L’ALEPH E LA LEGGEREZZA DELLA VITA. Antonio Manzini continua a sorprendere con il suo nuovo e bellissimo romanzo “Gli ultimi giorni di quiete”

-di PIERLUIGI PIETRICOLA

 

Parafrasando Marco Lodoli per Simenon: ma cos’hanno i romanzi di Manzini, che ci rimangono incollati alle mani e non ci danno tregua fino all’ultima pagina? E perché ogni volta ci lasciano dentro un’amarezza strana, come se ci avessero portato in un punto dove non volevamo arrivare, che non volevamo conoscere? La risposta sta nella profonda onestà intellettuale di Manzini.

Ed effettivamente, il nostro non è solo uno scrittore onesto, ma anche grande. Anzi: grandissimo. Di sicuro fra i maggiori che questo scorcio di nuovo millennio la letteratura può vantare. In pochi sanno padroneggiare lo stile come lui, ottenendo un periodo terso, privo di orpelli, luminoso. Verissimo quello che sosteneva Jünger: il grande scrittore si riconosce per la precisione con cui descrive situazioni, luoghi e personaggi. Lezione che Manzini ci regala sempre e che si perfeziona pagina dopo pagina.

L’ultimo libro dell’autore di Rocco Schiavone – personaggio che tanto deve ai classici del giallo (Simenon su tutti), ma anche a quella letteratura italiana che da Goldoni arriva a Collodi, Manzoni, Flaiano, Brancati, Sciascia giungendo a Savinio –: il nuovo libro di Antonio Manzini, Gli ultimi giorni di quiete, è semplicemente bellissimo.

Un giovane, bravo ragazzo e figlio modello, viene ucciso nel corso di una rapina in una tabaccheria. Anni dopo, la madre incontra il suo assassino su un treno. E da quel momento non ha più pace: l’inferno, dal quale mai si è veramente allontanata – né lei, né suo marito –, è ora tornato a ferirla, a torturarla, a martoriarla senza pietà. Come liberarsene? Come tornare a vivere? Si può tornare a vivere in una situazione così estrema e crudele?

Queste le domande che si pone Manzini. Ma alle quali non risponde. E fa bene. L’arte, quando è vera, non si schiera a favore di una situazione condannando le altre. E nemmeno parteggia per un personaggio in particolare. In tal senso, ne Gli ultimi giorni di quiete il ruolo dell’antagonista spetta a Paolo Dainese; eppure il lettore non riesce a provare sdegno per questa persona che ha pagato il suo debito con la giustizia (e con la sua coscienza?) e sta cercando di ricostruirsi una vita. E l’ultima immagine che abbiamo di lui – “Paolo crollò a terra e si prese la testa fra le mani. Così lo avrebbe trovato la polizia dieci minuti dopo” –, è il ritratto di un uomo sovrastato dal proprio destino, di fronte al quale è impotente, inerme, perché non ne comprende il senso. Può solo viverlo, sebbene desidererebbe il contrario per se stesso. Discorso che vale anche per Nora o per Pasquale, i genitori di Corrado – il ragazzo ucciso –: tutti somigliano a personaggi di una tragedia il cui regista è in fondo alla platea a guidare gli attori, muovendo da lontano tanti fili intricati ed invisibili. E tutti sono buoni e cattivi al contempo. Ma chi di loro è dalla parte del giusto? E chi sta sbagliando?

Credo che Manzini, quando scrive, si senta un po’ come il protagonista dell’Aleph di Borges, che osserva l’eternità dell’universo che gli si squaderna attraverso un piccolo foro all’apparenza insignificante. Ciò che dà il via alla narrazione è un semplice spunto: una lite, un incontro casuale, un sentimento inespresso, una gioia impossibile da contenere. Questo spunto è l’aleph attraverso il quale la storia inizia a prendere corso; e cresce piano piano, di dettaglio in dettaglio. Se dovessi spiegarle ricorrendo a un’immagine, potrei dire che le trame di Manzini somigliano ai cerchi concentrici che si formano quando gettiamo un sassolino nell’acqua: e crescono, crescono, crescono sempre, fino al punto in cui il nostro occhio non le vede più. Le storie che Manzini cattura sulla pagina non vi restano intrappolate, ma la attraversano; e come i cerchi concentrici dell’acqua, esse si espandono fino a scomparire. Ma in realtà non scompaiono: fanno ritorno nella vita che tutti noi viviamo. Ciò che leggiamo è una traccia, un’orma, un’ombra che spetterà a noi modesti lettori illuminare e riempire di dettagli, colori, sfumature, voci, atti eroici, piccole meschinità. E il dolore: anch’esso sta a noi lettori, se lo vogliamo, portarlo a quel preciso punto tale da fargli assumere le tinte della tragedia. E qui sta la lezione più grande che ci regala Manzini: non esprimere emozioni, sentimenti, passioni. Sono banalità da scrittori pessimi. I grandi, quando lo sono davvero, riflettono sui moti del cuore, sui fremiti dell’animo; osservano tutto questo e come un ritrattista fa col suo modello, ritraggono ciò che sentono e provano preoccupandosi di mettersi a debita distanza.

Ma quando si chiude il libro che succede? Si prova la certezza di aver appreso qualche cosa in più rispetto a prima sul complicato universo umano. Di nuovo parafrasando le parole di Lodoli per Simenon, potrei dire che i romanzi di Manzini nascono dalla consapevolezza di ciò che veramente sono gli esseri umani, di quali forze segrete li muovono, e di quanto provano inutilmente a dimenticare la propria implacabile sostanza? E che di questa sostanza noi non ne restiamo atterriti, spaventati, e in qualche modo la sentiamo come nostra amica, probabilmente la più fedele che potremmo mai incontrare? Certamente sì. Ma non perché, come già in Simenon, Manzini ci racconta la vita migliore di quello che è; ma perché di questa esistenza ne comprende la fuggevolezza, a tratti la leggerezza, spesso la tragedia. E in tutti i casi, migliori e peggiori, Manzini ci invita ad agire come Pasquale ne Gli ultimi giorni di quiete: andando avanti nonostante tutto, alzando intorno a noi un vento che, ricordando le pagine finali di Cent’anni di solitudine, ogni cosa porta via con sé senza dare una seconda opportunità sulla terra; ma qualcosa di più: un’altra vita, un altro destino.

E quindi un’altra storia: la prossima che Manzini scriverà.

 

pierlu83

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