Berlusconi: un giudizio spassionato?

-Edoardo Crisafulli-

Vorrei tentare un’impresa davvero difficile: dare un giudizio spassionato su Silvio Berlusconi, intendo un giudizio politico da cima a fondo, scansando i due estremi, egualmente sterili: l’agiografia (da parte della destra) e la demonizzazione (da parte di una certa sinistra). Tralascio ogni considerazione sull’imprenditore, certamente geniale e innovativo (nonché spregiudicato) come pochi altri. M’interessa l’uomo politico e la sua eredità. Che Berlusconi, dopo vent’anni di traccheggiamenti, abbia deluso anche alcuni dei suoi più accesi sostenitori, è ormai assodato. Chi non ha la stoffa dello statista, non la può acquistare al mercatino dell’usato, per sfoggiarla. Prima o poi qualcuno griderà ‘il re ha le toppe al culo’! E tuttavia un fatto è innegabile: nel bene e nel male, Berlusconi è stato la personalità politica più significativa della cosiddetta Seconda Repubblica. Ha raccolto a lungo vastissimi consensi, ed è riuscito a condizionare, talora a determinare, gli equilibri politici in fasi delicate della vita nazionale.

Che io mi stia infilando in un ginepraio, lo dimostra il rifiuto ostinato, da parte della sinistra forcaiola, “dura e pura”, di misurarsi con il fenomeno Berlusconi in chiave politica e, direi, laica. Quando Luciano Pellicani, il più grande teorico riformista che l’Italia abbia avuto nel dopoguerra, salì sul palco, in Piazza San Giovanni, nel 2002, per dire che Berlusconi si doveva combattere con argomentazioni razionali e politiche, non già evocando lo spetto del regime fascista e aizzando l’odio, fu sommerso da una selva di fischi. Eppure parlava per conto dei socialisti italiani aderenti all’Ulivo. Ricordo anche la severa requisitoria di Carlo Ginzburg contro Berlusconi, a Gerusalemme, qualche anno fa. Invitato per parlare del suo libro “Il Formaggio e i vermi” in traduzione ebraica, dedicò gran parte del suo intervento ad attaccare Berlusconi. Non c’è intellettuale “sinistrorso” di chiara fama che non abbia il dente avvelenato contro questa figura, emblema vivente del male.

Pensate alla bufala in stile Fatto Quotidiano che impazza su Facebook come un incendio estivo: la falsa condanna del berlusconismo firmata da Dacia Maraini, la quale in un articolo sul Corriere della Sera ha sconfessato il testo attribuitole dai confezionatori di fake news in formato digitale: “Il berlusconismo è la più grande catastrofe culturale del nostro tempo, forse anche peggio del fascismo, perché più subdolo e sotterraneo, perché seduttivo e apparentemente vincente. Il berlusconismo ha introdotto la cultura di mercato, quella in cui tutto si compra e si vende, dai senatori alle minorenni”. Un testo puerile e tuttavia significativo: è una sintesi del moralismo iperbolico di matrice berlingueriana condito con spunti neopasoliniani (i partiti di governo, ripeteva Berlinguer, pullulano di ladri, noi comunisti abbiamo le mani pulite; la DC, diceva Pasolini, è il nuovo fascismo; il Berlusca, dicono i giustizialisti alla Travaglio, è peggio ancora…). Neppure le personalità “laiche” della sinistra riescono a scrollarsi di dosso l’imprinting cattolico — altra cosa è riconoscere il nostro debito verso la Caritas evangelica, fiammella che ha illuminato il pensiero socialista. L’assurdità e ingiustizia della sentenza contro Berlusconi è evidente: il fascismo acquista un alone metafisico, talché perde la sua connotazione storica: ecco che un leader democratico, eletto con tutti i crismi, indossa fez e camicia nera… Il fascismo vero, quello che manganellava gli oppositori o li assassinava, quello che gassava gli etiopi e i libici e che spediva gli ebrei ad Auschwitz, perde di mordente – un imprenditore “subdolo”, prestato alla politica, può esercitare una violenza antidemocratica ancora maggiore di quella squadristica. Così evapora la differenza essenziale, di civiltà, fra democrazia e fascismo. La minaccia rappresentata dal Duce redivivo di turno è sempre in agguato, il male oscuro, come una fanghiglia, è sempre pronto a inondare le nostre società.

La cultura del mercato, cari marxisti in sedicesimo, non è un’invenzione del Berlusca, e non è sempre negativa: al di là della Cortina di ferro si stava decisamente peggio. Senza mercato non c’è né impresa (neanche quella solidale), né libertà. Adriano Olivetti, padre del capitalismo sociale italiano, non comprava né corrompeva chicchessia, dedicava infatti tempo ed energia al benessere dei suoi operai in fabbriche che erano bomboniere. Negativo semmai è il capitalismo finanziario speculativo, sregolato (di cui il Berlusca non è certo l’emblema). Questo i socialdemocratici (o, socialfascisti, secondo l’Internazionale Comunista) l’hanno sempre detto. La più straordinaria conquista civilizzatrice del Novecento, lo Stato sociale, una rivoluzione pacifica, non si è forse retta sul compromesso fra democrazia e capitalismo? Probabilmente l’incauto autore della bufala intendeva dire che Berlusconi ha introdotto l’affarismo nella politica italiana che, prima del suo arrivo, era un’oasi frequentata da educande. Il moralismo è una pessima chiave di lettura: in realtà Berlusconi ha semplicemente officiato il funerale dei partiti storici, che stavano già esalando gli ultimi respiri quando lui è comparso sulla scena. Il vecchio sistema della Prima Repubblica era cementato dalla fedeltà ideologica, dagli ideali, e non già dalle tangenti, e infatti il cambio di casacca dei parlamentari, così raro ai tempi di Berlinguer e di Craxi, è diventato la norma solo nella Seconda Repubblica, quando i partiti che avevano solide culture politiche si sono liquefatti. Berlusconi ha solo approfittato di questo marasma, con cinismo. Circa l’uso del vile denaro per acquistare consenso e garantire l’elezione di deputati, la sinistra di origine comunista non può dar lezioni a nessuno: per decenni il PCI ha incamerato milioni di dollari dall’Unione Sovietica. Certo, allora c’era la fede – nessun comunista si faceva comprare in maniera sfacciata come abbiamo visto succedere nella Seconda Repubblica –, tuttavia quel fiume di denaro sporco ha foraggiato un’organizzazione politica pachidermica, e capillare. Ripeto: allora c’erano gli ideali, il che non è poco. Lasciamo stare però il moralismo ingenuo: i soldi di Mosca fra le altre cose finanziarono una delle più devastanti scissioni socialiste, quella del PSIUP.

Che Berlusconi abbia incarnato un macroscopico conflitto d’interessi in ambito televisivo-mediatico, è fuori discussione. Il suo monopolio era un vulnus alla democrazia. In verità lo è anche un’altra grande anomalia tutta italiana: una magistratura talora esorbitante, che ha propiziato l’uso sfacciatamente politico delle inchieste giudiziarie, una magistratura che tiene sotto scacco il parlamento in barba a Montesquieu che teorizzò la necessità dell’equilibrio dei tre poteri, senza il quale la democrazia traballa. La sinistra giustizialista – versione tardo novecentesca della sinistra massimalista – ha scelto di vedere il primo problema, e di ignorare il secondo. Il fatto che Craxi, figura luciferina, sostenesse Mediaset è un ulteriore fattore che rinfocola la caccia alle streghe. Era più “onesto” Stalin, il rapinatore che, divenuto dittatore, ordinava processi sommari ai compagni che avevano sbagliato, e quindi meritavano di finire al muro? Era più “onesto” Togliatti, il quale era al corrente dei processi staliniani, visto che all’epoca viveva a Mosca ed era nelle grazie di Stalin, eppure tacque? Erano più “onesti” i segretari del PCI, che riscuotevano l’obolo da un regime dittatoriale, alimentando l’economia in nero della politica italiana? Un regime, quello sovietico, che soffocava ogni anelito di libertà nel sangue. Era più onesto Berlinguer che si faceva sostenere (elargendo fondi?) dal gruppo editoriale la Repubblica-L’Espresso?

La vera, unica, catastrofe culturale italiana è l’incapacità di tornare a Machiavelli, al realismo politico. Non a caso Bobbio definisce Marx l’inveratore di Machiavelli. Ebbene, gli epigoni italiani del filosofo di Treviri non l’hanno ancora capito, puzzano di incenso e, alla prima occasione, vestono i panni del Savonarola. Qui casca l’asino: finché prevarrà una lettura moralistica, di stampo cattolico, un giudizio spassionato su Berlusconi sarà impossibile. Non parlo del cattolicesimo liberale, che ha quarti di nobiltà – e infatti agevolò il benemerito Concilio Vaticano II, con cui la Chiesa si aprì alla modernità; chiamo in causa il cattolicesimo controriformistico, reazionario: catrame che si è sedimentato nella coscienza nazionale, predisponendo gli italiani al conformismo ideologico, alla cultura del sospetto, alla nostalgia dell’inquisizione, alla demonizzazione del nemico di turno, all’ipocrisia – il denaro, sterco del demonio, contamina sempre gli altri; idem per l’esercizio del potere.

Quello che colpisce, nel caso Berlusconi, è l’odio intenso, viscerale, per ciò che è o simboleggia, e non già per ciò che ha realizzato in politica, che è ben poco. Non ha riformato nulla in profondità, né ha instaurato un regime parafascista – e dire che ne avrebbe avuto i mezzi! Un parallelo interessante: l’odio, ben più giustificato, nei confronti di Margaret Thatcher: lei sì che mise in ginocchio i sindacati britannici, lei sì che sferzò la sinistra laburista cacciandola per 17 anni all’opposizione, lei sì che impose le sue riforme liberiste cambiando il volto alla Gran Bretagna. Berlusconi, a dispetto della retorica, ha combattuto la sinistra solo in ambito culturale, politicamente ha veleggiato a vista, governando alla “democristiana”, nondimeno è diventato il parafulmine della sinistra radicale, affetta da conati di odio.

Berlusconi è l’effetto e non già la causa della crisi dei partiti storici, fomentata nei primi anni Novanta del Novecento dai più importanti gruppi capitalistici (proprietari di importanti testate giornalistiche), interessati a ridimensionare il potere della classe politica sull’economia. Ghiotta la posta in gioco: appropriarsi con pochi spiccioli delle industrie statali più redditizie. Perché la sinistra postcomunista non ha mai dedicato tutte le sue energie ad attaccare quei gruppi capitalistici rapaci? Chi ha voluto lo smantellamento dell’IRI (acciaio, alimentare, autostrade, banche, cantieristica, impiantistica, meccanica, trasporto e aereo ecc.) e chi ne ha tratto vantaggio? Non certo Berlusconi… Fatto sta che, con la liquidazione dell’IRI, benedetta dalla finanza internazionale, finisce un esperimento di matrice socialista. E finisce soprattutto ogni politica industriale di ampio respiro a tutela degli interessi italiani. Conosciamo il contesto: la fine della Guerra fredda, la prima grande crisi economica, l’avvicinamento alla moneta unica in Europa, gli attacchi della mafia al cuore dello Stato… Berlusconi ha sfondato una porta aperta, insomma. E ha interpretato alla perfezione il ruolo che la nuova stagione, quella dell’antipolitica, gli poneva su un piatto d’argento. Antipolitica, non lo si ripeterà mai abbastanza, alimentata dai giustizialisti di ogni orientamento: se dipingi a tinte fosche il politico di professione come un untore, una sanguisuga, un corrotto, e chi più ne ha più ne metta, ovvio che spiani la strada all’imprenditore senza macchia e senza paura, ovvio che denigri cinquant’anni di prassi politica democratica fatta dai ‘corpi intermedi’ (partiti, sindacati), ovvio che prepari il terreno al più becero populismo.

Ormai del berlusconismo conosciamo gli aspetti negativi: a) l’antipolitica e il suo corollario, il partito personale, con tanto di logo politico depositato dal Notaio (modello a cui si è ispirato il Movimento 5 Stelle), ovvero il partito-azienda, negazione del concetto di partito compiutamente democratico, che ha bisogno come dell’ossigeno della competizione regolata fra leadership che esprimono progetti alternativi – un difetto molto grave, questo, evidente ancor più oggi che Berlusconi è ottuagenario: il proprietario del logo ha fagocitato tutti i suoi potenziali successori, alla fin della fiera Forza Italia, perno moderato del centrodestra, è in crisi irreversibile (a onor del vero, da questo punto di vista lo spiraglio a Berlusconi lo aprì molto più il PCI che non il PSI craxiano: i comunisti, cementati dal centralismo democratico, non hanno mai voluto una legge che disciplinasse in senso democratico la vita interna dei partiti); b) la televendita del prodotto politica, forma di marketing deleteria che ha contaminato anche la sinistra odierna, a cui si è associata una nuova comunicazione propagandistica in luogo del dibattito vero – il che è l’opposto della cultura liberale, fondata sul pensiero critico, che Berlusconi diceva di voler rappresentare e che, nei primissimi tempi, in effetti promosse (fra i primi eletti in Forza Italia vi erano figure intelligenti e colte, di tutto rispetto: Giuliano Urbani, Giulio Tremonti, Lucio Colletti, Margherita Boniver); c) l’anticomunismo parodistico che scimmiottava l’antifascismo: chi non è conservatore diviene ipso facto comunista, esattamente come tempo addietro chiunque non fosse comunista era in odore di fascismo. Berlusconi, fiutata l’aria da resa dei conti, comprese che il revanscismo era gradito alla destra un tempo ostracizzata (per ragioni comprensibili, dico io). Effettivamente l’egemonia comunista, in certi settori della società italiana, era stata asfissiante. Ma l’Italia della Seconda Repubblica di tutto aveva bisogno meno che di una nuova guerra ideologica, peraltro del tutto velleitaria. La politica non si fa con i risentimenti: se l’uso politico dell’antifascismo per marchiare a fuoco i propri avversari è deleterio, perché sostituirvi l’uso politico dell’anticomunismo, per mera ripicca?

Questi difetti, sommati fra loro, spiegano perché il progetto politico di Berlusconi è naufragato miseramente: la tanto strombazzata rivoluzione liberale non s’è mai vista. Si è protratta piuttosto la morta gora, l’immobilismo, sicché sono stati sprecati momenti preziosi per le riforme che la sinistra in teoria non potrebbe fare e che, nelle altre democrazie, in effetti non fa. Riforme, quelle di stampo thatcheriano, che solo Sua Emittenza aveva le forze – il consenso, il sostegno mediatico e i numeri parlamentari – per attuare. Berlusconi, insomma, ha dato il suo contributo a perpetuare l’anomalia italiana per cui la sinistra, da noi, è spesso costretta a svolgere sia i compiti che le competono sia quelli che la destra sedicente liberale non sa o non vuole svolgere (si pensi alle liberalizzazioni, spesso infelici, volute da Bersani…). Berlusconi sarebbe potuto passare alla storia come il Thatcher italiano, anziché come una macchietta amante del potere inteso come diritto al cabaret e all’harem (immagine che lui stesso, con i suoi comportamenti inaccettabili per un uomo di Stato, s’è ricucito addosso). A questo punto delle due l’una: o Berlusconi non ha mai coltivato quel sogno liberale, e quindi la sinistra radicale ha ragione nel dire che entrò in politica unicamente per tutelare le sue aziende, oppure non è stato all’altezza del compito immane che lui stesso s’era assunto. Che il brianzolo neofita della politica non abbia compreso come dovesse agire (superare, dopo la vittoria elettorale, la logica del partito-azienda, costruire una classe politica con una solida cultura liberale, privatizzare d’imperio ciò che era privatizzabile, attrarre capitali stranieri in Italia, riformare la burocrazia statale e il sistema pensionistico…), oppure che l’abbia capito e abbia deciso di temporeggiare all’infinito, per evitare scontri all’ultimo sangue, non muta di un ette la sostanza delle cose: gli attributi del leader vero, ovvero colui che sa rischiare tutto in nome di una visione, Berlusconi non li ha mai avuti. Il fatto rimane che è stato un formidabile propagandista e comunicatore, dote rara fra i politici di professione.

Meno conosciuti sono gli aspetti positivi della discesa in campo dell’imprenditore di Arcore, a cui bisogna riconoscere i seguenti meriti: a) l’aver sdoganato la destra postfascista, indicandole energicamente la necessità di un percorso costituzionale: Fini, che considerava Mussolini il più grande statista del Novecento, dichiarerà che il fascismo è un male assoluto. Vero è che lo stile farsesco della comunicazione berlusconiana (unito alla fissazione anticomunista in assenza del PCI) ha tolto smalto all’operazione, come quando affermò che Mussolini mandava gli oppositori in villeggiatura, cosa che nessun liberale sincero può dire; fatto sta che la democrazia italiana, con una destra inserita nella dinamica democratica, si è rafforzata (tranne quando si ha a che fare con i pazzi, con gli esaltati, non c’è cosa che tarpa le ali all’estremismo più dell’esercizio del potere, come s’è visto nel caso dei 5 Stelle); b) l’aver rimesso in gioco la dinamica conservatori/progressisti, questa sì di stampo liberale!, perennemente inficiata dal consociativismo (opposizione dura e pura a parole, e accordi sotto banco a iosa): senza Berlusconi non avremmo avuto le prove di bipolarismo all’italiana. Se il meccanismo dell’alternanza fra forze politiche contrapposte, ma non antisistema, sia inceppato o meno saranno i futuri eventi politici a dirlo. Forse l’Italia, lacerata da dinamiche centrifughe – divario Nord e Sud; campanilismo diffuso; logica faziosa dello scontro endemico fra Guelfi e dei Ghibellini – non ha ancora interiorizzato quella tradizione civica che in Gran Bretagna consente l’alternarsi fra forze politiche che non si delegittimano ogni santo giorno. Fatto sta che l’esperimento propiziato dal Berlusca è stato essenziale nella nostra crescita politica.

c) L’aver reso palesi i limiti del parlamentarismo all’italiana, ormai inviso a molti elettori, senza tuttavia denigrare il Parlamento come ha fatto il Movimento 5 Stelle in tempi più recenti. In punta di diritto costituzionale è scorretto dire che il governo Draghi, per esempio, è meno democratico o meno legittimo di altri perché non è stato eletto dal popolo direttamente, essendo la nostra una democrazia parlamentare. È però pur vero che da quando c’è l’alternanza fra due poli contrapposti è diffuso nel Paese il desiderio di voltar pagina rispetto a certe alchimie parlamentari tipiche della Prima Repubblica, figlie del consociativismo benedetto dalla DC e dal PCI. Le elezioni, insomma, dovrebbero indicare chiaramente chi governerà il Paese, i governi di unità nazionale si giustificano solo in circostanze eccezionali. In questo, in effetti, Berlusconi ha ripreso il tema craxiano della democrazia governante. D) L’aver perseguito una politica estera coerente e più che dignitosa, a tutela degli interessi italiani, talché è sbagliato ironizzare sul commento di Giorgia Meloni: Berlusconi è, sì, un patriota. E) Last but not least, e questo è il suo merito politico che sopravanza tutti gli altri: l’aver impedito l’affermarsi di una Repubblica Giudiziaria retta dai procuratori d’assalto e dalle loro sponde politiche. Sposo, qui, la tesi di Giuliano Ferrara. C’era il pericolo concreto, negli anni Novanta del Novecento, che destra postfascista e sinistra postcomunista si saldassero in un fronte illiberale: davanti al Raphael, a gettare le monetine a Craxi, c’erano sia missini che comunisti. Sua Emittenza l’ha impedito. Il suo capolavoro politico? L’aver trasformato i postfascisti, forcaioli nel DNA, in garantisti! Purtroppo non era lui la figura ideale per condurre una battaglia a favore del garantismo, contro la giustizia a orologeria, ma tant’è: questo ci ha passato il convento. Se i magistrati d’assalto avessero vinto su tutta la linea, si sarebbe affermata una sola narrativa, quella dei postcomunisti: di qua gli onesti (noi), di là i ladri e i corrotti (gli altri). La peggior storiografia giudiziaria avrebbe inquinato le miglior menti. E, quel che è peggio, una miriade di innocenti sarebbero finiti dietro le sbarre o alla gogna, molti altri politici, intimoriti dalle Vestali della Repubblica Giudiziaria, si sarebbero ritirati a vita privata. L’intimidazione per via giudiziaria avrebbe affievolito la dialettica democratica. L’odio ideologico, unito al desiderio di vendetta, sarebbe tracimato ovunque. E per chissà quanto tempo non ci sarebbe stata alcuna alternativa al “compromesso storico bonsai” fra ex comunisti e cattolici.

La somma algebrica fra difetti e virtù del berlusconismo cosa ci dà, una somma positiva o negativa? Solo la storia potrà dircelo.

N°1 del 3/1/2022

fondazione nenni

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