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Caso Regeni: fallimento della nostra politica estera


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Un anno fa Giulio Regeni veniva inghiottito dal “buco nero” del sistema repressivo egiziano. Da allora poco o nulla si è mosso. Molte “bufale” sono state costruite al Cairo per occultare la verità; l’ultimo video spuntato all’improvviso, al di là dei modi estremamente ambigui che lo hanno riportato alla luce, conferma, se ancora ve ne fosse bisogno, che quel rapimento e il successivo omicidio si sono svolti in una zona grigia abitata da lestofanti in cerca di facili quattrini e organizzazioni che agiscono in parte alla luce del sole e in parte nell’ombra all’interno, probabilmente, di uno scontro di potere che si agita intorno all’uomo (un dittatore) che con eccessivo entusiasmo l’Italia e l’Europa (non a caso totalmente silente, indifferente e, quindi, indirettamente complice, sull’omicidio Regeni, fatta eccezione per qualche parola di circostanza) hanno deciso di sostenere in funzione anti-islamica.

Gli unici che sino ad ora hanno dimostrato realmente determinazione sono stati gli inquirenti italiani. Per il resto questa vicenda ha dimostrato l’ insostenibile debolezza della politica estera italiana gestita, sino a qualche tempo fa dall’attuale presidente del consiglio e adesso da un ex ministro dell’Interno che in un tweet garantisce di cercare la verità, proprio lui che nel passato non è stato in grado di chiarire vicende che lo vedevano direttamente coinvolto (il vergognoso caso Shalabayeva, moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov).

Diciamolo chiaramente: dopo un anno non si può ancora navigare nel buio delle fandonie egiziane e se ciò avviene è perché il nostro peso internazionale è ridotto ai minimi storici, soprattutto in quelle aree in cui un tempo grazie ai criticatissimi politici della prima repubblica, ci muovevamo con disinvoltura mietendo anche qualche successo. Ora, al contrario, non riusciamo a far venire a galla la verità sul caso Regeni e nel frattempo ci infiliamo in quel pantano libico appoggiando un capo di governo che non comanda nemmeno tra le pareti di casa sua e finendo in rotta di collisione con l’uomo forte del governo di Tobruk sostenuto proprio dall’egiziano al-Sisi e ora anche da Putin. Insomma, siamo in mezzo a un crocevia e non conosciamo nemmeno i sensi di marcia in cui le auto lo attraversano. Una cosa, però, è chiarissima: dopo un anno sul caso Regeni si gioca la parte rimanente della nostra credibilità internazionale. Oltre, ovviamente, al rispetto che bisogna portare al dolore e alla sete di verità di una famiglia.

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