La stalla e la diga

Bersani chiude la porta della stalla. Dopo la disfatta, propone un taglio drastico ai costi della politica e una legge sui partiti. Troppo tardi. I buoi son fuggiti da un bel pezzo. In politica non vale il ‘meglio tardi che mai’. I tempi sono una questione di vita e di morte. Facile essere saggi col senno di poi? Beh, saggi lo eravamo anche prima. Che ci volesse un rinnovamento serio, radicale, lo si sapeva con certezza almeno dalla batosta elettorale del 2008. La casta di Stella e Rizzo (2007) aveva dato voce agli umori della gente! La stagione della “diversità” politico-morale è tramontata. Onesti e ladri si annidano in tutti i partiti. Eppure i leader della sinistra si sono rinchiusi nella loro crisalide: gli stessi personaggi in Parlamento da quindici, vent’anni. Indennità stratosferiche, vergognose, mentre gli operai perdono il lavoro. Vitalizi e pensioni d’oro per i politici. E ai cittadini si impone una riforma delle pensioni punitiva – io ho 49 anni e 34 anni tra contributi e riscatti: ora dovrò lavorare altri sedici anni, per avere una pensione da fame: 1.000 euro circa. E sono un privilegiato, perché la pensione l’avrò! C’è chi ha versato dieci (i baby-pensionati) e ha ricevuto 100; chi ha versato 100 e riceverà 10. La gente si chiede: ma la sinistra dov’era?

I partiti, nessuno escluso, sono dominati da oligarchie. E i nodi sono venuti al pettine. È vero che il PD qualche mossa giusta l’ha fatta. Le primarie per esempio. Ma sono sembrate frutto più di tattica che di strategia: il coniglio tirato fuori dal cilindro per impressionare i gonzi. Ma che senso hanno le primarie, annunciate con fanfare e rullìo di tamburi, se non sono accompagnate da un rinnovamento generale della classe dirigente? Bersani – questa la percezione diffusa – è il candidato della nomenclatura post-comunista, calato dall’alto. Una nomina politicistica, lontana dal comune sentire. Viene in mente l’ultimo Craxi, asserragliato nel Palazzo d’Inverno, mentre la folla in strada è inferocita.

Perché non impariamo mai dalla storia? Pur impostando male la questione (la rottamazione è un concetto brutale e rozzo), Renzi aveva colto nel segno. In assenza di una legge che disciplini in senso democratico i partiti, c’è una sola alternativa: procedere unilateralmente. Si prende la ramazza e si fa pulizia. Ma, diceva l’arguto Martin Luther King, “la storia insegna che i gruppi privilegiati raramente rinunciano volontariamente ai loro privilegi” Ecco, questo è il punto: anche a sinistra c’è una casta di privilegiati avvinghiati a poltrone e indennità. Quando si formavano le liste per le elezioni, esponenti di spicco della nomenclatura hanno strappato un’eccezione, a proprio favore. Sono stati candidati troppi uomini e donne d’apparato. Certo, un modesto coinvolgimento della base c’è stato. Libertà vigilata, appunto. Paragonare, prego, al modo furbesco, ma efficace, di selezionare i candidati da parte del Movimento 5 stelle. Il curriculum, il curriculum!!

D’Alema, che ha fiuto politico da vendere, ha fatto un passo indietro. Chapeau. Ed è stato seguito da qualcun altro. Senza queste rinunce generose (ma tardive), e senza le primarie, oggi il PD probabilmente arrancherebbe dietro al PDL. Altro che competizione ad armi pari col Movimento 5 stelle!

Un altro errore macroscopico è stato l’appoggio pressoché incondizionato al Governo tecnico, dei banchieri e dei poteri forti. Si sarebbe dovuto insistere, fin dall’inizio, affinché l’agenda di rigore fosse accompagnata da politiche di crescita: tagli degli sprechi e iniezioni di liquidità nell’economia (le risorse ci sono: vendita patrimonio pubblico, lotta feroce all’evasione, eliminazione spesa pubblica improduttiva, tassazione rendita, alleggerimento fiscale su imprese e lavoro). Non bisogna avere un Nobel per l’economia per capire che la manovra Monti sarebbe stata recessiva. Diciamolo chiaro: il PD non si è solo sacrificato per senso di responsabilità (come il PCI all’epoca della ‘solidarietà nazionale’). Qui s’è pagato il prezzo di una corbelleria politica bella e buona. Paul Krugman, che il Nobel ce l’ha, da anni tuona, inascoltato, sull’Herald Tribune: una politica di austerity, fatta di puro rigore contabile, non raggiungerà nessun obiettivo. Anzi: innesterà un circolo vizioso. Meno soldi = più crisi. Più crisi = più tagli. La logica medievale del salasso: si cava sangue al malato. Se peggiora, se ne cava dell’altro! Finché non muore dissanguato.

Bersani ora promette quello che – contributi qua e là, aiuti alle imprese e ai disoccupati – avrebbe dovuto pretendere da Monti.  Ecco che chiude di nuovo la porta della stalla, mentre i buoi vagano nella campagna: il popolo della sinistra non ha capito; non ho capito neanch’io. Io ho votato Bersani (e, al Senato, il PS di Nencini), per garantire la governabilità. Altri, delusi e arrabbiati, hanno scelto Grillo.

Bersani assomiglia a quel bambino che infila il ditino nel buco apertosi nella diga: vuol salvare con un piccolo atto eroico il suo paesino. Ma la diga si sta già sgretolando e la fiumana presto sommergerà tutto. Fuor di metafora: ci vogliono idee forti, non palliativi. La posta in gioco è semplice: o l’antipartitismo del movimento 5 stelle o partiti riformati, rinnovati, democratizzati. Ma c’è un ostacolo: senza una cultura politica non si va da nessuna parte. Per il socialismo io ho lavorato, lavoro e lavorerei ancora gratis. Per il PD, no: vedo questo partito come un’agenzia di collocamento “progressista’’. E così lo vedono in tanti. Se non ripartiamo dall’ideale, non c’è scampo per l’Italia: lo tsunami dell’antipolitica ci travolgerà tutti.

 
Edoardo Crisafulli

fondazione nenni

Via Alberto Caroncini 19, Roma www.fondazionenenni.it

4 thoughts on “La stalla e la diga

  1. Analisi puntuale e condivisibile. Complimenti Edorado. Purtroppo anch’io ho votato Bersani per lealtà all’accordo poco avveduto di Nencini come hanno fatto tanti altri compagni nonostante la “scorrettezza” di Bersani verso i socialisti Umbri. Ora mi chiedo se non sia venuto il momento di rialzare la testa e cercare di camminare con le proprie gambe senza condizionamenti e sudditanze alcune. Continuare a marciare con il PD significa, a mio avviso, scomparire dalla scena completamente. Questo è quanto sto predicando da oltre dieci anni. Questo è il momento buono per riemergere e riaffermare la nostra identità socialista. Le debolezze attuali della sinistra radicale e del PD rappresentano un forte stimolo e, oserei dire, una grande occasione che va colta per riprenderci lo spazio politico di un tempo con proposte liberal socialiste forti e adeguate alla bisogna.

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