Landolfi, la politica dal volto umano e gentile

l43-110226203511_medium

-di MAURO MILANO-

Il pomeriggio di ieri è stato dedicato ad Antonio Landolfi, in occasione dell’uscita del libro Il socialista con gli occhiali (Rubettino, 176 p., 16 €). Le Fondazioni Nenni e Buozzi stanno organizzando da tempo incontri su figure importanti della Storia del socialismo italiano e del nostro paese come quello di ieri (organizzata in collaborazione con l’Associazione Socialismo e Mondoperaio). Tanti estimatori, amici e compagni dell’intellettuale e dirigente Psi scomparso nel 2011 hanno riempito, nonostante la pioggia, la Sala Igea dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana.

Intorno a un tavolo Luigi Covatta, Michele Drosi, Claudio Signorile, Gennaro Acquaviva e Giorgio Benvenuto hanno ricordato Landolfi. Massimo Bordin, giornalista di Radio Radicale e del Foglio, ha moderato il dibattito. Un uomo di pensiero, un socialista libertario e garantista, apprezzato anche da chi ha avuto contrasti con lui come Covatta, soprattutto al congresso di Torino del 1978. Una persona coerente sempre e fino in fondo, che forse nella politica di oggi non avrebbe spazio. “Non era un uomo da talk show” – secondo Covatta – “non ricercava visibilità, non pretendeva di essere eletto in un certo ruolo o luogo. Era un intellettuale che aveva scelto di dedicarsi alla politica. In un’epoca in cui i partiti erano punti d’ascolto e di riferimento della società.” Riferendosi allo sbigottimento per la vittoria di Donald Trump negli USA che tutte le previsioni della vigilia davano per sconfitto, Covatta ha sottolineato: “[Antonio] non considerava fondamentali i sondaggi. Stamattina non avrebbe dovuto fare mea culpa”.

Il libro ripercorre l’infanzia di Landolfi a Napoli sotto il regime fascista, l’antifascismo, il sindacato e il legame con Giacomo Mancini. I due sono stati sempre molto vicini. Anche durante i giorni infelici del processo di Palmi. Landolfi ha poi guidato con grande impegno la Fondazione intitolata al leader che è stato segretario del Psi dal 1970 al 1972.

Dopo le dimissioni di De Martino il testimone nel partito passa ai “quarantenni” che in rappresentanza delle quattro anime del Psi erano Bettino Craxi, Enrico Manca, Landolfi e Signorile, che ha ricordato: “Nel 1976 i grandi vecchi del partito – Nenni, De Martino, Mancini, Lombardi – erano ancora vivi e attivi. È stato un passaggio generazionale e politico”. Ma, ha precisato quello che all’epoca ricoprì la carica di vice-segretario, il Midas non fu una congiura e le narrazioni che hanno fatto seguito a quella vicenda non hanno mai spiegato come andarono realmente le cose: De Martino, in realtà, si dimise pensando che il vuoto che si sarebbe creato avrebbe imposto in breve tempo il suo “richiamo” alle armi. Non fu così ma che il cambio della guardia non sia stato così traumatico come poi è stato raccontato è dimostrato dal fatto che alla transizione partecipò anche Manca, “delfino” del segretario dimissionario. Signorile ha spiegato come “la dialettica interna al Psi anticipasse all’epoca quello che poi sarebbe avvenuto nel Paese”. La nuova generazione voltò pagina, archiviando quello che Signorile (“con impeto giovanile”) definiva il “partito Arlecchino” servitore di due padroni (la Dc e il Pci), affermando e perseguendo con determinazione la linea dell’Autonomia. Perché tutti i “grandi vecchi” a cui facevano riferimento i “quarantenni” avevano quel tipo di bussola: “Mancini – ha spiegato Signorile – era un autonomista di sinistra, Lombardi, a sua volta, era un uomo di sinistra ma autonomista. Molti dei temi che si sono affermati successivamente nel Paese sono stati impostati in quel dibattito all’interno del Psi, compresa l’alternanza che prima Spadolini e poi con Craxi ha rotto la consuetudine che predeva un democristiano al vertice di Palazzo Chigi.” In questo contesto di cambiamento, Landolfi rivestiva un ruolo centrale in quei partiti che amavano ancora elaborare collegialmente e avere rapporti con quei mondi in cui le idee nascevano: responsabile della cultura, incarico che mantenne anche dopo lo “smarcamento” dei manciniani dalla maggioranza.

La vicenda Moro (1978), la famosa mancata “trattativa”, è al centro di questo periodo. Durante i cinquantacinque giorni del sequestro, Signorile (che ha deposto alla commissione parlamentare d’inchiesta pochi mesi fa), vicesegretario del Psi, si prodigò per dare un epilogo positivo all’atto umanitario. Una vicenda per tutti dolorosa e per chi l’ha vissuta in maniera più diretta, anche pericolosa. Signorile non ha nascosto di essersi sentito in quei giorni “spiato”, controllato. Insomma, quei suoi incontri alla ricerca di un filo di speranza a cui annodarsi per salvare la vita di Moro non erano segreti o almeno non lo erano per chi seguiva le sue mosse. Di qui l’impressione che se ci fosse stata una precisa volontà, proprio seguendo il filo di Arianna di quei contatti, si sarebbe potuti arrivare se non al cuore delle Br, ai settori che le fiancheggiavano e, semmai, alla famigerata “prigione del popolo”. Signorile ha descritto i quattro incontri avuti con Piperno e Lanfranco Pace, che, ha raccontato, è stato “sempre zitto”. “Non ho mai chiesto a Piperno chi fosse Pace”, ha aggiunto e poi ricordato che il segnale che avrebbe consentito di giungere al momento finale della trattativa era in una semplice frase: «misura per misura», ma quel segnale non è “mai arrivato”. Sullo sfondo figure come quelle di Morucci e Faranda, anche loro, a parere di Signorile, non del tutto a conoscenza di quello che la “direzione strategica” brigatista organizzava. Fino all’ultimo giorno il vice-segretario socialista confidò nella “possibilità di un esito fortunato”. Ma, anche a prescindere dal segnale che rimase in sospeso, “il tavolo della trattativa già non c’era più”. Signorile ha concluso dicendo: “Ci abbiamo seriamente provato fino in fondo.”

Un episodio meno drammatico e più ironico riguarda Landolfi e la Chiesa. Acquaviva ha ricordato che nell’agosto 1978, Paolo VI, che negli ultimi drammatici e tortuosi giorni del caso Moro si era pubblicamente rivolto “agli uomini delle Br”, morì. Roma era in ferie e del vertice socialista nella capitale c’era solo Landolfi, notoriamente anticlericale. Ma in quel caso mise da parte le sue posizioni “politiche” e insieme ad Acquaviva si recò a Castelgandolfo per rendere il dovuto omaggio. Nella semplice camera da letto della residenza papale, il vecchio anticlericale Landolfi “mi viene dietro” e, di fronte alla salma di un pontefice che aveva sofferto per il dramma di Aldo Moro, un uomo che conosceva bene sin dai tempi della Fuci, si fece, al pari del capo della segretaria di Craxi di formazione cattolica, il segno della croce. A Giorgio Benvenuto è toccato il compito di raccontare i rapporti tra Landolfi e il mondo sindacale. Rapporti intensi anche perché Giacomo Mancini intratteneva con la Uil relazioni privilegiate e dopo la nuova scissione socialista del ’69 gran parte dei dirigenti sindacali invece di ritornare nel Psdi scelse di restare nel Psi seguendo Italo Viglianesi, il fondatore, che assunse come corrente di riferimento proprio quella manciniana. Anni molto particolari in cui, come ha sottolineato Benvenuto, fu determinante l’appoggio che i socialisti della Uil ebbero tanto da Mancini, nel frattempo diventato segretario, quanto da Riccardo Lombardi, da sempre uno dei più attenti alle dinamiche dei movimenti. Erano i tempi in cui i metalmeccanici, guidati da Benvenuto, premevano il piede sull’acceleratore dell’unità organica finendo per scontrarsi con repubblicani e socialdemocratici che con un “colpo di mano” avevano conquistato il controllo della Confederazione. Lo scontro fu così duro che a un certo punto Benvenuto e i socialisti della Uilm determinati a sciogliere la propria organizzazione per confluire nella nascente Flm (Federazione lavoratori metalmeccanici), vennero espulsi. Toccò a Mancini prendere posizione in difesa degli “epurati” con un durissimo editoriale sull’Avanti! e a Lombardi con una lettera appassionata al segretario sollecitare iniziative del partito per evitare che Benvenuto e i suoi potessero essere stritolati rimanendo isolati. Il presidente della Fondazioni Nenni e Buozzi ha poi concluso: “Landolfi era un uomo, un politico che non si rassegnava. Non era un grande oratore, ma un grande pensatore”. E le sue idee “ci possono servire in questa fase di passaggio”.

 

antoniomaglie

One thought on “Landolfi, la politica dal volto umano e gentile

  1. Cari compagni della fondazione Nenni, mi chiamo Gabriele Franci, avrei desiderio di mettermi in contatto con Francesca Vian che di recente avevo ricevuto come sempre da voi un articolo. Se mal non ricordo deve aver scritto un libro che sarei grato di invitarla ad Urbino per presentarlo, visto che Lei e il padre sono amici di famiglia., di Alberto Franci, mio Fratello. Organizzerei una manifestazione con compagni, simpatizzanti e cittadini che voranno partecipare, soprattutto per tenere alto l’orgoglio di essere ancora con il pensiero rivolto ad un socialismo dal volto umano. Grazie.

    ________________________________

Rispondi a gabriele franci Annulla risposta