PIETRO NENNI RISCHIÒ LA DEPORTAZIONE E LA FUCILAZIONE IN GERMANIA

Il 9 febbraio del 1943 Pietro Nenni festeggia il suo 52° compleanno nel quartier generale delle ss a Vichy nel Sud della Francia. Era stato arrestato il giorno prima a Saint Flour su mandato del governo italiano ma l’operazione era stata condotta dalla Gestapo insieme alla polizia francese, perché la polizia italiana «non aveva forza sufficiente per compiere certe operazioni», come si legge in un dispaccio del Consolato Generale italiano a Parigi. Pochi giorni prima Vespignani e Trentin gli avevano suggerito di prepararsi all’espatrio in Svizzera ma era prevalsa in Nenni la preoccupazione di lasciare la famiglia in balia delle rappresaglie tedesche ed ogni idea di fuga naufragò.

La prima notte in mano ai tedeschi Nenni la passa su una poltrona in compagnia di un ebreo che ha il volto tumefatto dalle torture. Il giorno seguente viene trasferito nella prigione di Moulins a circa trecento chilometri dalla Capitale francese. Due giorni dopo viene fatto salire sul treno: destinazione Parigi. Durante il viaggio Nenni riesce a rifilare a una vicina un biglietto per la figlia Vany: «Ho scrupolo ad informarla del mio arresto perché la so terribilmente angustiata per la prigionia in Germania di sua sorella Vittoria. So che cosa può rappresentare per lei e per tutti i miei cari, il sapermi in carcere a Parigi con la minaccia che pesa sugli ostaggi».

Giunto a Parigi viene condotto al terzo braccio del carcere di Fresnes, dove un cappellano gli consegna un piccolo vangelo in lingua francese (il vangelo è conservato nell’Archivio storico della Fondazione Pietro Nenni). Il 15 febbraio scrive al Consolato Generale italiano di Parigi per conoscere la sua situazione ma è molto scettico che la missiva possa giungere a destinazione. Il 19 febbraio la figlia Vany riesce ad accedere agli uffici diplomatici italiani ed ha notizie confortanti: il padre verrà consegnato alla polizia italiana e il consolato si metterà sulle tracce della sorella Vittoria, internata in un campo di concentramento. Intanto Pietro Nenni rischia di morire. Il 20 febbraio, insieme ad altri detenuti, viene svegliato alle 4 del mattino: «Eravamo immersi nel sonno quando la porta si aprì e ci fu dato ordine di prepararci e di scendere. Il pensiero di un’esecuzione di massa si presentò subito al nostro pensiero. Penso a mio genero Henri passato davanti al plotone d’esecuzione. Nascondo nella fodera del cappotto due righe di saluto per mia moglie e le mie figliole». Nenni invece non viene fucilato ma trasferito a Compiègne, il centro di smistamento dei deportati verso la Germania, come accaduto a sua figlia Vittoria un mese prima. Sembra certa la deportazione ma il giorno dopo gli viene comunicato che si è trattato di un errore dei secondini e viene riportato quasi subito in cella a Parigi. 

Sale l’inquietudine di Nenni, dopo quasi un mese di carcere: «Niente di nuovo. Né interrogato, né notizie da casa. Mi sento come un condannato a morte che lentamente muore». Finalmente l’8 marzo riceve la visita delle figlie Vany e Luciana che gli confermano che presto sarà consegnato alla polizia italiana.  Ma Nenni ha fretta e non si fida dei tedeschi. Chiede a Vany di recarsi al Consolato per accellerare il suo rimpatrio, cosa che la figlia fa il giorno seguente, come risulta da un documento segreto della polizia: «Si ha l’onore di riferire che a mezzo della figlia il Nenni ha rivolto viva istanza a questo Regio Consolato Generale affinché sia trasportato in Italia il più presto possibile». La richiesta dopo alcuni giorni arriva a Roma alla Direzione Generale di Pubblica Sicurezza. L’11 marzo Nenni viene fatto salire sul treno, ma non per l’Italia come sperava, ma per la Germania. La polizia italiana non è informata di quell’improvviso trasferimento. È plausibile, come sostenuto dallo storico Giuseppe Tamburrano, che i tedeschi si siano accorti di avere tra le mani un pezzo grosso e non lo volevano mollare. A questo punto interviene energicamente il governo italiano per sottrarlo dalle mani tedesche. Da Roma arriva la richiesta della «sollecita traduzione in Italia del noto Nenni». Ignaro del proprio destino Nenni inizia un viaggio da incubo sul treno della Gestapo, attraverso una serie di prigioni. Giunge a Treviri il 12 marzo, poi Lussemburgo, Metz, Karlsruhe, Bruchsal, Stutgard, Ingolstadt, Ulm, Monaco e Rosenheim. Attraversa un pezzo di Germania e osserva la sofferenza del popolo tedesco solcato dalle piaghe della guerra: «Ciò che mi avvicina alla Germania del popolo, dei suoi lavoratori, della classe operaia che mi ostino a non confondere con gli aguzzini tedeschi». Dopo venti giorni di odissea il 31 marzo viene destinato alla legione dei condannati che dovevano essere spediti a Dachau. Ma anche stavolta si è trattato di un errore. Il 5 aprile finalmente giunge al Brennero. Dopo quasi diciassette anni ritrova l’Italia. Dopo un periodo di detenzione a Roma, nel carcere di Regina Coeli, viene mandato per precisi ordini del duce al confino a Ponza. Ha la tentazione di scrivere a Mussolini per salvare la figlia ma non lo farà. Vittoria morirà ad Auschwitz il 15 luglio del 1943.  Gli resterà per anni il rimorso di non essere riuscito a salvarla. Gli resterà anche un pesante dubbio: quali furono le motivazioni che spinsero il suo vecchio amico-nemico Mussolini a salvarlo dalle mani tedesche. Impulso umanitario, oppure opportunità politica? Probabile che il duce non volesse lasciare nelle mani tedesche i “fuoriusciti” italiani, considerati traditori e nemici del regime, soprattutto quelli di spicco come Nenni, che riteneva di dover “giudicare” in Italia dopo la fine della guerra. Un dispaccio segreto, che circola tra i dirigenti del Partito Popolare francese agli inizi del 1943, intercettato dalle spie del regime, sembra invece alimentare l’ipotesi di un preciso piano politico del duce, consapevole che il fascismo fosse ormai al tramonto: «Il Partito Popolare francese) diretto da Doriot sostiene che Nenni sia voluto in Italia da Mussolini per un accordo fra i vari partiti per una lotta comune a fondo nazionalista (piano che però, come è noto, non ha trovato aperture nei partiti antifascisti). Timbro-VISTO DAL DUCE».

@Antonio Tedesco

 

N°51 del 15/07/2022

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