Astensionismo e clero consociativo

astensionismoUno su due, ma statisticamente può anche bastare uno su tre, che non vota, cosa potrebbe significare? Anzi, cosa significa? Di che cosa, questa astensione, è sintomo e indizio? I commentatori stessi lo dicono: sintomo e indizio del declino della democrazia. Per la precisione della democrazia rappresentativa.Il fenomeno, però, non preoccupa affatto il clero della democrazia partecipativa o come variamente viene autodefinita: democrazia compiuta, democrazia deliberativa, democrazia consociativa, o comunque si voglia chiamare, che, per definizione si pone come superlativa e sostitutiva della democrazia rappresentativa (la democrazia formale, nell’accezione della sua classicità. Ma questa auspicata sostituzione della democrazia rappresentativa altro non può essere che preludio e proposito dell’estinzione della democrazia come tale, intesa nella sua accezione logica, filologica e storica. Il clero della democrazia partecipativa questo lo sa (e lo vuole), perciò a ogni segno di mancanza o d’assenza della democrazia formale come tale (l’astensionismo elettorale ne è parte sostanziale) non manca di manifestare la sua esultanza. L’astensionismo, non soltanto elettorale, è, infatti, fenomeno che si verifica nel campo che si trova a non avere più una propria rappresentanza. Ciò induce il clero consociativo a pensare che procedendo le cose in questa maniera, ciò che si profila è l’estinzione della componente politica e umana che è altro dalla propria: dopo di che la realizzazione piena della pienezza della democrazia compiuta diventerebbe il fatto compiuto della più piena completezza del proprio ideale di società e di realtà. Insomma il trionfo della visione teleologica della politica: ovverossia della visione delle religioni di ogni tempo e luogo. Ma è proprio qui che il clero del democraticismo integralistico si sbaglia: l’astensione, sempre transitoria e temporanea, degli altri, perciò dell’altro da esso (da loro), non significa affatto l’estinzione di ciò che per legge di realtà si pone come altro. Questo altro di realtà comunque c’è, anche se si rende silente e assente, giacché proprio rendendosi assente e silente costituisce un accumulo elaborativo di ben altre diversità non più controllabili perché resesi sconosciute in quanto taciute, non riconosciute e negate. E queste diversità, come la storia insegna, potrebbero fare la loro comparsa improvvisa, armate di tutto punto per quanto riguarda la loro autonomia in una diversità del tutto altra, non più dialettizzabile nei termini della democrazia formale, proprio perché la sua formalità sarebbe stata distrutta dalle pratiche “perverse” della cosiddetta democrazia sostanziale (comunitaria, partecipativa, deliberativa, ecc. ecc.) La democrazia, logicamente, filologicamente e storicamente intesa (vale a dire concepita e agita nell’ambito della sua classicità), è caratterizzata dalla dichiarazione della pariteticità delle diversità, non dalla riduzione delle diversità all’uniformità indifferenziata di una sola ideologia, che poi sarebbe di una sola antropologia, come il clero consociativistico pretenderebbe. I rivoluzionari veri, quelli di una volta, i quali avevano magari il difetto di essere dei giacobini e certamente esageravano, ma non erano dei confusivi, praticavano lo slogan della vigilanza rivoluzionaria. Ebbene, in questo, varrebbe la pena di parafrasarli, esortando i democratici (quelli della democrazia intesa nella sua classicità) alla vigilanza democratica contro il suo più evidente pericolo: la teleologia di cui si è detto sopra.

Cesare Milanese

 

 

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2 thoughts on “Astensionismo e clero consociativo

  1. La democrazia rappresentativa ha dei limiti: quando ci sono forti diseguaglianze di capacità economica, di livello di istruzione e d’informazione il voto è distorto. I limiti della democrazia sono solo i limiti alla democrazia, quindi, prima di accantonare la democrazia rappresentativa, eliminiamo gli ostacoli al suo pieno dispiegamento. Niente di nuovo è quanto prevede l’art 3 c. 2 della nostra Costituzione. La democrazia rappresentativa va , invece, rafforzata con la riqualificazione degli organo elettivi rappresentativi, contro la tendenza a concentrare potere negli esecutivi, anzi nelle mani di uno solo. Per le lobbies, i gruppi di pressione e potere meno sono i decisori e più è facile influenzarli o addirittura comprarli con la corruzione. La democrazia partecipata e diretta è un’utile integrazione, ma non la può sostituire. Il principio di una testa un voto è un grande principio rivoluzionario. Però per funzionare ci vuole la testa, non bastano le gambe che ci portano al seggio. Nel 1% dell’umanità e concentrato il potere economico e politico del mondo, l’altro 99% non può limitarsi ad occupare saltuariamente Wall Street. Il referendum di Bologna era consultivo, questo può ave determinato una bassa partecipazione, ma il risultato è lì e ignorarlo è una scelta politica. Tra l’altro era un referendum dove c’erano bel tre alternative: A) B) e nessuna scelta, non il solito Sì o No.

  2. se eliminiamo la democrazia rappresentativa otterremo la fine della democrazia stessa. Dovremmo sforzarci di più e promuovere maggiormente la partecipazione alla vita pubblica, affinchè una democrazia partecipata partorisca una democrazia rappresentativa capace di governare nell’interesse della totalità dei cittadini. Perchè i cittadini non vanno a votare? perchè non si sentono più rappresentati o perchè la politica non li coinvolge nella partecipazione? La democrazia reale quella rappresntativa va supportata in modo tale da divenire quella che magiormente esprime il concetto di democrazia , certo, come dice Besostri, “va rafforzata con la riqualificazione degli organi elettivi rappresentativi, contro la tendenza a concentrare potere negli esecutivi, anzi nelle mani di uno solo.” La riduzione del numero dei parlamentari è un falso problema sia per i costi sia per la rapresentanza democratica perchè si riducono i costi eliminando le spese di privilegi che nessuno sa quantificare e riducendo il numero dei rappresentanti democraticamente eletti si riduce sempre di più il collegamento tra i luoghi della rappresentanza democratica e il territorio di provenienza del rapprentante.

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