La questione greca: due paradigmi in lotta

Alexis Tsipras              ANSA/OLIVIER HOSLET
Alexis Tsipras ANSA/OLIVIER HOSLET

-RICCARDO CAMPA-

L’idea che mi sono fatto della questione greca è che il braccio di ferro infinito fra il governo e la Troika non sia tanto per una questione di soldi, quanto di potere. La situazione, più o meno, è la seguente. La Grecia ha un debito di 330.000.000.000 di euro, non ha un soldo in cassa, e non beneficia nemmeno del Quantitative easing. Ne è stata esclusa, anche se è il paese che ne avrebbe maggiormente bisogno, essendo in deflazione acuta. Il rapporto debito/PIL è aumentato negli ultimi cinque anni fino a raggiungere il 180%, a causa – su questo ci sono pochi dubbi – delle politiche di austerità. Per restituire una minima parte del debito, la Grecia dovrebbe ora cavare altro sangue ai cittadini, applicando il taglio delle pensioni, il licenziamento in massa dei lavoratori pubblici e l’aumento delle tasse sulle strutture alberghiere. Con la certezza di accelerare la spirale recessiva, facendo calare ancora il PIL e affossando l’ultima risorsa economica: il turismo. Sennonché i greci hanno eletto Alexis Tsipras proprio perché non vogliono morire di fame, magari per restituire solo l’1% del debito. Perché di questo si tratta. Non di tutto il debito, che non sarà mai ripagato. Così come non sarà mai possibile estinguere quello italiano. Ci sono in scadenza rate per 27 miliardi di euro. La Grecia chiede una ristrutturazione del debito, oppure un prestito di altrettanti miliardi, con un tasso d’interesse non usuraio, intorno all’1,5%, con scadenza a 30 anni. Altrimenti l’operazione non ha senso. Ovviamente i creditori si irrigidiscono. Dal loro punto di vista hanno perfettamente ragione, perché significa fare un pessimo affare. Così come hanno le loro buone ragioni i greci, quando dicono che non si tratta solo di affari, ma di vite umane e di sovranità. Si scontrano dunque due paradigmi: quello del primato dell’economia e quello del primato della politica.

La tensione tra le due concezioni del potere non nasce oggi, ma proprio ora i nodi vengono al pettine. La visione neoliberista del mondo ha preteso e pretende che gli Stati-nazione funzionino esattamente come aziende. Non possono battere moneta, devono finanziarsi sui mercati secondari, devono rinunciare alla sovranità sulle materie più disparate, devono aprire i confini alla circolazione di merci e lavoratori. Tuttavia, il mondo finanziario sembra non voler accettare anche l’ipotesi che gli Stati-nazione possano fallire e non onorare i debiti, come qualsiasi azienda del resto. Insomma, devono essere mucche da latte, magari magre e rinsecchite, ma immortali.

Perché l’eventualità del default fa letteralmente imbufalire i creditori? In fondo, in passato, hanno perso miliardi investendo in aziende con bilanci vicini a quelli di un piccolo Stato, come Enron o Lehman Brothers. La differenza è che le aziende e i loro C.E.O. sono in linea di principio perseguibili e punibili. I bancarottieri, se non sono abbastanza immanicati da farsi salvare con gli aiuti di Stato, finiscono in galera e si può attingere a quello che resta del loro patrimonio. Però, mica si può mettere in carcere un governo e l’intero popolo che lo ha eletto, né sequestrargli i beni. Chi manderà la polizia giudiziaria ad arrestare l’esercito greco, magari spalleggiato da quello russo?

E allora? E, allora, l’unica speranza che restava ai creditori era quella di distruggere definitivamente “la politica”. Ossia demolire la reputazione dei rappresentanti del popolo, dei tribuni della plebe – mostrando che i politici, se non sono corrotti, sono incoerenti – affinché non si ripeta più in futuro una situazione come quella attuale. Che situazione? La situazione di una classe politica che viene eletta, gode della fiducia degli elettori, fa esattamente quello che gli elettori gli hanno chiesto di fare (anche se magari è una fesseria), e se questo non è possibile chiede ai cittadini di esprimersi direttamente con un referendum. Ovvero, l’assoluta normalità della vita democratica. E, invece, per la grande finanza e i suoi mandarini di Bruxelles il referendum greco è “un golpe”. Insomma, capovolgono anche il senso delle parole. Ma non è una novità. Per avere soltanto pronunciato la parola “referendum”, il socialista Papandreu si è dovuto dimettere. E il suo partito è scomparso dalla scena.

Quello che si sta profilando non è uno scenario roseo per la Grecia. Ma è anche lo scenario peggiore per la BCE, il FMI e la Commissione europea. Se fossero riusciti a umiliare Tsipras – ovvero a raggiungere quello che, a mio modesto avviso, era il loro obiettivo reale e realistico – alla prossima tornata elettorale Syriza si sarebbe liquefatta come si è liquefatto il PASOK, la gente si sarebbe persuasa che votare è inutile e avrebbe disertato le urne, e il problema dell’allocazione del potere sarebbe stato risolto: sarebbe rimasto saldamente in mano alle elite finanziarie, per i decenni a venire, magari attraverso altre cessioni di sovranità.

La Troika, però, non ha messo in conto che questo è lo stesso scenario al quale punta Alba Dorata. Lo hanno detto a chiare lettere: «Syriza vince le elezioni, viene messa con le spalle al muro dalla finanza globale, applica le misure lacrime e sangue, e poi arriviamo noi». E se l’ultimo baluardo della politica rimane il nazismo, forse non ci resta che fare il tifo per Tsipras.

fondazione nenni

Via Alberto Caroncini 19, Roma www.fondazionenenni.it

3 thoughts on “La questione greca: due paradigmi in lotta

  1. E’ una analisi realistica e rispondente alla situazione della Grecia. Ci vuole senso di responsabilità per trovare un accordo equo ed equilibrato sia da parte di Tsipras e sia della cosidetta Troika.

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