Il 27 gennaio del 1943 Vittoria Nenni scopriva l’orrore di Auschwitz

di ANTONIO TEDESCO

Il 27 gennaio del 1943 il treno “31.000” con a bordo duecentotrenta donne francesi, stipate in gelidi e putridi vagoni, dopo un massacrante viaggio di quattro giorni, giunge in Polonia. Il luogo è tetro, silenzioso e coperto da una fitta gelata. Auschwitz è il nome della località, un nome che non avevano mai sentito, un nome per loro privo di significato.

Le donne, partigiane antifasciste, arrestate dalla polizia francese a Parigi e dintorni per propaganda antinazista e consegnate nell’agosto del 1942 ai tedeschi, si fanno coraggio spronate da una giovane e vulcanica donna di origini italiane : Vivà, terzogenita di Pietro Nenni, storico leader socialista italiano. Il suo nome di battesimo in realtà è “Vittoria, Gorizia” (nome augurale scelto dal padre che nel 1915 si trovava al fronte ed era un convinto repubblicano interventista) ma in Francia, dove la famiglia emigrò tra il 1926 e il 1927 in seguito alle leggi fascistissime, gli viene coniato l’affettuoso nome Vivà: perché aveva la gioia di vivere negli occhi. Ma quel bel nome non le portò fortuna.

Vivà era stata arrestata insieme al marito a Parigi nel giugno del 1942 per aver stampato nella sua tipografia e diffuso stampati ostili al governo collaborazionista francese e agli occupanti tedeschi . Il marito Henri Daubeuf, un bravo ragazzo, poco incline alla politica, viene fucilato per rappresaglia l’11 agosto del 1942 sul Monte San Valerian. Vivà non ha una passione per la politica ma è una donna coraggiosa, determinata ed ha ereditato dal padre gli ideali di libertà e di giustizia sociale. Nell’agosto del 1942 potrebbe salvarsi rivendicando la propria cittadinanza italiana e rinunciando a quella francese, ma dinanzi alla proposta del direttore del carcere, rifiuta senza esitazioni per non lasciare le compagne.

Ha superato con dignità diversi mesi di duro carcere ma quando giunge, il 27 gennaio del 1943, nel campo di Auschwitz II “Birkenau”, il cui nome in tedesco significa “Boschetto di betulle”, è sconvolta ed ha l’impressione di essere entrata in una tomba e con un filo di voce confessa alle compagne il proprio timore: «Non usciremo più!». Le donne vengono assegnate al blocco 14, una grossa baracca di legno fredda, con cuccette accatastate l’una sull’altra fino al soffitto.
Dopo la rasatura dei capelli Vivà viene spogliata di tutto: i suoi oggetti vengono chiusi in una valigia sulla quale scrive il suo nome “Vittoria Nenni Daubeuf”. Riesce a salvare soltanto i suoi occhiali ed una camicia. Il passo successivo è la doccia gelida nel settore B1, poi sull’avambraccio sinistro le viene impresso il numero 31.635. Dopo le operazioni di “marchiatura”, a Vivà e alle compagne vengono consegnati abiti di stoffa a righe grigie e nere, dei veri e propri sudici stracci carichi di pidocchi. Il loro ultimo compito è quello di cucirsi sulle giacche e sui vestiti i numeri di matricola, oltre ad una “F” che sta per francese e a un triangolo rosso, che indica il loro status di prigioniere politiche antitedesche. Una signora addetta alla consegna dell’ago e del filo domanda alle francesi: «quante siete?» «Duecentotrenta», rispondono le donne. «Fra un mese non sarete più che trenta!».
Bisogna imparare in fretta il tedesco se non si vuole morire e per capire gli ordini impartiti dalle Kapò e dalla brutali Blokova armate di frusta. La sveglia è alle tre e mezzo per l’appello che può durare delle ore. Il silenzio della notte viene interrotto dal ringhiare dei cani delle SS. Perdere le scarpe nel gelo significa morire. Talvolta i medici delle SS chiedono alle donne se preferiscono evitare quei lunghi appelli. Dire di sì, significa “finire in fumo”. Dopo gli appelli bisogna fare due ore di cammino nella neve per raggiungere il campo di lavoro. Per tutto il giorno, tranne che per una pausa in tarda mattinata, quando arriva una tiepida zuppa annacquata di cavoli e rape, le prigioniere scavano nel ghiaccio. Nell’aria aleggia un acre e nauseante odore di morte che sale dal fumo delle ciminiere. Nel cortile della baracca corpi moribondi e cadaveri con teste rasate che sembrano manichini agghiaccianti.
Vivà si lega in una profonda amicizia con Charlotte Delbo. Tra le internate Vivà si dimostra la più intrepida e la più coraggiosa. Suggerisce alle compagne di fare ginnastica dopo l’appello. Dopo pochi mesi il numero delle sopravvissute si è drasticamente ridotto a ottanta: il tifo ne ha uccise oltre cento, le altre invece erano morte nelle camere a gas, di dissenteria, di congelamento, di polmonite o sbranate dai cani. Vivà è ancora viva e presta soccorso alla sua amica Charlotte ridotta in fin di vita dal tifo, salvandola . Un giorno Vivà è sconvolta dalla visione di due bambine prese alla gola e massacrate dai cani, sciolti da due donne delle SS. Agli inizi di aprile Vivà e le poche donne sopravvissute vengono destinate al Raisko, un edificio dove si produce la gomma. Il lavoro in fabbrica è migliore, è meno pesante, le condizioni igieniche sono accettabili e la possibilità di contrarre malattie sono inferiori. Ma il giorno della partenza, Vivà si sveglia con una forte febbre e capisce di avere i sintomi del tifo. Viene mandata al Revier, un luogo molto temuto dalle deportate, dove i topi assediano i malati e i cadaveri. Vivà miracolosamente sembra migliorare e Charlotte la va a trovare al Reveir di tanto in tanto, anche se è proibito; le porta un po’ d’acqua e una pezzuola bagnata da mettere sulla fronte. L’aspetto di Vivà sembra buono. I suoi capelli stanno ricrescendo e spuntano sulla sua testa dei grossi riccioli. Apprende con gioia da un giornale che gli Alleati sono sbarcati in Sicilia e pensa al padre che presto tornerà a casa (“Come dovrebbe essere felice!”).
Ma improvvisamente Vivà peggiora e inizia a delirare: racconta all’amica Charlotte che la sera mangia le crevettes alla crema, che un soldato tedesco l’avrebbe portata dalla sorella e che desiderava un “demi citrion”. In un momento di lucidità chiede a Charlotte di andare dai suoi cari, dalla sorella, dal padre e dalla madre per raccontare tutto quello che hanno visto e per abbracciarli tutti: sarebbe stato l’abbraccio di Vivà. Il 15 luglio del 1943 nell’orrida baracca, dove in punto di morte le deportate sono gettate a mucchi, ridotta tutta una piaga, divorata dalla febbre tifoidea, trova l’energia di affidare all’amica Charlotte un ultimo messaggio: «Dite a mio padre che ho avuto coraggio fino all’ultimo e che non rimpiango nulla». Pietro Nenni saprà della morte della figlia il 30 maggio del 1945, da Alcide De Gasperi e dal Segretario di Stato al Vaticano Montini, dopo mesi di estenuanti ricerche. Charlotte Delbo, l’amica di Vivà, una delle quarantanove sopravvissute del treno “31.000” alla tragedia di Auschwitz, l’11 agosto del 1945 incontra Nenni a Parigi. Nenni annota su alcuni foglietti tutti i particolari del racconto e in un appunto scrive: «Sono arrivato al Brennero il 5 aprile. Vivà è caduta ammalata una settimana dopo. Se avessi telegrafato a Mussolini sono sicuro che l’avrei salvata. Ho avuto la tentazione due o tre volte al cappellano del carcere di Bressanone. Ma non potevo. Mi pareva di compiere un atto di viltà. Mi sono detto lo farò a Roma. Ma a Roma sono stato preso dall’atmosfera eroica della resistenza e allora naturalmente ogni idea del genere è caduta. Non so chiedermi se ho avuto ragione o torto. Ma sento che non mi libererò mai da questo pensiero terribile: forse, o quasi certamente avresti potuto salvare tua figlia dall’orrore di Auschwitz. Ed è l’orgoglio che te lo ha impedito».
Il giorno dopo scrive sul diario: «Sono come ossessionato dalle cose apprese. Non riesco a pensare ad altro. Alcuni dettagli del racconto di Charlotte saranno l’incubo della mia vita …Povera la mia figliola!»

Ricorda (nell’anniversario dell’avvento del Nazismo)
Ricorda la rabbia di un regalo mancato
di una ingiustizia vista o subita
di una violenza non capita
Ricorda le divise di molti colori
tutte diverse e tutte troppo uguali
Ricorda le occhiate tristi di una tavola vuota
Ricorda la paura
nella pelle nella testa nelle gambe
Occhi al cielo e cuore impazzito
E poi dopo la sorpresa l’indignazione la protesta
l’abitudine
all’ingiustizia alla violenza alle divise
alla tristezza all’egoismo
Ricorda tutto
nella memoria
o nei racconti dei vecchi
Ricorda le promesse fatte a te stesso
l’impegno a cambiare
per fare cambiare
Ricorda
nell’offrire questo mondo a tuo figlio

Enrico Matteo Ponti

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Mauthausen
ieri
scendevano lacrime di dolore
oggi
di vergogna
Non scenda mai il silenzio
Non scenda mai l’oblio

Enrico Matteo Ponti

Poesie di Enrico Matteo Ponti, tratte da L’acqua dell’ultimo mare, Il viaggio vita nel mondo dentro di noi, nel mondo fuori di noi, nel mondo sopra di noi, Bibliotheka Edizioni, 2018

Antonio Tedesco

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