Il reato di negazionismo è un autogol della democrazia

Senato

La Commissione giustizia del Senato ha approvato l’emendamento che introduce in Italia il reato di negazionismo. La legge prevede la reclusione fino a 5 anni per chi nega la Shoah e, con le aggravanti, le pene arrivano fino a 7 anni e mezzo. Hanno votato contro solo Carlo Giovanardi del Pdl e il nostro Enrico Buemi (Psi). Lo dico senza troppi giri di parole: hanno fatto bene. Mi rendo conto che è odioso per chi ha passato anni in un campo di concentramento e ha visto atrocità che noi possiamo soltanto immaginare sentir dire che è tutta una montatura. Ma quella della Commissione non è la risposta giusta al problema, né da un punto di vista politico, né da un punto di vista storico-scientifico, né da un punto di vista giuridico. Il mio giudizio si basa infatti su tre ordini di ragioni. Innanzitutto, i reati d’opinione sono sempre un vulnus per la democrazia. In URSS, chi negava la verità scientifica del marxismo finiva in un gulag, per essere rieducato. Rieducato alla verità di Stato che solo un pazzo o un bugiardo poteva negare. In Italia, chi criticava il fascismo finiva al confino o, nel caso di Gramsci, in carcere. Come faccio a spiegare a chicchessia qual è la differenza tra democrazia e totalitarismo, se mettiamo in carcere i fascisti o i comunisti non per le loro azioni, ma per le loro idee? Durante il fascismo dovevi affermare di essere fascista e poi potevi essere cattolico o anticlericale, per la socializzazione dei mezzi di produzione o per il liberismo economico, per la cultura di massa o per la cultura d’elite. Se anche durante la democrazia devi premettere di essere democratico (e antinegazionista) e poi puoi essere cattolico o anticlericale, per la socializzazione dei mezzi di produzione o per il liberismo economico, per la cultura di massa o per la cultura d’elite, dov’è la differenza? Gli USA non rappresentano esattamente il mio ideale di società, ma devo ammettere che un solido criterio di demarcazione tra la democrazia e la sua negazione lo hanno trovato: il primo emendamento della Costituzione americana. Scimmiottiamo gli americani negli atteggiamenti più deteriori, ma le conquiste davvero significative di quel Paese non riusciamo proprio a farle nostre.

Diciamolo ad alta voce, prima che sia troppo tardi: i reati d’opinione sono una barbarie. Sono come gli “psicoreati” nel romanzo 1984 di George Orwell. Sono la strada che conduce al totalitarismo. Al totalitarismo di sostanza. Non basta chiamare uno stato “democratico”, perché lo sia realmente (in fondo, la DDR era nominalmente la repubblica “democratica” tedesca, mentre la Germania Ovest era quella “federale”). È proprio su queste decisioni che si misura la democrazia di un paese. Con i reati d’opinione si scivola su una china pericolosa. Oggi va in carcere chi nega la Shoah. Domani va in carcere chi minimizza o giustifica le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki (gli storici Hill e Yukiko non esitano a chiamarlo revisionismo). Poi magari arrestiamo i cristiani che negano la persecuzione degli eretici da parte dell’Inquisizione. E di certo non lasciamo a piede libero un pericoloso criminale che nega il ratto delle Sabine. Dulcis in fundo, per fare contenta la coerenza logica, ci lamentiamo per il sovraffollamento delle carceri e facciamo scendere una lacrimuccia invocando l’indulto o l’amnistia.

Renato Schifani si è affrettato a dire che «l’approvazione del ddl che istituisce il reato di negazionismo è un risultato di grande valore per il nostro Paese. Da oggi in poi sarà impossibile negare l’evidenza di una tragedia che ha segnato drammaticamente il secolo scorso». Sbagliato. Lo correggo subito. Le leggi non rendono “impossibili” i reati, si limitano a fare seguire ai reati delle pene. Non sarà impossibile negare la Shoah, solo che chi lo farà diventerà un martire. E i martiri fanno più proseliti di chi li perseguita. La storia lo ha dimostrato ampiamente. Inoltre, non si dimentichi che Internet non conosce confini. Non è più possibile censurare le idee, giuste o sbagliate che siano. Gli USA e i paesi anglosassoni non hanno firmato il protocollo del Consiglio di Europa sui ciber-crimini, inteso anche a censurare le tesi revisioniste. Oltre che essere contro il principio di libertà di parola è anche controproducente. Quando chiedo a qualcuno cosa pensa del negazionismo la risposta è sempre la stessa: «Prima non avevo dubbi che la Shoah fosse un fatto storico, ora però… se si ricorre all’intimidazione e si mettono in carcere i revisionisti, ci sarà qualcosa che si vuole nascondere…». Talmente bassa è la fiducia che i cittadini accordano ai politici che la Comunità ebraica non poteva scegliere un alleato peggiore. Chiedere a questa classe politica di difendere la “verità storica”, utilizzando peraltro la violenza (la violenza legale della polizia, dei giudici e delle carceri), è un vero e proprio autogol.

È un autogol anche se guardiamo all’aspetto storico-scientifico della questione. La storiografia fa parte delle scienze umane o sociali. Ad essa si applicano perciò le regole basilari del metodo scientifico. Non si pretende dalla storiografia la scoperta di leggi predittive, come quelle della fisica. Ci si accontenta di interpretazioni e ricostruzioni ex post. Ma in tutte le scienze – sociali o naturali – si accetta il principio che una verità deve essere stabilita attraverso i ragionamenti e le osservazioni empiriche. Una verità scientifica deve reggersi sulle proprie gambe. E, affinché ciò sia possibile, la ricerca deve essere libera. Karl Popper ha distinto scienza e pseudoscienza sulla base del principio di falsificazione. Una teoria è da considerarsi corroborata, e dunque provvisoriamente vera, se soddisfa due condizioni: 1) è in linea di principio falsificabile; 2) resiste a severi tentativi di confutazione. Ora, se si vieta per legge la possibilità di mettere in dubbio un giudizio di fatto, esso cessa ipso facto di essere un “fatto scientifico”. Sarà un “fatto politico”, ma perciò privo di valore scientifico o storiografico. I negazionisti vanno confutati nelle accademie e nelle università, con libri, articoli, ricerche. Vanno confutati rispondendo nel merito delle loro obiezioni, non mettendogli le manette. Se poi si teme la diffusione del negazionismo tra i giovani, si cambi la strategia didattica nelle scuole. La Shoah non va semplicemente raccontata, lasciando prevalere il giudizio morale sul giudizio di fatto. In questo modo si consente ai ragazzi di scoprire da soli il negazionismo in Internet e questo glielo rende più intrigante, come qualcosa che è stato loro proibito e nascosto. Le tesi negazioniste potrebbero essere inserite nei libri scolastici e in quella sede confutate in modo convincente, con dati, numeri, prove, evidenze. Comunque, la battaglia è impari. Se gli storiografi non revisionisti hanno dalla propria parte gli editori più prestigiosi e meglio distribuiti, nonché interi Stati che li assumono nelle università, finanziano le loro ricerche, scelgono i loro libri per i programmi di studio nelle scuole, come si possono temere quattro storiografi isolati e senza fondi?

L’ultima considerazione è di tipo giuridico: si prevede di inserire il reato di negazionismo nell’articolo 414 del codice penale che già punisce l’apologia di reato. Per i due reati si prevede la stessa pena. Questo è quantomeno illogico. Si mette sullo stesso piano chi reclama (pur a torto) l’innocenza dei nazisti, ovvero la non sussistenza di un fatto criminoso, con chi esalta lo stesso fatto criminoso? Il negazionista, nel momento in cui nega la Shoah, ammette implicitamente che il massacro di innocenti in un campo di concentramento è una mostruosità. Perciò cerca di lavare la macchia dalle divise naziste. Chi invece esalta lo stesso atto esprime un giudizio morale diametralmente opposto. Nel momento in cui il senatore Buemi ha posto il problema della sproporzione delle pene detentive, ha mostrato di avere bene appreso la lezione di Montesquieu: la differenza tra lo stato tirannico e lo stato di diritto risiede anche nella capacità di quest’ultimo di saper graduare le pene secondo ragione e secondo giustizia.

Riccardo Campa

fondazione nenni

Via Alberto Caroncini 19, Roma www.fondazionenenni.it

3 thoughts on “Il reato di negazionismo è un autogol della democrazia

  1. Penso che dobbiamo allargare il nostro dialogo con i lettori con interventi volti a dare al nostro blog il carattere di un vero scambio di idee.
    E vorrei cominciare con il pezzo di Campa che si è fatto assertore del diritto al “negazionismo”.
    Ricordo il mio professore di diritto costituzionale: “libertà ferisce, libertà guarisce”. Ma c’è un limite, come in tutte le cose. L’apologia del reato è vietata e prevista e la Shoah è stata un orrendo delitto contro l’umanità: indiscutibilmente. E per quanto ci riguarda non c’è solo il “nostro” compagno Buemi: c’è anche Vivà la figlia del nostro Pietro Nenni morta fra inenarrabili stenti ad Auschwitz.

  2. Io l’ho pensato subito, invece Tu hai avuto il ” coraggio ” di scriverlo !
    Concordo pienamente con Te .

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