Cent’anni di comunismo. 21 gennaio 1921 – 21 gennaio 2021

– di MAURIZIO FANTONI MINNELLA –

Il 21 gennaio 2021, una data importante nella storia, in cui si celebrerà il centenario della nascita del Partito Comunista d’Italia, ma che farà riflettere su un dato non meno significativo, quello della sua durata in seno alla società italiana, ovvero settant’anni. Un tempo certamente considerevole se si pensa che in quello stesso secolo il fascismo ebbe una durata di soli vent’anni. Tuttavia quello sciagurato ventennio avrà conseguenze ben più gravi, profonde e durature nel nostro paese, che ancora oggi deve fare i conti con le suggestioni che quel regime, sia pur lontano nel tempo, è ancora in grado di produrre in larghi strati della popolazione. Partiamo invece dal complesso dell’esperienza comunista in un paese a guida economica capitalista, con una matrice cattolica ben radicata e determinante e una piccola borghesia di stampo qualunquista quale maggioranza silenziosa.

Due, tuttavia, sono stati i fattori scatenanti la nascita e l’evoluzione di una forza politica nuova, prodotta dalla scissione dal Partito Socialista (Livorno, 21 gennaio 1921), destinata a trasformarsi in un grande partito di massa e nella più grande forza politica di sinistra dell’intero occidente. Si pensi che il Partito Comunista, intorno alla fine degli anni settanta arrivò perfino a contare almeno due milioni di iscritti!. il primo fu certamente la forte influenza esercitata dalla Rivoluzione d’Ottobre e in particolar modo dalla figura carismatica del leader bolscevico Vladimir Ulijanov Lenin e dall’Internazionale Comunista di cui il neonato Partito Comunista fu, per così dire, la costola italiana. Il secondo, determinante per l’evoluzione del grande partito di massa, fu l’antifascismo, nato dalla Resistenza e dalla fine della dittatura. Questi i motori di una grande forza politica che, responsabile, al pari di altri partiti, della realizzazione della Carta Costituzionale, avrebbe dovuto essere destinata almeno alla condivisione della guida del paese, ma non fu così, sebbene esso potè esercitare la propria influenza addirittura maggioritaria in alcune regioni che a loro volta fornirono per diversi decenni quel modello di sviluppo socio-economico che avrebbe potuto determinare anche talune scelte politiche nel resto del paese. Ma fu certamente l’influenza di Mosca e il passaggio dalla rivoluzione mondiale voluta dai bolscevichi di Vladimir Lenin, ossia dall’internazionalismo proletario al “socialismo in un solo paese” propugnata da Josip Stalin, destinato a succedergli alla guida dell’Unione Sovietica, a condizionare le scelte del partito almeno fino agli anni sessanta, con l’era Krusciov. L’appoggio all’invasione dell’Ungheria nel 1956, non fu certo casuale, bensì fisiologico, proprio del clima politico instauratosi durante la Guerra Fredda. Perfino nel 1968, “l’anno degli studenti”, non vi fu una netta presa di distanza dalle scelte di Mosca e proprio in un clima di ambiguità politica, si consumò l’anno successivo (24 novembre 1969), si consumò l’espulsione di Luigi Pintor, Aldo Natoli e Rossana Rossanda, accusati ad ampia maggioranza di “frazionismo”. Inoltre vi era ancora, in parte irrisolta, la questione fondamentale relativa all’equazione tra libertà borghese e libertà individuale propria di una visione prettamente marxista, sottolineata da Norberto Bobbio in un suo ben noto testo einaudiano del 1955 Politica e Cultura.

Il Partito Comunista fu, comunque, la formazione politica che nel corso della sua storia, ebbe realmente più nemici rispetto a tutte le altre. Neppure il Movimento Sociale Italiano (che rappresentava i nostalgici del fascismo e della Repubblica Sociale sotto una veste costituzionale), che godette fin da subito di appoggi da parte di certi organi dello Stato e di consenso tra la borghesia più retriva e tra le fasce popolari, in special modo nel Sud Italia, trovò così tanti nemici sul proprio cammino “restaurativo” di un clima e di una cultura che si pensava definitivamente sconfitta, proprio in virtù della convinzione di poterla facilmente, non solo tenere sotto controllo (salvo poi ricredersi di fronte alle bombe sui treni, nelle piazze, e ai tentativi di colpi di stato), ma che tutto sommato si trattava di una forza politica anch’essa utile come argine al comunismo in progressiva crescita.

Il primo vero e più insidioso nemico fu certamente il fascismo che perseguì i comunisti con così tanta virulenza da costringerli, dal 1926, alla clandestinità, pena il carcere o la morte per fucilazione. Nel dopoguerra furono ben altri i nemici: la Cia, il grande capitale, la chiesa cattolica ufficiale e più conservatrice, i servizi segreti e tutte quelle forze reazionarie che erano ben distribuite prevalentemente nella piccola e grande borghesia. Inoltre va ricordato il tentativo di delegittimare la Resistenza soprattutto per ciò che riguardava la parte comunista. Ma anche la lotta armata, quale estremizzazione del sogno di una rivoluzione impossibile. Ciò che il partito comunista propugnava era la lotta di classe, la difesa dei diritti dei lavoratori, ma ben presto si accorse dell’impossibilità strutturale di sovvertire l’ordine democratico con una rivoluzione “proletaria”, e allora la lotta di classe finì per rientrare in un programma politico elettorale, ossia la conquista democratica del potere che non avvenne mai, in virtù del fatto che le forze in campo avverso erano di gran lunga superiori, ossia Il Capitale, la Chiesa, la Borghesia etc.

Riemergeva così il paradosso di sempre, ossia l’esistenza di una grande forza comunista di massa ma senza potere effettivo, in un paese capitalista. Un paradosso capace, tuttavia, di produrre cortocircuiti virtuosi come fu il Sessantotto e la nascita dei Movimenti e dell’extraparlamentarismo che, imbevuti di lenin-trotzskismo e terzomondismo rivoluzionario, finirono a loro volta per schierarsi apertamente contro il partito comunista (quasi si trattasse di un padre da rinnegare), reo di non perseguire più la rivoluzione proletaria, di avere cioè tradito gli ideali della Resistenza e interrotto quel processo rivoluzionario avviato da Antonio Gramsci (che fu segretario solo dal 1926 al 1927) per una visione “accomodante”, che nell’era berlingueriana diventò perfino segno di compromesso col mondo cattolico, sebbene con l’introduzione della cosiddetta “questione morale”, Enrico Berlinguer fornisse una sorta di critica trasversale al sistema corrotto dei partiti. Si direbbe, forse, che essi avevano avuto torto sebbene la vitalità necessaria di quegli anni e di quelle lotte furono per taluni versi insostituibili, ma come abbiamo visto, anche lo stesso partito comunista dimostrò pure di non reggere affatto al contraccolpo della caduta del Muro di Berlino e successivamente dell’Unione Sovietica. Un mondo intero era crollato su sè stesso (e si badi, quanto più dura è l’implosione rispetto a una sconfitta militare sia pure definitiva come quella del nazi-fascismo!). E infatti, tracce evidenti di quella ideologia nefasta, si ripresentano oggi in quasi tutti i paesi europei in forme più o meno legittimate, sottratte a quell’infamia a cui vennero sottoposte dopo la fine della guerra.

Il comunismo in Italia, nelle sue diverse declinazioni, sviluppò un grande afflato etico e culturale, per non dire pedagogico, in un costante e difficile confronto con la nuova società di massa che solo dagli anni ottanta del secolo scorso avrebbe conosciuto un processo involutivo senza precedenti. La questione dell’egemonia culturale, tema assai dibattuto in passato, oggi purtroppo ritenuto inattuale, è accompagnato da un clima di vera e propria delegittimazione della figura dell’intellettuale, essenziale per la costruzione dell’egemonia stessa e per l’emancipazione di una classe, il proletariato urbano, da estendere alla massa degli italiani. In effetti, tra gli anni sessanta e settanta, in una società non ancora globalizzata, la cultura di massa compì davvero passi significativi, anche sulla scorta di una forte politicizzazione della classe giovanile e studentesca. Che cosa rimane oggi di questo patrimonio di umanità, di cultura e di utopia, o se si vuole, di questa visione del mondo? Assai poco, a giudicare dalla spessa coltre di conformismo che ha ricoperto la società italiana facendola ripiombare in una sorta di limbo pre-sessantottesco, da cui è del tutto scomparso quello spirito che teneva tutto insieme come un gigantesco puzzle di pensieri, diritti, desideri e speranze pur nelle contraddizioni presenti. Forse è rimasto quel laicismo liberale, che negli anni settanta fu prerogativa del pensiero radicale, interessato, ieri come oggi, ai diritti civili individuali e non a quelli collettivi o di classe. E un ambientalismo mediatico, che si vorrebbe di respiro internazionale, ma molto spesso di facciata, dunque, assai diverso da quello, per così dire, militante degli anni settanta e ottanta, (si pensi che intorno ai disastri del Petrolchimico, della centrale di Comiso e di Porto Marghera si formarono veri e propri movimenti), ma tuttavia consapevole della propria impotenza di fronte al veloce progredire della catastrofe ambientale e, al tempo stesso, all’ormai fisiologico storico declino dell’impegno sociale e politico partecipativo dal basso.

In una democrazia sempre più fragile e indebolita com’è la nostra, che ostinatamente si dichiara liberale, dimenticando decenni di lotte sociali e politiche, fondata, inoltre, sul consenso e sul cosiddetto individualismo di massa (prodotto ambiguo della democrazia digitale), dove il cittadino esiste solo numericamente in quanto consumatore ed elettore, che consente, inoltre, a forze sia pur minoritarie di matrice nazifascista, di presentarsi alle elezioni, che continua ad elevare gli Stati Uniti a modello economico insostituibile, che ha assistito al dissolversi della classe operaia e dei suoi diritti senza fare nulla per arginare tale sfacelo, qualcuno, in un recente volume, dissertando di comunismo, ha parlato della scissione di Livorno come una sorta di iattura, o di maledizione. Al di là della legittimità storica di quella scissione, il confronto fu tra la tradizione del socialismo europeo e quella russa del comunismo dei Soviet, tra la democrazia e la dittatura del proletariato. Caduto quest’ultimo in tutti (o quasi) i paesi dove andò al potere, non restava che una sola opzione plausibile, quella socialista, appunto. Ma non nell’accezione propugnata da coloro che si ostinano ad inseguire la stella liberista, ovvero l’ossequio al mercato, ma che al tempo stesso si definiscono progressisti (per distinguersi dalle destre populiste e reazionarie!…), ma in quella della vera tradizione socialista che aveva letto Marx al pari dei comunisti ma con una differente interpretazione. Ripartire appunto da Marx, attualizzandone la lezione senza dimenticare quella dialettica necessaria che intercorre tra i bisogni della collettività e i diritti dell’individuo. Qualcuno potrebbe, a questo punto, obiettare che ci troviamo come al solito, a una riedizione del concetto di “socialismo dal volto umano”, propugnato sul far del sessantotto proprio nel campo comunista. Ma in che modo affrontare le profonde disparità economiche generate da un modello di economia globale, capace solamente di allargare le diseguaglianze tra la classe lavoratrice e una minoranza sempre più ricca, se non con gli strumenti messi a disposizione dalla tradizione del socialismo e del marxismo, riletti alla luce della contemporaneità? In quale altro modo si intenderebbe affrontare la deriva populista e sovranista delle destre italiane ed europee e i rigurgiti di quel fascismo mai veramente sepolto sotto le macerie della guerra e purtroppo oggi attualizzato nei nuovi nazionalismi alimentati principalmente dalla sostanziale incapacità di interpretare razionalmente i nuovi fenomeni migratori, e nel mito mai superato (che è sempre pronto a riapparire come seduzione di massa), dell’“uomo forte solo al comando”, se non ripartendo dai fondamenti di una dottrina filosofica e politica che può certamente trovare nuove applicazioni alla società attuale e a quella a venire?

Dalla fine del comunismo come esperienza storica del novecento, si è giunti, progressivamente, alla sua delegittimazione politica, nell’equiparazione con il fascismo, in quanto entrambi regimi totalitari. Quando, invece, sappiamo che il fascismo, nella sua essenza, è un’opzione, un’emergenza fisiologica del capitalismo, specialmente nelle sue fasi più critiche, mentre il comunismo è pedagogia e utopia e pratica di lotta, al tempo stesso. Quindi è necessario rifiutare un’equazione tanto più superficiale, quanto demagogica, costruita a tavolino da chi ormai ha compreso che la democrazia può essere soltanto uno strumento per la scalata al potere e non ciò che dovrebbe essere, ossia, una reale questione di civiltà.

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