Virus e globalizzazione: una riflessione tra cinema e politica

– di MAURIZIO FANTONI MINNELLA –

Nei giorni inquieti e difficili della psicosi collettiva da virus, che stiamo vivendo, non è difficile imbattersi, nell’attuale pubblicistica, nei soliti riferimenti alle pestilenze medievali, alla peste manzoniana del ‘600 milanese o più spesso a quella immaginaria del capolavoro di Albert Camus, La peste, appunto. E proprio da quest’ultimo prendeva le mosse il regista argentino Luis Puenzo, (conosciuto in Italia grazie a La storia ufficiale), per una singolarissima, e non capita dall’allora critica italiana, trasposizione del romanzo La peste, appunto, che pur mantenendo fede nominalmente al testo originale, ne rovescia l’assunto metaforico in allegoria politica, spostando la Orano camusiana in una Buenos Aires grigia e incupita dal morbo, ma soprattutto messa a ferro e a fuoco dai militari che, sfruttando l’emergenza sanitaria, ne approfittano per restringere le libertà individuali e applicare il coprifuoco in tutta la città, da cui non si entra e non si esce.

Con buona pace dei cosiddetti “apocalittici”, possiamo tranquillamente non dirci in pericolo, nonostante le ovvie analogie con la situazione attuale. E per una ragione semplice: rispetto agli anni settanta del secolo scorso, quella certa Italia che aveva mire golpiste, non esiste più, non perché sia improvvisamente mutato il rapporto con la propria eredità fascista, (anzi, vi è più di un motivo per credere il contrario), ma perché non vi sono, almeno in Europa, modelli totalitari di riferimento (come lo fu, ad esempio, la Grecia dei colonnelli), esattamente come il fascismo italiano fornì un modello per il nazionalsocialismo e per il franchismo. Inoltre si parla ormai di virus globale a fronte di un’assenza di un vaccino che assicuri l’immunità per ogni cittadino. Ma qual è, invece, il vaccino necessario per renderci se non immuni, almeno, soggetti non passivi, dalla globalizzazione, virus economico finanziario e finanche politico e sociale, che non solo non abbiamo ancora imparato a controllare, ma che tendiamo o a minimizzare come una malattia necessaria a produrre sufficienti anticorpi, o ad esaltare come sbocco naturale del neoliberismo nel XXI° secolo?  Innanzitutto, quello dello spirito critico che ci consente di cogliere a sinistra un vuoto assai eloquente, ossia del tutto privo di strategie politiche o modalità d’opposizione, che a sua volta consegna alle destre populiste e sovraniste la prerogativa politica dell’antiglobalizzazione. Se dietro il preteso antiglobalismo di destra si cela, in realtà, un disegno di restaurazione di vecchi nazionalismi reazionari che la nuova definizione di sovranismo vorrebbe stemperare nel richiamo a un orgoglio nazionale che, entro confini materiali ben saldi, pretenderebbe di migliorare la condizione materiale delle masse lasciando però inalterati i rapporti di forza economici come a suo tempo fece il fascismo, dietro il laissez faire di una sinistra dal colore alquanto sbiadito, che seguita a definirsi progressista senza peraltro saper più a che cosa corrisponda realmente tale aggettivo ormai solo altisonante, perdura l’errata convinzione secondo cui, solo dal mercato, inteso quale arbitro assoluto degli equilibri sociali ed economici, sia possibile giungere, grazie all’idea di crescita economica ininterrotta, a un accettabile livello di benessere sociale, mentre il divario tra le classi sociali, negli ultimi decenni, sappiamo essersi ulteriormente allargato, trascinando perfino quella che un tempo chiamavamo media borghesia, in quello che ancora, con sofisticato cinismo, viene apostrofato come il “migliore dei mondi possibili”!…

Nella Peste (1992) di Puenzo vi è una sequenza terribile e profetica di ogni totalitarismo: quando, finalmente, viene assicurata alla protagonista, una giovane giornalista francese, la partenza da Buenos Aires, proprio in quel momento essa viene confinata insieme a una moltitudine di cittadini all’interno di uno stadio che tristemente ci rammenta quello di Santiago all’indomani del golpe del generale Pinochet. In tempi di pestilenze o di pandemie, la tentazione autoritaria è come un virus che si annida tra le pieghe della storia, nell’aria che respiriamo e nelle coscienze assopite della gente. Sta a noi tutti, invece, il compito di rilevarne il pericolo e contrapporvi un vaccino che siamo soliti identificare nell’ordinamento democratico, talora ignorando la sua e la nostra fragilità.

fondazione nenni

Via Alberto Caroncini 19, Roma www.fondazionenenni.it

One thought on “Virus e globalizzazione: una riflessione tra cinema e politica

  1. Molto interessante. Tuttavia, mi sembra che la pandemia ci abbia invece portato la tentazione della democrazia, più che dell’autoritarismo, la democrazia che è l’unica certezza che si possa decidere per il bene di tutti.

Rispondi a francescavian Annulla risposta