Spotlight, la pedofilia e la Chiesa

-di ANTONIO MAGLIE-

Terminata l’ubriacatura “zaloniana” candidato da alcuni improvvisati opinion leader televisivi a riconoscimenti mondiali di tipo culturale, i cinema sono stati finalmente invasi da pellicole che cercano di parlare alla mente e non solo di incassare solleticando pancia e bassoventre. Tra questi uno che (amici di Zalone permettendo) è candidato a sei premi Oscar (domenica prossima il verdetto), “il caso Spotlight”, professionalmente costruito dal regista Michael McCarthy (candidato alla migliore regia) e straordinariamente interpretato da Michael Keaton, Rachel Adams (migliore attrice non protagonista) e Mark Ruffalo (miglior attore non protagonista). La realtà consegna spesso agli sceneggiatori “trame” avvincenti e il cinema americano è sempre stato abilissimo a trasformarle in film godibili o, addirittura, grandi. “Il Caso Sportlight” è la cronaca di una inchiesta giornalistica realizzata dal Boston Globe nel 2002. I giornalisti che la condussero (interpretati da Keaton, Adams e Ruffalo) vinsero il Pulitzer. I loro racconti scoperchiarono la pentola maleodorante della pedofilia nella Chiesa cattolica, coinvolgendo nella condanna morale (e anche materiale visto che poi in America tre diocesi hanno dichiarato fallimento per i risarcimenti a cui sono state condannate) i vertici più alti della gerarchia. Da quel momento in poi, la Chiesa, cioè il Vaticano, non ha potuto più tacere.

Certo, inizialmente ha affrontato la questione con estrema timidezza non risparmiandosi qualche contraddizione. Ad esempio, l’arcivescovo di Boston, Francis Law, messo sotto accusa dal Boston Globe con prove inconfutabili, venne “punito” con il trasferimento a Roma e nominato arciprete della basilica di Santa Maria Maggiore (solo Francesco, appena eletto, provvide a rimuoverlo di lì). Non a caso, qualche anno dopo, il New York Times con un fondo molto esplicito sostenne che Wojtyla non meritava la canonizzazione: “La Chiesa cattolica sta dando il premio più alto alla persona che avrebbe potuto fermare lo scandalo e non fece nulla”. Più tardi, il teologo tedesco, Hans Kueng, puntò il dito contro Benedetto XVI: “In nome della verità, l’uomo che da decenni è il principale responsabile dell’occultamento di questi abusi a livello mondiale, avrebbe dovuto pronunciare a sua volta un mea culpa”. Dopo Boston, il pentolone maleodorante venne scoperchiato anche in Irlanda, Austria, Italia, Belgio, Olanda, Germania, Svizzera, Spagna, Gran Bretagna e Malta. Pratiche, insomma, con una certa diffusione anche se dal Vaticano hanno sempre provato a sottolineare l’aspetto numericamente minoritario: l’attuale Papa ha parlato del due per cento della classe socerdotale sfiorata dal “dubbio” e dalle accuse; altre stime parlano del 4 per cento; altre ancora sottolineano che a Boston (insieme a Philadelfia l’epicentro del sisma) i ragazzini vittime di abusi furono tra i sessanta e i novantamila. Ma è evidente che la piaga è così purulenta che va ben oltre i numeri che possono anche essere “insignificanti” ma significano molto poiché riguardano persone a cui vengono affidati i bambini e le bambine, come ha detto Francesco, per portarli “alla santità”.

L’attuale Papa ha indubbiamente introdotto elementi di discontinuità rispetto ai suoi predecessori: ha autorizzato l’arresto del nunzio apostolico della Repubblica Dominicana, monsignor Wesolowski, ha incontrato i parenti delle vittime di Philadelphia e chiesto perdono, ha invitato a una messa a Santa Marta otto vittime, ha garantito in una intervista a Eugenio Scalfari che contro i preti pedofili avrebbe “usato il bastone”, ha creato in Vaticano la Commissione per la Protezione del fanciullo la cui attività, comunque, risulta sconosciuta, a parte la visione anticipata del film di McCarthy. Tutte scelte meritorie. Che non risolvono il problema perché al massimo reprimono il “peccato” che in questi casi configura un vero e proprio reato. Perché il problema resta quello del rapporto dei sacerdoti con il sesso e della praticabilità reale del celibato (“non una grazia ma una disgrazia”, ha affermato Kueng). Nel film, una delle “fonti” dei giornalisti, uno psicoterapeuta, sottolinea come, sulla base di studi scientifici, fosse arrivato alla conclusione che solo il 50 per cento dei preti teneva fede al voto di castità. Hans Kueng, teologo stimato, tra i grandi animatori del Concilio Vaticano II, in un libro di sei anni fa (“Salviamo la Chiesa”, Rizzoli) dopo aver sottolineato che a parte Gesù Cristo e San Paolo, gli apostoli erano tutti sposati e che l’obbligo del celibato si impose molti secoli dopo la nascita della Chiesa con l’affermassi del potere di Roma, spiegava: “La correlazione tra gli abusi sessuali dei membri del clero a danno di minori e la legge sul celibato è continuamente negata, ma non si può fare a meno di notarla: la Chiesa monosessuale che ha imposto l’obbligo del celibato ha potuto allontanare le donne da tutti i ministeri ma non può bandire la sessualità delle persone accettando così, come spiega il sociologo cattolico della religione Franz-Xaver Kaufman, il rischio della pedofilia. Le sue parole sono confermate da numerosi psicoterapeuti e psicanalisti: la regola del celibato impone ai sacerdoti di astenersi da qualsiasi attività sessuale. Ma i loro impulsi restano virulenti e c’è il pericolo che vengano relegati tra i tabù e compensati”. La questione, insomma, impone grande coraggio dal punto di vista della “riforma” della Chiesa. Ce lo avrà Papa Francesco? E ce lo avrà quel clero che forse prima di impartire lezioni morali e di tattica parlamentare sui diritti civili e la stepchild adoption dovrebbe ramazzare ben bene all’interno della propria casa come consigliano anche fatti recentissimi?

antoniomaglie

2 thoughts on “Spotlight, la pedofilia e la Chiesa

  1. Sono assolutamente d’accordo! Perché ancora oggi così tanta paura della donna, del matrimonio, dei gay … di una società che rispetto a 2000 anni fa è cambiata. È solo con il concilio di Nicea che la donna ha finalmente ricevuto un’anima, il ché le ha permesso di non essere più considerata alla stregua di un’animale… È vero che chiedere perdono, escludere finalmente il cardinale Law da Sta Maria Maggiore è stata una buona idea, però gli abusi sessuali contro minorenni sono considerati reati nei paesi in cui sono stati scoperti (ha dimenticato il Portogallo…). La Chiesa non dovrebbe permettere di processare questi sacerdoti, questi vescovi, questi cardinali che non hanno fatto niente? Certo la chiesa è un’istituzione un po’ particolare, però come continuare a credere se non c’è nessuna vera sanzione? Non dovrebbe essere solo il papa a chiedre perdono, ma anche tutte le persone implicate e dovrebbero farlo pubblicamente!

  2. Grazie per l’attenzione che ha voluto prestare alla mia sommaria e incompleta analisi. Per quanto mi riguarda, penso che il roblema riguardi due piani: uno giudiziario e uno culturale. Per quanto riguarda quello giudiziario, è evidente che i reati vanno perseguiti e puniti. Ed è un aspetto che chiama in causa le autorità inquirenti e quelle giudicanti. Poi c’è l’aspetto culturale, le paure della Chiesa a cui lei fa riferimento. Un processo di “liberazione” che le gerarchie non hanno mai voluto portare a termine, nonostante alcune voci molto coraggiose. Da questo punto di vista Hans Kueng ha perfettamente ragione: la Chiesa, a partire dal suo interno, deve regolare i rapporti sulla base di una totale parità di genere il che significa che le donne devono poter svolgere gli stessi compiti che svolgono gli uomini. Ma perché ciò avvenga, è necessario che cambi l’atteggiamento della Chiesa verso la donna in primo luogo verso l’esterno. E la strada mi sembra piuttosto lunga. Non essendo più giovanissimo, ricordo ancora quando da ragazzo era in vigore il reato di adulterio e il delitto d’onore, espressioni intollerabili di una società che aveva riconosciuto la pari dignità nella Costituzione ma non ancora nel costume. In sostanza, proclamavamo una cosa ma ne facevamo una diversa. Quella era una società strabica. La Chiesa, per molti aspetti lo è ancora. Soprattutto quando si parla di sesso, di voto di castità, di celibato e nubilato di preti e suore. Come sostiene il teologo svizzero, si tratta di obblighi non previsti nei testi sacri, come dire: una sovrastruttura figlia dell’affermazione di un certo tipo di potere temprale. Sono in attesa di un Papa che riesca a smantellare quella sovrastruttura. Essendo laico, la mia attesa non è particolarmente spasmodica. Ma un generoso balzo verso la modernità farebbe bene a tutti, soprattutto all’Italia che ospiterebbe una Chiesa più aperta anche dal punto di vista dei diritti civili.

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