Dimenticare Berlinguer

Enricoberlinguer

-LUCIANO PELLICANI-

 

Il recentissimo libro di Claudia Mancina, significativamente intitolato Berlinguer in questione, merita la massima attenzione. La Mancina, infatti, sottopone il ruolo storico svolto dal leader comunista a una disanima tutt’altro che agiografica. Le sue critiche sono puntuali e ben argomentate. E tuttavia alla fine della lettura è difficile non provare una certa insoddisfazione. Non basta, infatti, dire che, dopo il fallimento della strategia del “compromesso storico”, Berlinguer non seppe fare altro che agitare la “questione morale”. E non basta sottolineare lo spirito antimoderno della condanna del consumismo in nome dell’austerità. Come non basta sottolineare il carattere velleitario della così detta “alternativa democratica”. Ci sono altre ragioni, assai più profonde, che rendono il lascito politico di Berlinguer del tutto negativo. E si tratta di ragioni che affondano le loro radici nella idea togliattiana della “democrazia progressiva” concepita come un vero e proprio “cavallo di Troia “ per conquistare la “fortezza borghese” ,

Berlinguer, in ogni suo intervento, bruciò l’incenso davanti a quello che Filippo Turati, nel memorabile discorso di Livorno, definì “il feticcio di Mosca”. E sempre glorificò le “grandi conquiste” della Rivoluzione bolscevica e la superiorità morale del sistema sovietico, al quale contrappose una lettura demonizzante dell’Occidente, bollato come un mondo tutto dominato “dall’egoismo di gruppo e individuale , dalla corsa al consumismo , dalla degradazione della persona umana a puro strumento cieco di una attività produttiva frantumata, ideata da altri, appropriata da altri , con tutte le conseguenze di scissione della personalità , di degradazione e di disgregazione sociale e morale”.

Né è tutto. Berlinguer – ottenebrato dall’assunzione di massicce dosi di quello che la grande Simone Weil chiamava “l’oppio degli intellettuali” – non solo fu totalmente cieco di fronte agli orrori del così detto “socialismo realizzato”; giunse anche a tessere l’elogio della “ricca lezione leninista”, che del totalitarismo comunista era la matrice ideologica. Donde la condanna, ossessivamente reiterata, della socialdemocrazia, colpevole di aver rinunciato alla fuoriuscita dal capitalismo.

E’ vero che Berlinguer sventolò la bandiera della “terza via”. Ma questa altro non fu che una formula vuota, uno slogan propagandistico ideato per mascherare il fatto che il Pci , quando passava dal linguaggio della critica al linguaggio della proposta , diventava completamente afasico. E questo perché non aveva un modello di sviluppo democratico alternativo a quello della disprezzata socialdemocrazia. Ciò è tanto vero che nel 1977 Alberto Asor Rosa , costretto dall’evidenza dei fatti, così si espresse: “ Ci manca un’idea di ciò che dovrebbe essere una formazione economico-sociale non fondata sul profitto; e un’idea di una istituzione statuale , o comunque di una qualsiasi organizzazione della società , che non ripeta i modelli , sia pure corretti e integrati ,della democrazia rappresentativa. Cioè, ci mancano le due idee fondamentali”.

Di fronte a questa franca ammissione , sarebbe stata cosa affatto logica imboccare la via del socialismo riformista , come proponeva , del tutto inascoltato, Bettino Craxi. E , invece, Berlinguer mai rinunciò all’idea della superiorità intellettuale e morale del Pci. Al contrario, egli sempre rivendicò – e con la massima energia – quella “diversità” comunista glorificata da Pier Paolo Pasolini con le parole che la Mancina opportunamente ricorda: “Il Partito comunista italiano è un paese pulito in un paese sporco, un paese onesto in un paese disonesto, un paese intelligente in un paese idiota, un paese colto in un pese ignorante, un paese umanista in un paese consumista”.

fondazione nenni

Via Alberto Caroncini 19, Roma www.fondazionenenni.it

2 thoughts on “Dimenticare Berlinguer

  1. Con la sua capacità di sintesi eccezionale, Luciano Pellicani ci regala un pezzo memorabile. E soprattutto coraggioso. Pochi altri a sinistra, ancor oggi, oserebbero così tanto. C’è anche fra i socialisti un timore reverenziale nei confronti della figura di Berlinguer.

  2. Non c’è nessun timore reverenziale, almeno tra i compagni che conosco. Scegliere di iscriversi al psi e poi nutrirsi di timore reverenziale, pone la domanda: per quale ragione non praticare il timore reverenziale direttamente nel pd? le domande di A. Rosa, tradotte al presente, su chi siamo e cosa fare, agli ex dc e pci hanno ancora un senso.

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