IL CASO DJOKOVIC E I RISCHI DI UNA DERIVA DEL GIORNALISMO

-di PIERLUIGI PIETRICOLA

 

Da un punto di vista eminentemente comunicativo, Djokovic sta diventando un caso. Anzi: lo è già diventato.

Gli australiani, insieme a schiere di benpensanti dalle varie parti del mondo, in questi giorni hanno additato il grande tennista come un untore, un ricco arrogante che osa permettersi privilegi ad altri mai concessi. Come ciliegina sulla torta, dopo la sentenza di revoca del visto di soggiorno, l’annuncio da parte dei tg australiani: “Lo abbiamo buttato fuori a calci”.

A seguire si sono aggiunti, da parte dei media italiani, servizi che hanno parlato della vicenda Djokovic come di un’ombra, una specie di lettera scarlatta, un marchio peccaminoso a vita che potrebbe compromettere la futura carriera del giocatore.

La ragione di fondo di questa narrativa quotidiana è la sicurezza, la tutela della salute pubblica. È noto che Djokovic non si è ancora sottoposto alla vaccinazione contro il Covid-19. Requisito, a quanto pare, imprescindibile per soggiornare temporaneamente in Australia: nazione che ha imposto ai suoi cittadini provvedimenti al limite del rispetto di quei diritti umani universalmente riconosciuti in Occidente e accolti da trattati sovranazionali.

Tralasciando le questioni geopolitiche e di sociologia sanitaria, il punto è: perché questo rumore mediatico su Djokovic? L’operazione ha tutto l’odore di quella che una volta si chiamava propaganda, attività distantissima dal giornalismo in un contesto di democrazia. C’è da dire che, fatte le debite distinzioni, da un paio di anni a questa parte l’informazione è venuta meno al suo compito. E non a caso la stessa Oms ha parlato, già a metà del 2020, di infodemia: pandemia di notizie sul Covid-19 riportate in modo sbagliato e fuorviante. Per chi ne volesse qualche esempio, il libro di Guido Silvestri, Ricominciare dalla scienza, ne offre svariati.

Tornando a Djokovic, la morale che si può trarre da questa storia è: il giocatore, forte del suo status sociale e della potenza economica individuale di cui dispone, ha preteso di fare il bello e il brutto tempo non rispettando le leggi sanitarie della nazione che lo avrebbe ospitato (l’Australia). E per questo merita tutto il disprezzo possibile. Tale l’impressione che si può avere dal modo col quale la vicenda ci è stata raccontata.

Quanto tutto ciò sia distante dal giornalismo, è conclusione che si può lasciare ai lettori. Ma quanto tutto questo rientri, di nuovo, nell’infodemia nella quale siamo immersi da due anni, è lecito supporlo e crederlo.

Non è certo compito del giornalismo generalista stabilire la bontà di un trattamento sanitario con tutto quel che ne consegue. È un dovere che, semmai, spetta al mondo della scienza, ai suoi rappresentanti seri e qualificati ed ai suoi vari canali comunicativi ufficiali, comprese le riviste accreditate specialistiche e di divulgazione.

Così come non spetta alla carta stampata e ai vari media giudicare, sotto un profilo morale ed etico, chi sta dalla parte giusta e chi dalla sbagliata condannando quest’ultimo.

Ora Djokovic è assurto a nemico della società. Che il suo sia stato un comportamento, sotto certi aspetti, discutibile è vero, soprattutto perché non ha volutamente osservato disposizioni di legge per la tutela della salute pubblica (ci si riferisce alla quarantena interrotta). Ma da qui a demonizzarlo, comunicativamente, in nome di un principio di cui il giornalismo non può farsi portavoce, questo ha a che fare con un atteggiamento propagandistico, distante anni luce da una tipologia di informazione di alto livello.

Che anche questo sia giornalismo, non v’è dubbio. Ma allora occorrerà chiarirlo subito, di modo che il lettore sappia che quello che sta leggendo è un articolo scritto avendo come punto di riferimento professionale, sotto il profilo operativo e non per ciò che riguarda i contenuti, la nota attività di Telesio Interlandi.

N°6 del 17/01/2022

pierlu83

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