Il nostro G8

– di MAURIZIO FANTONI MINNELLA –

A coloro che non smettono mai di progettare utopie

 

A vent’anni dai fatti di Genova /G8 si apre una riflessione a più voci e un confronto dialettico su cosa abbia significato e rappresentato quell’evento nel panorama internazionale, il cui fuoco principale è stato ancora una volta l’esplosione del caos nelle strade e la risposta di inaudita violenza da parte delle forze dell’ordine culminata nell’uccisione del giovane Carlo Giuliani, nell’irruzione nella Scuola Diaz e nelle violenze nella caserma di Bolzaneto, entrambe pianificate a freddo dai vertici  delle forze di polizia. Sebbene sia affatto doveroso porre al centro del discorso le gravi responsabilità dello Stato al fine di trasmettere agli increduli, alla maggioranza silenziosa e alle nuove generazioni, con un preciso e puntuale inquadramento critico, quanto è avvenuto per le strade di Genova in quegli infuocati giorni di luglio 2001 (vissuti in prima persona dall’autore di queste pagine), lo è altrettanto chiarire idee e azioni che determinarono la nascita di quel Movimento. Ma vediamo, innanzitutto come si sono scolpiti i fatti sopracitati nell’immaginario collettivo nel corso di questi due decenni. Nella stragrande maggioranza dei casi (ed è doloroso constatarlo), si è trattato piuttosto di un incidente determinato da una moltitudine giunta da ogni dove, mossa ad agire da chissà quali “ordini superiori” (i soliti sovversivi, questa volta però senza i vessilli e le bandiere della sinistra tradizionale comunista!), laddove, non solo si ignora o si finge di ignorare la feroce repressione poliziesca (prevista in quanto legittima nella percezione di massa), ma si suole spesso affermare cinicamente che quel ragazzo morto “se l’è proprio cercata” rubricandolo di conseguenza come “criminale” (quando, invece, si trattava di un giovane con molti problemi), e giungendo, infine, a sottintendere che tra la violenza contro la proprietà privata (cassonetti, negozi, bancomat, automobili, blindati, proprio come nel ’68…!) e quella contro le persone perlopiù inermi (sottoposte ripetutamente a percosse, violenza fisica e psicologica e perfino a tortura), il valore delle cose fosse più importante di quello delle persone. Molte imprecisioni sono state fatte passare per verità in virtù dell’autorevolezza dei propri estensori. Ne citiamo due omettendo intenzionalmente gli autori per non suscitare ulteriori polemiche. La prima: tra le istanze primarie del Movimento non vi era soltanto la preoccupazione ambientale per i destini del pianeta, anche se percepita nella sua drammatica urgenza, ma altresì l’urgenza di una più equa ridistribuzione delle risorse economiche a favore delle classi più deboli senza per questo rifarsi ai dettami del marxismo-leninismo più ortodosso.

La seconda: non fu mediaticamente, il disastro del G8 a decretare la fine del Movimento (che aveva già preso avvio a Seattle due anni prima), ma furono proprio la rabbia, l’indignazione di una minoranza consapevole di persone, di cittadini, ma anche la voglia di sperimentare sul campo, ciascuno sul proprio territorio, le idee che si andavano già elaborando nei Forum Sociali, a determinare per alcuni anni, almeno fino al 2007, le attività “militanti” del Movimento stesso, denominato Social Forum.

Sarebbe utile ricordare che nei giorni di Genova due differenti, se non antitetiche, concezioni del mondo si contrapponevano scegliendo simbolicamente due opposte collocazioni: da una parte gli otto rappresentanti del potere mondiale, rinserrati nel “Palazzo” (come si diceva una volta), ossia nella cosiddetta “zona rossa” allargata e off limits, dall’altra, invece, la massa critica dei trecentomila manifestanti che dilagò pacificamente prendendosi le strade e le piazze. Da una parte il capitalismo globale con le sue strategie economiche basate sullo sfruttamento del lavoro a basso costo e quindi su di una competizione sempre più feroce fra gli stati, dall’altra la volontà collettiva di rovesciare il paradigma economico sociale ed ecologico per l’affermazione del principio di sostenibilità del pianeta e delle relazioni sociali ed economiche tra gli individui. Persone e non oggetti o strumenti per una crescita infinita e incontrollabile dei mercati.  Nasceva così per la prima volta nella storia dell’Occidente, un Movimento a carattere internazionale, globale, laddove l’aggettivo globale sottende ad una dimensione del fenomeno sino ad ora inedita, che subito diventò il Movimento dei Movimenti per quella sua particolare facoltà di riunire le anime più diverse della società civile, entro un progetto politico,  omogeneo e al tempo stesso trasversale rispetto alla vecchia egemonia dei partiti, il cui scopo destabilizzante era quello di  una pressione continua sull’opinione pubblica fino a giungere nelle stanze del potere. Bisognerebbe ripensare ad una concreta riformulazione dei principi che ne hanno determinato l’origine e l’evoluzione ma anche il suo progressivo esaurirsi, affrontando, tuttavia, l’ostacolo più insidioso, quello che spinge le elites economico – finanziarie mondiali a mimetizzarsi ogni qualvolta si presenti all’orizzonte un nemico, o un ostacolo al proprio sviluppo, facendo proprie talune istanze di reale progresso con il preciso intento di svuotare le forze di opposizione al sistema della loro principale forza. Questo è avvenuto allorché il grande capitale ha intuito la necessità di regolare le proprie produzioni sulla base di principi di sostenibilità ambientale che erano nate in seno del Movimento. E non sbaglia il filosofo Massimo Cacciari (L’Espresso, 4 luglio 2021), quando identifica nella figura di Greta Thunberg la star solitaria, più facilmente assimilabile dal mainstream politico, che da sola sembra involontariamente prosciugare tutte le spinte progressiste di un intero movimento!…Lo stesso  accadeva nel perpetuarsi del grande equivoco secondo cui la globalizzazione avrebbe ridotto di molto la povertà mondiale, aiutando i paesi del cosiddetto terzo mondo ad emanciparsi da essa, non considerando, tuttavia, il fatto che lo scopo del capitalismo globale è, al contrario, quello di ricreare in quegli stessi paesi cosiddetti in via di sviluppo le medesime condizioni di disparità e di iniquità sociale ed economica dei paesi occidentali (a cui l’Est di questa stessa Europa risponde con la riproposizione della vecchia formula nazionalista innervata nel nuovo anti-globalismo e questo ha certamente contribuito allo svuotarsi dello stesso significato che si era inteso attribuire al concetto di no-global), che fanno ormai parlare di un progressivo allargarsi della forbice economica tra le grandi masse popolari in cui convergono sempre più la piccola e la media borghesia, e un’élite sempre più ricca che perfino l’emergenza Covid-19 ha contribuito a rafforzare. Ma vi è un terzo elemento che fu attore imprescindibile dell’indebolimento delle motivazioni del Movimento no-global, ossia il prepotente emergere dell’universo digitale e della sua egemonia, in sostituzione del vecchio taylorismo industriale, la cui specifica natura alimenterebbe il rinchiudersi soggettivo in una dimensione tendente all’individualismo competitivo, sebbene (ed è un’ evidente contraddizione dello stesso sistema)  siano stati proprio i nuovi social media (a Genova, Indymedia, lo ricordiamo, ebbe il suo vero e proprio battesimo, ma si trattava pur sempre di una filiazione del Movimento stesso), in prima fila a documentare le nuove conflittualità sociali, perfino facendosene interpreti, dagli Stati Uniti, all’Europa e al Medio Oriente.

Il G8 di Genova doveva essere una protesta ma anche una festa a cui nessuno era escluso (ad eccezione, ovviamente, degli “otto grandi”) e invece si trasformò nella tragedia che ormai tutti conosciamo. È certo, tuttavia, che in quella deriva il Movimento trovò cattiva pubblicità, mentre si rafforzava, nelle istituzioni e nei partiti quasi del tutto “assenti”, la convinzione che ancora una volta i poteri forti avessero vinto, che le forze dell’ordine avessero fatto il loro dovere e che al Movimento non restava che disperdere le proprie ceneri negli scantinati di qualche centro sociale o località desolata del Terzo Mondo. Non è stato così, per fortuna. Un circolo virtuoso di uomini e donne si era dunque messo in moto forse con troppe fragilità, ma con la certezza di essere dalla parte giusta.

È forse dubitabile, infine, che tutto questo gran brusio giornalistico sul G8 di Genova possa avere una ricaduta positiva sulla formazione di una nuova coscienza critica e, quindi, di una nuova prassi politica quotidiana, se da parte dei cittadini del mondo non si è più disposti a riconoscersi in un destino collettivo che non sia quella di una nazione ma di una grande comunità di esseri che agiscano e lottino per “restare umani”.

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