Renzi tra lotta al populismo e autocritiche negate

– di ANTONIO MAGLIE –

La scissione di Matteo Renzi potrebbe prendere a prestito il titolo di un libro di Raymond Chandler: “Il lungo addio”. Si tratta di un “giallo” e la scelta del senatore di Rignano ha proprio tutte le caratteristiche di un enigma giudiziario irrisolto essendoci la vittima (il Pd), l’assassino ma non i moventi. A meno che non si voglia veramente credere all’auto-assolutoria tesi dell’Intruso. “Mi hanno sempre trattato come un estraneo, come un abusivo”, ha dichiarato nell’intervista-sipario a “la Repubblica”. Ma non si è mai visto un “abusivo” che per dieci anni riesce a condizionare la politica di un Paese prima opponendosi al segretario in carica (Bersani) e poi dettando le agende da “padrone” del partito e del governo. Così come non risulta che gli “estranei” riescano a far approvare in doppia lettura una riforma costituzionale e a varare una legge elettorale cancellata nella culla dalla Consulta. Le parole hanno un senso e un significato per quanto nell’era dei cinguettii tutto possa esaurirsi in una battuta più o meno arguta e più o meno volgare. Però tutto può dire Renzi meno che essere stato un emarginato; al pari dell’altro Matteo, Salvini, che certo non può pensare di convincere il mondo ergendosi a vittima di un destino cinico e baro ispirato da registi nemmeno tanto occulti acquartierati a Bruxelles.

            La scelta (che agita il sonno di Giuseppe Conte che certo non “sta sereno” avendo potuto in questi anni meditare sulla lezione subita da Enrico Letta) è evidentemente figlia del carattere di Renzi che assomiglia in qualche maniera alla Germania narrata in una battuta da un famoso politico: “Troppo piccola per comandare, troppo grande per obbedire”. L’ego straripante gli impedisce di essere una semplice parte del tutto. Probabilmente più che una lettura politica, della scissione renziana (nata non pochi giorni fa ma subito dopo le fallimentari elezioni dello scorso anno come testimoniato dalla composizione dei gruppi parlamentari), bisognerebbe fare ricorso a una analisi psicanalitica, freudianamente alla rottura del rapporto tra il suo “Io” e il mondo esterno. Nell’intervista di cui sopra, afferma piccato: “Ancora oggi c’è una corrente culturale che paragona i due Matteo mettendoli sullo stesso piano”. Forse non sarà vero; forse siamo nel campo della pura prevenzione. Eppure una qualche forma di somiglianza si riesce anche a scorgere. Ad esempio, una certa fascinazione autocratica che emerge nel momento in cui il fondatore di “Italia viva” sostiene che il “Pd nasce come grande intuizione di un partito all’americana capace di riconoscersi in un leader carismatico”.

            Ingenuamente molti in passato hanno ritenuto che in realtà si trattasse della costruzione di un “soggetto collettivo e plurale” in grado di dare un contributo al superamento dei partiti novecenteschi travolti, come dimostrano in tutto l’Occidente i dati elettorali, da una doppia crisi, di fiducia e di rappresentanza. Se la risposta è, invece, quella di un “Capo” onnisciente e infallibile, che ritiene di poter interpretare in via monopolistica la volontà del popolo (“suo”, inteso come comunità di aderenti a un partito, o generale, come corpo elettorale), allora la somiglianza, al di là delle personali irritazioni e/o smentite, finisce per emergere con qualche evidenza. D’altro canto, la stessa riforma costituzionale messa a punto dal Matteo toscano (quello lombardo vorrebbe andare decisamente oltre travolgendo garanzie che è bene restino in un Paese come il nostro attraversato da troppe linee di frattura e caratterizzato da derive poco confortanti) manifestava una attenzione spasmodica nei confronti del momento esecutivo mettendo il leader al centro dell’universo secondo una impostazione piuttosto aziendalista della vita di una comunità di liberi e (tendenzialmente) uguali (come da articolo 3 della Costituzione).

            Con sprezzo del pericolo e una certa indifferenza nei confronti dell’ammonimento di John Maynard Keynes (“sui tempi lunghi siamo tutti morti”), Renzi ha annunciato che alla prossima Leopolda verranno proposte soluzioni ai problemi del prossimo decennio (al confronto di una quotidianità frenetica, un tempo quasi eterno, non semplicemente lungo). A sua volta, una delle scissioniste, Raffaella Paita, ha annunciato un futuro esaltante nel segno della produzione riformistica. Le parole riforme e riformismo sono da troppo tempo così abusate che al solo sentirle vengono improvvisi e violenti attacchi di orticaria. Il fatto è che il senso di quei sostantivi nell’era del pensiero unico liberista è andato perduto: da Reagan e Thatcher sino a Schaeuble, Dombrovskis e Lagarde sono state usate con una frequenza inversamente proporzionale al loro reale e originario significato. Era riformismo quello del “programma minimo” che poi dal punto di vista dei diritti oggi avrebbe tutti i crismi di un “programma massimo” (considerata l’epoca). Era riformismo (addirittura rivoluzionario) quello di Riccardo Lombardi che portava alla nazionalizzazione dell’energia elettrica e sollecitava (insieme a Fiorentino Sullo) un regime dei suoli civile che avrebbe probabilmente limitato la speculazione edilizia se non ci fosse stato il famoso “tintinnar di sciabole”. Parliamo di leggi che hanno cambiato la vita delle persone partendo dalle meno favorite: il sistema pensionistico universalistico introdotto alla fine degli anni sessanta; la scolarizzazione di massa; la tutela della salute per tutti; l’abbattimento delle gabbie salariali; le “150 ore”; il nuovo diritto di famiglia; l’apertura dei manicomi. Sinceramente di quel tipo di riformismo nei mille e passa giorni di governo Renzi se ne è visto pochino (con qualche timida eccezione sul fronte dei diritti civili e con qualche grande delusione su quello dei diritti materiali).

            Ciò che è mancato dopo la batosta del 4 marzo è stata proprio una riflessione su quella fase e sul contributo indiretto che certe scelte hanno fornito alla crescita del populismo eletto ora da Renzi (nella persona di Salvini sollecitato a un dibattito in casa-Vespa) a principale avversario da sconfiggere. Ma la sua impresa rischia di essere improba se si alimenta solo con la nostalgia (e l’esaltazione) dell’ormai lontano risultato del 2014 evitando di fare i conti con il 2018. Per quanto anche sul 2014 bisognerebbe andare un po’ oltre la copertina del 41 per cento. Ad esempio, basterebbe valutare il risultato sulla base non dei votanti ma degli aventi diritto al voto, il corpo elettorale nel suo insieme. La distanza tra il risultato di Bersani alle politiche dell’anno prima si avvicinerebbe notevolmente: 18 contro 23 per cento. Oppure si potrebbe riflettere sulle condizioni in cui quel risultato maturò: l’astensionismo massiccio che colpì il partito di Silvio Berlusconi e lo spostamento sotto le insegne del Pd dell’elettorato deluso e disperso di Scelta Civica. Condizioni che non si sono più ripetute perché a destra hanno trovato un nuovo “campione” e perché nel frattempo il confronto politico ha raggiunto un tale grado di radicalizzazione da quasi annullare lo spazio del centro moderato che in tanti, comunque, continuano a cercare come una nuova Atlantide.

            Ma se invece di pensare al bel tempo andato, Renzi avesse riflettuto un po’ di più sui fallimenti del passato prossimo, forse oggi la faretra del suo arco anti-populista sarebbe più ricca di frecce. Qualche ispirazione in tal senso può venire da un bel libro di Marco Revelli (“La politica senza politica. Perché la crisi ha fatto entrare il populismo nelle nostre vite”, Einaudi). Sempre nella sua intervista, Matteo Renzi per sostenere l’isolamento in cui era stato precipitato dall’attuale segreteria afferma: “Il primo gesto del nuovo Pd è stato mettere alle riforme un deputato che ha votato No al referendum e al lavoro un dirigente contrario al Jobs Act”. Nella visione autoreferenziale del promotore di “Italia viva” la critica alle scelte compiute negli anni del suo governo non sono ammesse: vivevamo nel migliore dei mondi possibili. Anche quando i numeri elettorali, le reazioni prodotte, la spinta verso derive populiste dicono che forse quelle soluzioni hanno accentuato rotture già esistenti, aggravato ferite non rimarginate e che non rimarginandosi si sono trasformate in rancori e risentimenti, propellente ideale per quelle forze che fanno leva sulle paure (reali o fittizie che siano).

            Per alcuni esperti i famosi 80 euro sono un esempio volenteroso ma pasticciato di imposta negativa (per esserlo del tutto non avrebbe dovuto escludere pensionati e incapienti). Ma al di là dell’imperfezione dei provvedimenti, è mancata soprattutto la sensibilità nei confronti del problema più grave: la diseguaglianza alimentata negli anni dalla mancata crescita dei redditi da lavoro dipendente, dall’indebolimento delle norme a tutela dei lavoratori e della dignità del lavoro, dall’emarginazione dalla scena politica di quei corpi intermedi (i sindacati ma non solo) che abitano e rappresentano quel mondo. Revelli segnala nel suo libro uno studio da cui emerge come in una ventina di anni (si ferma molto prima della crisi) ci sia stato in Italia un ridimensionamento della quota di prodotto interno lordo destinata ai salari quantificabile in almeno 160 (ma secondo alcuni anche 200) miliardi. Il Jobs Act non ha certo inciso in meglio in questa situazione (tanto dal punto di vista economico quanto da quello delle tutele normative). Può, allora, destare sorpresa se il 4 marzo del 2018 il 37 per cento degli operai ha votato Movimento 5 stelle e il 23,8 la Lega relegando così il Pd al terzo posto tra le opzioni elettorali? Se il 41 per cento dei dipendenti pubblici, tradizionalmente fedele a quello che è stato il partito di Renzi, decide di “cambiare cavallo” e montare in massa (41 per cento) su quello pentastellato forse una qualche relazione va trovata fra il risultato del voto e una “buona scuola” fatta contro chi nelle aule scolastiche ci vive e una riforma della pubblica amministrazione approssimativa e comunque a volte accompagnata da un vago sapore punitivo, quasi di ispirazione “brunettiana”. Né si può sottovalutare il fatto segnalato da Revelli che a Roma nel ricco quartiere Trionfale (reddito medio oltre i 24 mila euro) il Pd prende il 28 per cento mentre a Torre Angela (17 mila euro) Matteo Orfini si ferma al terzo posto con il 20 per cento, staccato di ben venti punti dai pentastellati.

            Yascha Mounk insegna ad Harvard e nel suo ultimo libro (“Popolo vs Democrazia. Dalla cittadinanza alla dittatura elettorale”) ha scritto: “I populisti sono molto bravi a trasformare in un’arma queste forme di risentimento: la loro retorica punta a prendere la rabbia crescente verso i ricchi per rivolgerla contro le élite di governo, sia l’attenzione crescente all’identità arbitraria per rivolgerla contro gli immigrati e le minoranze etniche e religiose”. Il fatto che Renzi ponga le degenerazioni del populismo (categoria che lui a volte ha comunque frequentato) al centro della sua nuova battaglia politica è degno di attenzione e anche di lode. Ma per rendere credibile la sua offensiva, dovrebbe far propri due versi della “canzone del maggio” di Fabrizio De Andrè: “Anche se voi vi credete assolti/ Siete lo stesso coinvolti”.

 

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