“Se sai chi potresti essere, non farai la scelta sbagliata”. Ritratto di Luca Di Fulvio

-di PIERLUIGI PIETRICOLA

 

Mandandomi un messaggio su Whatsapp qualche tempo fa, un mio amico – Luca Latino, bravissimo attore – mi disse: “Devi leggere questo libro”, cerchiando sulla foto la bandella di uno dei volumi che aveva nella sua biblioteca personale. Il titolo era: La gang dei sogni. Autore: Luca Di Fulvio.

Il titolo mi colpì. Per mesi ho cercato il libro ovunque: nei negozi di modernariato, in qualche giacenza sparsa per le Feltrinelli d’Italia. Ma niente. Ogni volta che lo richiedevo, la risposta era la stessa: “Purtroppo è fuori commercio”. Poi, qualche giorno fa, grazie all’amicizia che da subito è nata fra noi, Luca Di Fulvio me ne ha fatto dono e così ho potuto leggerlo. O per meglio dire: rileggerlo. Perché man mano che scorrevano le pagine, ricordavo vagamente le vicende che venivano raccontate. Il problema è che all’epoca – il 2008, anno in cui La gang dei sogni uscì – non ero preparato ad accogliere quel mondo con lo spirito giusto. Allora ero tutto concentrato a diventare uno studioso e leggevo i libri nel modo sbagliato.

Parto da questa esperienza personale, altre non potrei averne, per tracciare un ritratto di questo straordinario scrittore, dal talento narrativo unico, che si riallaccia alla tradizione della migliore letteratura: quella di non aderire a regole o a correnti e di ubbidire ad una sola legge: entrare nella mente e nel cuore, simultaneamente, dei lettori. E Luca Di Fulvio ci riesce, perché con una forza propria solo alla Letteratura vera – quella con la L maiuscola – ogni sua storia si impone con forza, annullando tutto il resto e convincendoci a far parte di quei mondi. Che si tratti della Roma del 1870 – è il caso dell’ultimo suo lavoro, La ballata della Città Eterna – o dell’Argentina del 1912, o della New York prima della crisi del ’29, immediatamente ci si trova a proprio agio con i protagonisti e con il contesto.

Prima le persone, con le loro vite, i loro vizi, i pregi, le piccole meschinità. Immediatamente dopo, le singole storie che si intrecciano come tanti fili di una grande ragnatela fino a convergere in un centro. Luca Di Fulvio non è un narratore che si può definire distante da ciò che racconta. Al contrario partecipa ai vari eventi, verrebbe da dire, come un regista che si appresta a dirigere uno spettacolo. Quando andiamo a teatro e vediamo gli attori in scena, li osserviamo agire senza che nessuno – apparentemente – sia lì a guidarli. In realtà, prima della ‘prima’, vi è stato un lungo lavoro preparatorio che si è dipanato per ore ed ore di prove. Sarà per via dei suoi trascorsi teatrali – Di Fulvio è allievo di Andrea Camilleri e attore formatosi all’Accademia Silvio D’Amico –, ma fin dalla prima pagina ogni persona sembra stia recitando un ruolo, con il quale coincide perfettamente.

E difatti l’impressione, durante la lettura, non è quella di scorrere parole scritte su carta; ma di assistere ad uno spettacolo che pian piano prende vita. Le descrizioni alla Manzoni – “Quel ramo del lago di Como…” – non si incontreranno nei romanzi di Di Fulvio. Qui e lì vi sono particolari, scelti tra i più essenziali, che suggeriscono un’idea di ambiente che il lettore completerà per proprio conto.

I protagonisti non sono analizzati in modo psicologico. È assente un flusso di coscienza alla Joyce o alla Schnitzler che rivela intenzioni nascoste. Si agisce. Si parla. Si compiono atti che lì per lì pare non abbiano una giustificazione logica. Leggendo i romanzi di Di Fulvio può capitare di fermarsi e chiedersi: “Perché questa persona – mi riesce difficile dire personaggio – sta facendo questo? Non me lo sarei aspettato”. Se si cerca una risposta o una giustificazione da parte dell’autore, si resterà sorpresi: non si incontreranno mai. Saranno le circostanze, le altre azioni, l’animo che mostreranno i protagonisti a spiegare  il motivo di un comportamento, di un’azione, di una parola.

Bisogna, a questo punto, dire una cosa: i romanzi di Luca Di Fulvio non sono propriamente dolci. Mi spiego meglio: le storie che si raccontano sono esperienze di vita dura, severa, piena di sofferenze patite. E l’autore non intende risparmiare niente al lettore di questa crudeltà. Che dipinge senza aggiungere né togliere, ma così com’è: senza qualificarla con aggettivi di troppo. Nelle pagine di Luca Di Fulvio assisteremo a violenze, a ingiustizie, ad esperienze che possono far perdere di senno e lucidità chiunque di noi. Lì per lì si può anche essere tentati di chiudere il libro e dire: “Non ce la faccio ad andare avanti”. Eppure non ci si riesce.

Perché?
Perché nonostante la tanta crudeltà del mondo, vi è una tale forza d’animo, una tale determinazione, un tale cuore che riesce difficile non sapere come si compiranno quei destini, se quei sogni saranno mai realizzati. Non c’è situazione severa, cruda, perfida che non si scontri con le speranze, le aspettative, i progetti dei protagonisti. E che intendono realizzare sia per loro stessi che per tutti coloro coi quali vivono.

Ne La figlia della libertà si esprime un concetto bellissimo: gli uomini, a differenza delle vacche, hanno sogni e desideri. Si può dire che il segreto del fascino, della bellezza, della grandezza dei libri di Luca Di Fulvio stia qui: nel far capire che noi uomini, di ogni età, abbiamo sogni e desideri; e rinunciarvi vuol dire cedere a quel lato bestiale dal quale non sempre si può tornare indietro. E non tutti ci riescono.

La grandezza di Luca Di Fulvio sta nel dar voce a coloro che non ce l’hanno non perché non sia stata loro concessa, ma perché vi hanno rinunciato nel momento stesso in cui hanno preferito cedere al lato bestiale. Quando sogni e desideri, nonostante le durezze della vita, vengono rispettati, inseguiti e realizzati, non vi è orizzonte che non si illumini.

“Un mondo è nuovo se certe vecchie regole non contano più… Se si può immaginare di crearne di nuove. Perché è questo che conta veramente: avere la libertà di immaginare e sognare la libertà. Ecco, è questo il Nuovo Mondo. Un mondo che scioglie i nodi con il passato. Se poi se ne formeranno altri non possiamo saperlo. Ma almeno anche quelli saranno nodi… nuovi!”.

Un messaggio così, forte ed essenziale, è proprio solo di un grande scrittore.

 

pierlu83

Rispondi