Brexit e un’Europa da cambiare

 

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-di ANTONIO MAGLIE-

Stasera, ben dopo mezzanotte (per via del fuso), cominceremo a capire quale vita o quale morte caratterizzerà l’Europa nei prossimi anni. La Gran Bretagna va alle urne per un referendum che appare sempre di più come l’improvvido autogol di un capo di governo, David Cameron. Lo ha voluto per strappare qualche voto e una maggioranza parlamentare, è stato costretto a convocarlo nonostante avesse ottenuto un accordo decisamente favorevole con l’Unione Europea, quindi è stato obbligato a fare campagna elettorale a favore della permanenza in una costruzione mai amata dalle bianche scogliere di Dover in su (scozzesi e irlandesi esclusi per evidenti ragioni anti-inglesi). Cameron ha spiegato ai suoi concittadini con toni a volte confusi, altre volte accorati, altre volte ancora accalorati, che uscire dall’Unione equivarrebbe a una tragedia epica, una sorta di nuova guerra di Troia senza Elena, il cavallo e Menelao che in fondo qualche ragione ce l’aveva pure.

In queste settimane è avvenuto di tutto, anche qualcosa che nessuno pensava sarebbe potuta avvenire nella civilissima Gran Bretagna: l’ammazzamento di una parlamentare sacrificata sull’altare di una battaglia politica in cui l’odio è stato versato in abbondanti quantità obnubilando definitivamente menti malate e nazisticamente deviate.

E’ avvenuto che un presidente del consiglio europeo, Donald Tusk, abbia deciso di usare toni apocalittici, da giudizio universale: se la Gran Bretagna esce dall’Unione crolla la civiltà occidentale. Solo se esce la Gran Bretagna? Non se esce la Grecia che in tanti lo scorso anno di questi tempi avrebbero voluto mettere alla porta? La civiltà occidentale è un ballo a inviti? Sono bene accetti chi si presenta in smoking mentre quelli che difettano un po’ nello stile possono tranquillamente restare alla porta? Cos’è che ci rende più occidentali, le urla della City o le serene lezioni peripatetiche di Aristotele? Si ha quasi l’impressione che Tusk, proveniente da un paese che in materia di solidarietà europea manifesta convincimenti piuttosto claudicanti, da storico, come si dichiara, guardi all’evoluzione dell’uomo e del mondo in maniera piuttosto distorta e la cosa un po’ preoccupa perché essendo al vertice di una istituzione comunitaria, la sua funzione super partes finisce per impallidire.
Stasera sapremo. Gli avvertimenti si sono sprecati, in questi giorni. Non li ha lesinati Schaeuble, ministro-falco tedesco che quando si tratta di lanciare ultimatum è sempre a suo agio. Persino Jean Claude Junker, presidente della commissione europea, non ha mancato di avvertire i sudditi di Sua Maestà che una volta chiusa la porta non si faranno nuovi accordi, quindi meglio tenerla aperta.

Stasera sapremo. Ma non sarà una risposta definitiva. Perché se il voto decreterà l’uscita della Gran Bretagna, avremo nel tempo (nemmeno lunghissimo) un effetto cascata che ringalluzzirà gli euroscettici di destra. Se il voto premierà i favorevoli alla permanenza, l’Unione guadagnerà un po’ di tempo, le borse festeggeranno e probabilmente avremo un periodo di stabilità. Tanto nell’uno quanto nell’altro caso il problema resterà. Perché se è evidente che questo continente non può pensare di procedere in ordine sparso, è altrettanto evidente che a questo punto siamo arrivati per la sordità e la cecità delle élite governanti, per una Germania che ha fatto delle sue politiche economiche e della sua ricchezza un sostanziale strumento di dominio (o, almeno, in questa maniera è stato vissuto senza che Berlino si preoccupasse di smentire), perché se è difficile edificare una Germania europea, è decisamente pericoloso proporre la costruzione di una Europa tedesca. Ma sicuramente non può sopravvivere un’Unione che (come hanno dimostrato le borse in questi giorni) ha sostituito all’equilibrio del terrore nucleare, l’equilibrio del terrore finanziario.

Non può sopravvivere una comunità che annienta le politiche sociali, che in nome di una libera concorrenza funestamente interpretata abolisce i diritti, accentua le diseguaglianze, annulla le speranze, desertifica lo spirito di umanità, fissa paletti per tutto ma non per il rispetto delle fondamentali prerogative economiche degli individui. Questa Europa di burocrati ricchi di regolamenti, cavilli, tablet e poveri di cuore, non è e non può essere l’Europa dei popoli perché questa seconda Europa può partire solo dall’uomo e dai suoi bisogni fondamentali e inderogabili, non dai profitti dei circoli finanziari e dalla robustezza delle cedole distribuite agli speculatori. Ecco perché, comunque vada, non ci saranno sospiri di sollievo da tirare: questa Europa non regge, non è amata, tradisce le speranze dei pionieri, non è Nostra ma soltanto “loro”. Va cambiata.

antoniomaglie

One thought on “Brexit e un’Europa da cambiare

  1. Molto condivisibile. Il problema non si chiama Brexit, si chiama Europa. Comunque vada tra lorsignori ci sarà chi guadagnerà qualcosa e chi perderà qualcosa come a tutti i tavoli dei casino della finanza. A fine banchetto il conto verrà presentato comunque ai ceti subalterni e agli stati più deboli, quelli del mediterraneo. Per questo penso che se la GB esce forse si accelera la crisi di questa Europa insostenibile e, forse, se ne potrà avviare una riforma vera. Nulla è scontato, ma farci una speranza, spes contra spem, può essere una mossa da fare!

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