E’ nato il governo Draghi-Colao e non promette nulla di buono specie per il sud

– di MICHELANGELO INGRASSIA –

Ora che abbiamo la lista dei ministri, possiamo tentare di formulare qualche ipotesi sul futuro che ci aspetta. I commenti delle ultime ore si sono soffermati sulla distribuzione di genere e territoriale; è stata giustamente criticata la prevalenza maschile e la preponderanza settentrionale della composizione, che ha disatteso le speranze che molti nutrivano su un diverso bilanciamento della rappresentanza delle donne e delle regioni. Accantoniamo pure la questione inerente alla ripartizione dei ministeri riguardo ai partiti, fatta applicando l’intramontabile “manuale Cencelli”; e
anche la massiccia presenza di esponenti dei precedenti governi presieduti da Giuseppe Conte, che ha deluso i militi in servizio permanente effettivo del “nuovismo” (forma di populismo sul quale un giorno la storia non mancherà di pronunciarsi). Interroghiamoci invece sulla “cifra” che esprime il primo governo di Mario Draghi, sul fine che si propone di raggiungere e sui mezzi che userà per renderlo concreto. Penso che da questo punto di vista si possa tranquillamente affermare che oggi è nato il governo Draghi-Colao. Degli otto tecnici presenti nella compagine (o squadra, come oggi si preferisce gioiosamente dire) in tre provengono dal famoso (o famigerato) “Comitato di esperti in materia economica e sociale” istituito dal secondo Governo Conte e presieduto da Vittorio Colao. Insieme al presidente Colao, infatti, chiamato al dicastero dell’Innovazione Tecnologica, troviamo pure Roberto Cingolani, neo ministro del neo ministero della Transizione Ecologica, ed Enrico Giovannini, neo ministro alle Infrastrutture. Sia Cingolani sia Giovannini furono membri effettivi della task-force presieduta da Colao e co-estensori del Rapporto per il Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte, intitolato: Iniziative per il rilancio “Italia 2020-2022”, presentato nel giugno 2020. Il cosiddetto “Piano Colao”, a suo tempo criticato da pezzi consistenti della
maggioranza che sosteneva il governo Conte e da pezzi della maggioranza che oggi sostiene il nuovo governo, significativamente non firmato da Marianna Mazzucato, pure componente del
Comitato, fu poi lasciato in sospeso da Giuseppe Conte.
A questo punto è lecito ipotizzare che il programma del nuovo governo, in materia economica e sociale, attingerà a piene mani dalle numerose e polverose pagine del “Piano Colao”. Del resto non
è un caso che a pilotare la macchina economica del nuovo governo sia stato arruolato il tecnico Daniele Franco, Direttore di Bankitalia e intimo di Mario Draghi, neo ministro del super Ministero
dell’Economia. Aveva ragione, quindi, chi sosteneva nei giorni delle consultazioni che il governo Draghi non sarebbe stato un replicante del governo Monti, iniettando così nel dibattito politico
robuste dosi di tranquillante. I conti furono fatti senza l’oste, e l’oste in questione è appunto il “Piano Colao”. Il governo Draghi-Colao si prefigge, dunque, di realizzare i centoventuno progetti elencati nei sei paragrafi del “Piano Colao”’? In attesa di una risposta è bene andarsi a rileggere il documento. Ciò che balza evidente è innanzitutto che, come fu osservato a suo tempo, nel “Piano Colao” la questione meridionale è stata risolta semplicemente non nominandola. Un dramma per le regioni del sud, per le sue cittadine svuotate, per le sue poche e fatiscenti infrastrutture, per le sue molte scuole e abitazioni a rischio crollo. A risolvere tutto sarà l’eterna promessa/minaccia del ponte sullo Stretto?
Ma il “Piano Colao” non promette nulla di buono soprattutto per il tessuto sociale ed economico del Sud. La filosofia del Piano, infatti, sotto quest’aspetto è impostata su di una visione che penalizza fortemente la realtà quotidiana del Mezzogiorno, che rischia di subire catastrofi peggiori del mancato investimento nel Sud delle allora risorse del Piano Marshall e degli equivoci investimenti della vecchia Cassa per il Mezzogiorno. Deleteria è, in generale a livello nazionale e soprattutto in particolare per il Sud, l’idea che la società debba essere identificata con l’impresa. In conformità a questa idea sono gli utili dell’impresa a determinare il benessere della società. Da qui una serie di progetti in campo finanziario e fiscale che si propongono di liberare le imprese dai soliti lacci e laccioli che secondo la narrativa dominante la imbrigliano. Come? Sostanzialmente sburocratizzando la pubblica amministrazione proponendo per esempio l’abolizione del codice degli appalti; applicando la deregolamentazione dei contratti e delle condizioni di lavoro; incentivando le sovvenzioni alle imprese a carico dello Stato, ossia della collettività; azzerando ogni contributo fiscale delle imprese alla collettività. Che impatto avranno queste misure nella realtà sociale del Sud inquinata dalle mafie e dal lavoro nero? Catastrofica è, in aggiunta, l’altra idea su cui poggia il “Piano Colao”, ossia quella di fare coincidere il rilancio dell’Italia con la cultura del “più grande e del più competitivo”. Da qui la destinazione delle risorse finanziarie a favore delle grandi opere digitali e materiali a discapito dell’informatizzazione di massa e della realizzazione delle piccole infrastrutture di cui specialmente il sud soffre. Come se non bastasse, la realizzazione delle grandi opere digitali e materiali dovrà essere compiuta mediante leggi e protocolli nazionali di realizzazioni non opponibili da enti locali. Rientra in questa visione di “più grande e più competitivo” anche la proposta di destinare le risorse finanziarie alle grandi aziende multinazionali che con opportuna modifica della legge sui fallimenti, proposta nel “Piano Colao”, saranno libere di annettersi le piccole imprese remunerative abbandonando al loro destino tutte le altre, quelle che Mario Draghi ha definito “imprese zombie”.
Quale impatto avranno tali misure nella realtà produttiva del Meridione caratterizzata dalla presenza di piccole e piccolissime aziende quotidianamente in lotta per la sopravvivenza contro le mafie, la mancanza di strade e ferrovie e contro un ceto burocratico dominante più che dirigente? Vi è inoltre la proposta che i servizi pubblici locali (trasporti, acqua, rifiuti, energia) debbano essere
accorpati in grandi multiutility opportunamente finanziarizzate, ossia privatizzate, la cui competitività graverebbe sui costi a carico degli utenti. Anche qui, quali sarebbero le ripercussioni
economiche e sociali in una popolazione caratterizzata da bassa e sovente irregolare occupazione e ancor più bassa e spesso discontinua retribuzione salariale?
Se poi si affronta il tema della riforma fiscale e della flessibilità delle pensioni, anche qui il “Piano Colao” ha individuato una soluzione nella semplice elusione dei problemi in questione. Dunque,
ancora una volta, nessuna riforma che preveda tagli alle tasse dei lavoratori dipendenti e dei pensionati normali (non quelli d’oro). Ancora una volta nessun accesso flessibile al pensionamento,
in un Paese come l’Italia in cui si va in pensione quattro anni dopo rispetto alla media europea.
Anche in questo caso le conseguenze per il Sud, dove alto è il numero di lavoratori dipendenti e di pensionati, sarebbero drammatiche.
Si tratta di osservazioni che a suo tempo furono rilevate da sindacalisti come Domenico Proietti (UIL) e da filosofi come Marco Bersani, e che qui ho provato a calare nella realtà del Sud.
In quest’anno di crisi pandemica, è stato continuamente detto e ripetuto che la lezione decisiva impartita dal Covid-19 è di progettare un radicale cambiamento del modello economico e sociale
dominante in quest’ultimo, inglorioso, trentennio. La pandemia ha dimostrato che la rivincita di Hayek su Keynes ha avuto come conseguenza l’incapacità di garantire protezione sociale alle fasce
e ai territori deboli. Il “Piano Colao” non ha come obiettivo quello di pervenire all’auspicato mutamento del sistema dominante bensì di riaffermarlo in forma aggiornata e a garanzia del profitto
a discapito di salari, guadagni, servizi pubblici e protezioni sociali.
Spero di essere smentito ma temo che si profili un governo Draghi-Colao dietro il quale avanza silenzioso e minaccioso il “Piano Colao”, foriero di gravi conseguenze specialmente per il Sud. Se è
vero che Mario Draghi rappresenti l’ultima possibilità per il nostro Paese, com’è stato ossessivamente ripetuto in queste ultime settimane, è anche vero che se quest’ultima possibilità si
manifesterà nelle sembianze di un governo “Draghi-Colao”, non basterà protestare ma sarà necessario riscoprire e proporre le ragioni delle lotte sociali.

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