Quel giugno del 1992

draghiSiamo nel giugno del 1992. In una calda giornata sul lussuoso Panfilo Britannia della Regina Elisabetta, in navigazione al largo delle coste dell’Argentario, con a bordo banchieri, e imprenditori, si ebbe il battesimo delle privatizzazioni delle aziende italiane. Tra un cocktail e fiumi di ostriche un soddisfatto Mario Draghi, direttore generale del tesoro ha venduto l’Italia: “oggi è partito il primo contatto tra le aziende (di Stato, nda) italiane comprese nell’elenco delle società privatizzabili e le grandi banche d’affare della city candidate a condurre in porto quella che il direttore generale del Tesoro Draghi ha definito la più rivoluzionaria operazione di politica economica italiana nell’ultimo ventennio”(L’Unità 3 giugno 1992). Alcuni economisti sostengono che le cause della crescita del divario tra ricchi e poveri in Italia debba essere attribuita alla scelta trasversale d’aver voluto privatizzare moltissimi enti pubblici, a partire dal 1992. Rispetto al contesto internazionale, l’Italia è giunta in ritardo ad affrontare la questione della privatizzazione delle imprese pubbliche. Alcuni ritennero inevitabili le privatizzazioni per contenere il debito pubblico e per risanare i conti per rientrare nei parametri del Trattato di Maastricht , altri come un rimedio a Tangentopoli, per superare quell’intreccio tra politica ed economia che aveva consolidato importanti posizioni di potere dei partiti, come disse De Mita nel 1974 che fosse un “‘obbligo sub-istituzionale’ delle aziende pubbliche quello di “finanziare i partiti”; gli ortodossi del liberismo sostennero che le privatizzazioni fossero “un importante occasione di crescita del sistema economico e politico italiano…per l’avvio di un più generale progetto strategico di politica economica e istituzionale teso a irrobustire l’industria e la finanza italiana nel contesto istituzionale”(Filippo Cavazzuti, 1996). Molto spesso si è sollevata la questione della dismissione delle grandi aziende di Stato per optare per “nuovi modelli di finanziamento integrativo” o per favorire politiche neoliberiste per sostenere migliori servizi e a minor costo in un regime concorrenziale.

La Corte dei Conti nel rapporto del 2010 sui «Risultati e obiettivi delle operazioni di privatizzazioni di partecipazioni pubbliche»in Italia ha sottolineato che l’aumento della capacità di generare profitti delle utilities privatizzate «è in larga parte dovuto più che a recuperi di efficienza sul lato dei costi all’aumento delle tariffe che, infatti, risultano notevolmente più elevate di quelle richieste agli utenti di altri Paesi europei». Il divario fra le retribuzioni in Italia cresce, grazie ad un sistema economico tendente a creare polarizzazioni reddituali i cui effetti sono accentuati dall’impatto della crisi. Uno studio della Banca d’Italia ha esaminato l’evoluzione della disuguaglianza della ricchezza sino al 2010. Dai dati si evince che il trend di riduzione della disuguaglianza si è interrotto agli inizi degli anni Novanta, con una ripresa della polarizzazione della ricchezza, e che la distribuzione era molto concentrata : il 10% delle famiglie possiede il 45% della ricchezza, contro il 50% più povero che detiene appena il 10% del totale ( interessante un dato del Boston Consulting Group: in Italia sono cresciuti i nuclei familiari che dispongono di oltre 100 milioni di dollari: da 319 a 333 ). Secondo uno studio del “Gini- Growing inequality impact”, nella classifica dei paesi europei, sulle disuguaglianze retributive, l’Italia occupa la seconda posizione alle spalle della Gran Bretagna.

Si può fare qualcosa? Penso di si! Il premio nobel Stiglitz ha evidenziato come “Il governo ha il potere di spostare il denaro dall’alto verso il basso e il centro, o viceversa”, poichè” sebbene le forze del mercato contribuiscano a definire il grado di disuguaglianza di una società , sono le politiche governative a plasmare le forze di mercato. Una minore presenza dello Stato nell’economia è coincisa con l’aumento della povertà e delle disuguaglianze. Ritornare ad uno Stato imprenditore? Perchè no. Uno “Stato imprenditore” in settori nuovi e strategici: turismo, cultura, beni culturali, ricerca scientifica, “trasporto green”. Uno Stato capace di investire nella creatività e nelle competenze dei giovani con l’obiettivo di creare migliaia di posti di lavoro di qualità e stimolare la cooperazione nei territori. Un piano di investimenti, con risorse prese da “settori congelabili”, come le spese militari, le pensioni e gli stipendi d’oro e le spese della politica. Bisogna ripensare l’Italia, come un grande Paese con un alto livello della qualità della vita, del benessere diffuso. Per uscire dallo stallo economico bisogna avere come obiettivo la redistribuzione della ricchezza, con una più equa pressione fiscale, con un welfare state forte, e investire in quei settori chiave dello sviluppo economico.

Ha ragione Santoro quando dice che noi italiani non siamo furbi, come proviamo a far credere, ma fessi! Lasciamo crollare i monumenti e il governo investe appena 92 milioni di euro per i beni culturali, il costo di un F35.

Antonio Tedesco

 

 

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One thought on “Quel giugno del 1992

  1. La furbizia degli italiani non esiste. Esistono un ceto di furbi che tende a fregare molti creduloni, che abituati ad aver fiducia credo spesso in cose in cui non dovrebbero credere, ma non sono in grado di scegliere, perchè il potere istituzionale e quello mediatico sono in combutta per non far capire come stanno veramente le cose. I diversi tutrori di interessi particolari fanno la voce grossa ed impongono le le scelte a loro favorevoli.

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