Liberali o Resistenti?

– di MAURIZIO FANTONI MINNELLA –

  1. All’indomani del crollo del comunismo in Unione Sovietica e in tutta l’Europa dell’Est e della debacle delle ideologie, ci siamo ritrovati tutti liberali: dai liberali per definizione storica agli ex comunisti rimasti fedeli fino all’ultimo a Berlinguer, passando attraverso i laici di tutte le fedi e gli anticomunisti sempre pronti a giustificare il regime fascista (quelli che a un’Italia illiberale “dominata dai comunisti”(!), magari preferiscono un governo forte, autoritario purché garante di libertà religiosa e soprattutto economica). Insomma, tutti!… Ma che cosa significa, oggi, definirsi liberali, così come essere, oggi, antifascisti? Si può essere liberali e insieme antifascisti? A tali interrogativi, si tenterà in queste pagine, di dare una possibile risposta. Innanzitutto, in un sistema politico ed economico interamente dominato dal mercato, il neo-liberismo diventa, più che l’erede di un’ideologia nata nel XIX° secolo, il braccio politico dell’alta finanza e del capitale finanziario globale. Allora si dovrà intendere il pensiero liberale nelle sue declinazioni più ampie sviluppatesi nel corso del secolo successivo, per giungere a comprendere come l’antifascismo inteso come sentimento e come coscienza critica del presente politico, non sia necessariamente in contraddizione con l’evoluzione di un pensiero socialista liberale. Se è esistito per almeno mezzo secolo, un antifascismo militante di matrice comunista, a garanzia delle libertà democratiche rispetto ai molti tentativi eversivi di instaurazione di un possibile regime autoritario, è altresì vero che in seno ad altre forze politiche incluse nell’arco costituzionale, l’antifascismo rappresentò una premessa essenziale per lo sviluppo di uno stato democratico e delle sue istituzioni. Dopo tale premessa è lecito domandarsi se l’essere liberali equivale sempre all’essere democratici, ovvero se il liberalismo economico non abbia in talune fasi storiche adottato soluzioni di “emergenza” politica di tipo autoritario. Molti che oggi si proclamano liberali sarebbero, in realtà, disposti a votare ancora una volta un partito d’ordine e conservatore. E qui entriamo nella cosiddetta zona grigia dell’anima degli italiani, di quella maggioranza silenziosa ancora disposta a riconoscere al fascismo valori e virtù sociali, fingendo di dimenticare che fu, soprattutto una feroce dittatura. Lo affermano noti opinionisti televisivi che per l’occasione scrivono anche libri, lo ripetono milioni di italiani avvezzi ai luoghi comuni sulla politica e sull’antipolitica, sul fascismo e sull’antifascismo, su facili comparazioni tipo nazismo-comunismo e fascismo buono–fascismo cattivo, perché se il fascismo è morto nel 1945 con la lotta di Liberazione, allora anche l’antifascismo non ha mai avuto ragion d’essere dopo quella data storica. Un paradosso, certo, se si pensa che la stessa Costituzione italiana si basa sul principio del rifiuto del fascismo, che al contrario, oggi, sulla scorta della sua storicizzazione, si vorrebbe perfino rivalutare come ideologia che “fu di tutti gli italiani”! Una repubblica democratica fondata sul lavoro (e, ironicamente, come disse qualcuno, sull’anticomunismo), non poteva, tuttavia, restare immobile di fronte a forze eversive che si sarebbero espresse più tardi nello stragismo degli anni sessanta-settanta, proprio quando la classe operaia era all’apice delle proprie rivendicazioni sociali (1969). Ma si dirà che questa è un’altra storia e che oggi la vocazione economicistica della società e della politica non soltanto nazionale, impedirebbe l’insorgere di forze oltranziste, ispirate dalla sola ideologia, perfino la più reazionaria. Tuttavia più cresce l’asticella del “siamo tutti liberali”, più diminuisce quella dell’antifascismo, quasi ad evidenziare una sempre più significativa divaricazione tra i due concetti. Le ragioni possono essere due: la prima riguarda il lento ma efficace processo di revisione della storia della Resistenza che nell’evidenziarne talune ombre, ed inoltre, equiparando le vittime del nazifascismo a quelle dei partigiani, ne ha in gran parte eroso il mito a cui soprattutto la sinistra aveva tenuto fede fino ad oggi. La seconda è, invece, riconducibile a una deriva populista in atto dal chiaro profilo nazional-popolare e finanche patriottico, che nel negare quei valori politici e culturali emersi proprio dal crogiuolo della Resistenza e dal pensiero critico, tenderebbe alla riproposizione di valori di conservazione, (giacché il termine di rivoluzione, il fascismo lo aveva, paradossalmente, mutuato dalla sinistra marxista e socialista che però diventò subito il suo principale nemico). Insomma, mentre al di fuori dai confini nazionali infuria l’egemonia economica (tedesca e francese) di un’Europa globalizzata, al suo interno, invece, senza che vi sia davvero una reale opposizione di  sinistra, si legittima come forza di governo un partito post-fascista intorno al quale si coagulano le tentazioni e i sogni di una possibile restaurazione, ma questa volta senza stragi o tentativi di colpi di stato (che è roba del XX° secolo), ma finalmente con il consenso di una nuova maggioranza presente nel Paese.  Se per un verso l’europeismo mostra il suo volto economico più spietato, dunque privo di una vera egemonia culturale nel senso più ampio del termine, ossia in grado di porsi come alternativa all’egemonia atlantica statunitense, per altro verso non vi è sovranismo nazionale e populista che non conduca al vicolo cieco della reazione, dell’esclusione dell’altro, di tutto ciò che, insomma, costituirebbe il substrato di una possibile società futura.
  2. Quanto all’uso o all’abuso di “Bella Ciao” di cui si è tanto discusso, occorre ricordare che la più famosa canzone partigiana al mondo, eseguita in un considerevole numero di lingue, la cui genesi è ormai nota, appartiene di fatto all’antifascismo e non al mainstream nazionale. Accostarla, come è stato proposto, nelle celebrazioni pubbliche, all’inno nazionale, significherebbe snaturarne l’essenza, facendola diventare patrimonio di tutti, quando, in realtà non lo è mai stata, oppure di uno Stato che in più circostanze ha preferito ignorare la lezione dell’antifascismo. Se ciò avvenisse, ci troveremmo, quindi, di fronte ad un perfetto esercizio di retorica buonista, a un tentativo di pacificazione che la destra, in cerca di autoassoluzione, sarebbe la prima a rifiutare.

Che Bella Ciao resti pure canzone di movimento, di tutti coloro che non hanno mai smesso di identificarsi nel rifiuto con qualsiasi forma di autoritarismo.

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