Federico Chabod e la storia dell’idea d’Europa

– di FRANCESCO VALACCHI –

Federico Chabod è un punto di riferimento indiscusso nella storiografia italiana ed un intellettuale di primo piano fra le fila dei laici. Aderì al Partito d’Azione e ne fu fra gli animatori nella regione d’origine: la Valle d’Aosta. Chabod fu firmatario del Giuramento dei professori universitari fascisti (come la stragrande maggioranza dei professori italiani in quel frangente) ma seppe riscattare quella contingenza prendendo parte alla Resistenza. Oltre al suo impegno come militante la divergenza di Federico Chabod dalle posizioni fasciste emerse in varie occasioni durante la sua attività di produzione storiografica e di insegnamento nelle università italiane.[1]

Nella sua nutrita bibliografia ebbe modo di precisare in vari momenti le proprie posizioni differenti da quelle ufficiali del Partito Fascista, pur utilizzando toni non ostentatamente diretti ma ferme considerazioni. La tematica del rapporto dello storico col fascismo nella prima parte della sua carriera è oggetto di dibattito fra i suoi biografi, per fare un esempio Antonella Dallou, autrice dell’opera: Federico Chabod (1901-1960), ritiene che lo storico valdostano dopo l’anno di perfezionamento a Firenze con Gaetano Salvemini, «sceglierà la strada del compromesso con il regime»[2] ma non solo: nei suoi anni alla Scuola di storia moderna e contemporanea di Roma:

 

la volontà di spiegare la realtà contemporanea attraverso l’analisi del processo storico lo spinge certamente ad indagare i temi dell’affermazione dello Stato e della Ragion di Stato, dei rapporti tra politica estera e politica interna, ma essa si pone di fatto in continuità con le mire propagandistiche ed espansionistiche fasciste e con quell’atteggiamento di compromesso con la dittatura mantenuto per tutto il Ventennio.[3]

 

La Dallou ritiene anche che:

 

la vicinanza al regime gli [a Chabod] consente di ottenere incarichi importanti e di mettersi in luce rispetto a iniziative di indubbio valore scientifico, ma che non si collocano mai in opposizione ai dettami fascisti.[4]

 

Questa corrente di pensiero è stata molto ridimensionata dalla ricerca accademica e dalle semplici opere biografiche e, pur ritenendo che Chabod non abbia avuto un’aperta ribellione al fascismo, specialmente nel primo periodo, si è concordi nel ritenere che non ne fosse un sostenitore o un sodale ma un teorico oppositore.[5]

Nella sua formazione risaltano le figure di Friedrich Meinecke, Gaetano Salvemini e Pietro Egidi oltre che l’esperienza di ricerca sul campo negli archivi di Simancas.

Con Meinecke Chabod ebbe modo di conoscere la storiografia idealista, il metodo storiografico che prediligeva la storia della nazione nell’ottica che lo stato è suprema incarnazione dello Spirito. Da Meinecke e dai suoi studi sulla nascita del concetto di nazionalità tedesca e sulla formazione dello stesso concetto Chabod ebbe grande ispirazione per i suoi studi che toccano le tematiche della nazionalità italiana e del concetto d’Europa, ad esempio Storia dell’idea d’Europa, L’idea di nazione e Storia di Milano nell’epoca di Carlo V.

Da Gaetano Salvemini, che lo storico valdostano ebbe occasione di accompagnare, con la funzione di guida, nel passaggio di frontiera della sua fuga in Francia nel 1925, Federico Chabod apprese il rigore scientifico, l’amore per la ricerca, l’interesse per la storia politica europea e italiana che ci raggiunge a partire dall’opera di Machiavelli. Non a caso il lavoro di laurea di Chabod, presentato nel 1923 nell’ateneo torinese, fu una tesi sul pensatore politico fiorentino, rielaborata e pubblicata all’interno della raccolta Scritti su Machiavelli.[6] La tesi, alla quale era giunto dopo approfondite ricerche sulla genesi delle Signorie nell’Italia settentrionale, rimane il suo maggior contributo su Machiavelli e uno dei lavori a tutt’oggi più interessanti sull’argomento.

Pietro Egidi, storico medievalista e professore presso l’Università di Torino nel periodo in cui Federico Chabod ottenne la laurea fu, oltre che uno dei massimi insegnanti, un punto di riferimento nell’avvio della ricerca storiografica per il giovane Chabod.

Anche l’impresa degli archivi di Simancas fu dovuta alla frequentazione di Egidi, infatti il progetto fu coordinato da Egidi e sostenuto dai finanziamenti di Riccardo Gualino, un industriale torinese che, attraverso il suo mecenatismo verso intellettuali ed artisti, cercava di conservare a Torino una dimensione culturale moderna ed europea. La ricerca presso gli archivi spagnoli fu una vera e propria impresa sia per la profondità filologica e intellettuale sia per l’odore di fronda che ebbe nell’ambiente fascista. Infatti la consultazione degli archivi avvenne dal 1927 al 1929, anni nei quali la Spagna affrontava la dittatura di Miguel Primo de Rivera, non era ancora completamente allineata al fascismo e si contrapponeva al suo tentativo di preminenza nell’area mediterranea. Simancas fu anche l’occasione per l’incontro con Fernand Braudel: giovane storico francese mandato da importanti nomi della Sorbona a studiare Filippo II e gli equilibri politici nel mediterraneo moderno.

Ecco quindi tratteggiata l’impostazione generale della formazione di Federico Chabod: una formazione di storico e storiografo moderno tutta tesa alla ricerca, a cercare il filo conduttore che dalla storia moderna giunge al presente. Con tali premesse è naturale il peso che egli concedeva al discorso metodologico prima di iniziare di ogni lavoro. La definizione di Storia dell’idea d’Europa non fa certo eccezione: Chabod specifica con ogni cura il suo inquadramento metodologico nella premessa all’edizione del 1974, frutto delle lezioni accademiche del 1958-1959.Egli definisce il lavoro dello storico come una sintesi tra un momento soggettivo, dal quale muove ogni ulteriore sviluppo del lavoro e un momento rigorosamente oggettivo, che si sostanzia nella ricerca filologica e scientifica delle fonti. Una sintesi che rappresenta l’amore della “verità” dello storico, ovvero quell’amore per cui lo storico non esiterebbe, secondo Chabod, a ripudiare un suo modo di vedere iniziale e qualsiasi suo giudizio preordinato sull’argomento e alla tensione verso la ricerca di una versione quanto più possibile attinente ai testi e alle fonti esaminate.[7]

Con questo suo metodo improntato sulla volontà di studio dello storico e sul concomitante rigore filologico a partire lavori d’esordio Chabod fu capace di tracciare una strada tutta sua, che non era quella dell’erudizione positivistica, che dimostrava pur di possedere ben fondata, ma ancor meno era quella che si esprimeva nell’approccio giuridico-sistematizzante di Francesco Ercole, di cui lo storico valdostano respingeva sia il metodo sia la deviazione tra l’autoritario e il nazionalistico che proprio allora veniva apprezzato nel quadro del tentativo (col senno di poi naufragato) di egemonia culturale fascista.

La strada della differenza di vedute dello Chabod dalla vulgata maggioritaria fascista passa senza dubbio attraverso la Storia dell’idea d’Europa che lo storico, con la sua rigorosa metodologia ricostruisce a partire dall’antichità greca per affermare essenzialmente che l’idea di Europa si andata formando come pensiero che fa della libertà politica il suo perno e della partecipazione democratica la sua forza, concetto quanto mai lontano dall’etica del fascismo. Questo habitus mentale, forma mentis la chiama Chabod, trae origine dalla mentalità politica greca e dagli autori dell’epoca intorno al IV e VI secolo Avanti Cristo. Trae origine da una visione di contrapposizione tra la via ellenica della libertà e della scelta politica in contrapposizione alla mentalità asiatica della sottomissione al sovrano tiranno, e quindi dalla contrapposizione tra Europa e Asia. Una visione che andrà a costituire un sentimento primordialmente europeo fondendosi con gli ideali della cristianità attraverso il punto di contatto del libero arbitrio religioso con la libertà personale.

La libertà, come tratto distintivo dell’essere europeo confluisce finalmente, secondo Chabod, in una sistematica idea d’Europa negli anni dei lumi, e soprattutto si svela nel pensiero di Voltaire e Montesquieu.

Chabod afferma:

 

Così l’Europa esce con una sua fisionomia ben precisa proprio di mezzo al “cosmopolitismo”. Perché, certo, tutto ciò che è strettamente connesso con la natura umana si assomiglia da un capo all’altro della terra; ma tutto ciò che dipende dal costume è diverso […]. E così dalle ricerche di storia universale, dai paralleli fra i vari popoli, dallo stesso anelito di far trionfare il principio comune della raison, unico per tutti, vien fuori la particolarità di quest’Europa, <<de notrê Europe>>.[8]

 

Ma quest’Europa è anche caratterizzata dalla preminenza degli ideali scientifici e del progresso sul cristianesimo, dall’affermazione della raison sui valori della religione cristiana che diviene quasi un freno al progresso.[9] Quasi come una presa di coscienza del proprio spirito di libertà e del proprio anelito alla ragione l’idea d’Europa si da una prima vera fisionomia con gli autori illuministi in contrapposizione all’ideologia religiosa: nasce come Europa laica.

Ma il completamento del processo, quasi come una vera e propria sintesi, avviene con il Romanticismo che ricompone la rottura verificatasi con la cristianità:

 

Il Romanticismo significa, quindi, rivalutazione, esaltazione del fattore religioso nella vita umana e quindi nella storia e nella vita europea; si riallaccia, in questo senso, alla più antica tradizione cinquecentesca, senza più il pathos propagandistico di questa, ma con la stessa sensibilità per i problemi di Dio e Chiesa.[10]

 

L’idea d’Europa della Chabod è in sintesi questa: armonia fra l’ideale di ragione e libertà e ideologia cristiana fusasi, attraverso il procedere della storia e le vicende dei popoli europei con la visione politica come in tutte le sfere di quello che lo Chabod chiama “costume”. Chiaramente il richiamo alla visione crociana del cristianesimo è forte, ovvero il richiamo ad una concezione della realtà, una lente attraverso la quale si vive la realtà di tutti i giorni, ma è ben diversa, nella forma e nella sostanza dalla religiosità vera e propria, ovvero dall’abbracciare il Credo cristiano. Si tratta di una religiosità laica (usando un ossimoro) che pone gli ideali del cristianesimo occidentale al servizio dello Spirito e, quindi, della realizzazione dello Spirito nella forma politica dello Stato di diritto. Così, con la realizzazione di questa forma di idealismo statale, parte integrante dell’idea d’Europa (come armonia fra le rappresentanze statali) si ritorna al concetto di nazione sviluppata da Chabod a partire dal lavoro di Machiavelli. Nel corso universitario che nel fatidico biennio 1043-1944 dedicò all’idea di nazione, Chabod osservava che nello svolgimento storico del concetto a Machiavelli compete una funzione che potrebbe esser detta di premessa, in quanto fu senza dubbio con lui che divenne non più proponibile, nella storia del pensiero politico europeo, l’universalismo medioevale, a favore dell’unità statale visto come stato nazionale. E quindi è all’inizio dell’età moderna che si risale per ottemperare anche alla definizione del soggetto dell’equilibrio politico e armonico dell’Europa contemporanea: lo Stato nazione, tramutatosi poi in Stato di diritto. In questo senso il Principe apriva il nuovo corso della storia europea come storia di nazioni ma offriva anche una visione realistica della lotta politica,

offriva agli italiani e agli europei in genere un intimo richiamo alla serietà e alla durezza della lotta politica. Questa è forse anche un’altra dura lezione che lo storico valdostano, vedeva impartita da Machiavelli ai suoi contemporanei contro lo spirito dei tempi ma che era ed è ancora più valida nella contemporaneità. L’idea d’Europa è idea di armonia e libertà politica ma che per essere raggiunta, e soprattutto mantenuta, necessita della lotta contro tentativi di soverchiare e tiranneggiare. Forse è proprio questa la definitiva elezione che Federico Chabod intendeva tramandare.

 

 

[1] Cfr. F. Chabod, Storia dell’idea d’Europa, Bari, Laterza, 1974, p. 9.

[2] Cit. A. Dallou, Federico Chabod (1901-1960), Aosta, Le Château, 2010, p. 140.

[3] Cit., Idem, p. 270.

[4] Cit. Ibidem, p. 470.

[5] Cfr. A. Frangioni, Intorno a due volumi chabodiani, in “Archivio storico italiano”, vol. 174, n. 2 (648) (aprile-giugno 2016), pp. 341-368.

[6] Cfr. F. Chabod, Scritti su Machiavelli, Torino, Einaudi, 1964.

[7] Cfr. F. Chabod, Storia dell’idea d’Europa, op. cit., pp.17-18.

[8] Cit., Idem, p. 119.

[9] Cfr. Idem p. 110.

[10] Cit., Idem, p. 161.

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