La nuova legge elettorale anti-parlamentare

Un tempo, nella vituperata Prima Repubblica ci si scandalizzava per le crisi di governo che nascevano fuori dal parlamento (extraparlamentari). Ora, al contrario, nel disinteresse generale si accetta che quattro signori che per diversi motivi in quell’aula non possono proprio entrare (uno, Renzi, perché non eletto, un altro, Salvini, perché eletto ma in un altro parlamento, quello europeo, il terzo, Berlusconi, perché una legge dello Stato glielo impedisce essendo stato condannato, il quarto, Grillo, perché le sue platee continuano a essere quelle teatrali), si siedano al bar (come canterebbe Gino Paoli) e mettano a punto una legge (quella elettorale) che per il suo carattere essenziale rispetto alla definizione delle rappresentanze (e, quindi dell’esercizio della sovranmità popolare), non può che essere definita “istituzionale”. Dunque, una legge importante, dettaglio che evidentemente sfugge a tutti e quattro che non sono interessati a consegnare agli italiani una meccanismo elettivo decente ma solo ad andare al più presto alle urne, tanto poi una legge nuova e più funzionale agli interessi di chi vince la si può sempre fare. Morale: dalle crisi di governo extraparlamentari siamo passati alle leggi anti-parlamentari, con i rappresentanti del popolo che con disonore (soprattutto quelli dei quattro partiti degli “amici al bar”) accettano di essere trattati come comparse, purissima “manovalanza votante” e per nulla “pensante”.

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