, non può esserci alcuna visione strategica; né un brandello di utopia, né la speranza di un futuro migliore, per noi, per i nostri figli e per i nostri nipoti.

Edoardo Crisafulli

 

(immagine: Giuseppe Pellizza da Volpedo, Public domain, via Wikimedia Commons)

N°77 del 26/10/2022

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