Crisi dei sindacati e crisi democratica

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-di MAURIZIO BALLISTRERI-

Non ha destato, invero, molta sorpresa la notizia della perdita di 300 mila iscritti negli ultimi 3 anni, da parte dei sindacati confederali. Da tempo, infatti, il declino delle organizzazioni storiche dei lavoratori in Italia è evidente e segue quello dei partiti, ormai ridotti al rango di liste elettorali, ideologicamente fungibili e interscambiabili.

E in questo scenario di debolezza sindacale, con i contratti dei pubblico impiego e molti del settore privato da anni senza rinnovo, con la drammatica perdita di potere d’acquisto dei lavoratori e la vergognosa “macelleria sociale” prodotta dalla controriforma pensionistica “Monti-Fornero”, alcuni esperti a Palazzo di Chigi stanno lavorando a un intervento legislativo sui temi della rappresentanza e rappresentatività sindacale, nonché dell’efficacia generale dei contratti collettivi.

Niente di trascendentale si dirà, visto che la Costituzione, all’art. 39 prevede espressamente assieme al principio-precetto della libertà e del pluralismo sindacali anche la regolazione per legge di queste materie, la cui inattuazione per quasi 70 anni è dipesa dalla preferenza accordata ai sindacati al ricorso alla fonte legale dell’autonomia collettiva e, quindi, al ricorso a strumenti pattizi con le associazioni datoriali, che hanno consentito a Gino Giugni e ad una parte significativa della dottrina giuslavoristica italiana di elaborare la teoria dell’”ordinamento intersindacale”.

Ai giorni nostri, anche alla luce degli accordi “separati” senza la maggiore delle confederazioni sindacali, la Cgil, soprattutto alla Fiat, la regolazione per via contrattuale degli istituti della rappresentanza e della contrattazione collettiva mostra evidenti limiti, prova ne sia che il Testo Unico del 10 gennaio 2014 su tali materie tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria non ha trovato concreta applicazione. Nessuno scandalo, dunque, per l’ipotesi di una “legge sindacale”, se non fosse per l’”allergia” di Renzi nei confronti del sindacalismo e per l’aperta preferenza nei confronti del capitalismo gerarchico, svincolato da regole sociali, come quello di Marchionne.

E dietro l’ipotesi di una “legge sindacale” c’è chi scorge l’idea di limitare fortemente il già declinante ruolo delle organizzazioni dei lavoratori, nel quadro di una lettura della società italiana che elimina i corpi intermedi tra le istituzioni pubbliche, consegnate a partiti “liquidi” gestiti da un “amministratore delegato” e dal suo “cerchio magico”, e l’atomizzazione sociale, in cui la mediazione è svolta dai media, dai talk show e dai social network: una visione che presiede la riforma costituzionale “Boschi-Renzi”.

Si obietterà: i corpi intermedi della società sono espressione di visioni politiche e culturali del ‘900, dalla dottrina sociale e dal personalismo cattolici come dai modelli di derivazione weimariana delle socialdemocrazie europee. Errore! Poiché l’importanza di quella che si definisce la “società di mezzo” è presente in maniera significativa anche nel pensiero laico e liberale.

Si pensi alle “istituzioni intermediarie” del sociologo Durkheim, secondo cui esse “consentono al singolo di trasferire i suoi valori dalla vita privata a differenti ambiti sociali, in modo da farli diventare una forza che contribuisce a plasmare l’intera società”. Sono istituzioni intermediarie le comunità e i movimenti religiosi, i partiti politici, i sindacati, le organizzazioni ecologiche o ambientaliste, le iniziative assistenziali o di volontariato, le associazioni di vario genere. In queste istituzioni il singolo si trova al riparo dall’alienazione della vita moderna, perché in esse avviene, almeno a certi livelli, la saldatura tra comunità di vita e condivisione di senso, con proiezione al di fuori del loro specifico ambito.

Ma è a Montesquieu ed alle sue tesi sul pluralismo, secondo cui tra sovrano e cittadini sia necessario l’inserimento di gradi intermedi di distribuzione del potere che tutelino questi ultimi dalle forme dispotiche del suo esercizio, che si deve l’elaborazione teorica più pregnante sui corpi intermedi. Per Montesquieu, come per James Madison, uno dei padri del costituzionalismo americano, una società democratica moderna non può fare a meno di un meccanismo di bilanciamento delle forze antagonistiche, degli interessi contrastanti, per diluire gli impulsi coercitivi ed autoritari.

Insomma, corpi intermedi e democrazia moderna sono strettamente collegati, così come evidenziava nell’ormai lontano 1976, uno dei grandi leader storici del sindacalismo italiano, Giorgio Benvenuto: “Non possiamo assistere però passivamente a un processo di progressivo depauperamento della dialettica sociale e politica che ben lungi dal rinnovare lo stato, lo rafforza nel suo immobilismo, nel suo vivere il cittadino, le forze sociali, i movimenti collettivi come altri da sé”.

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